manifesto ventotene

Vedere l’ennesimo viaggio di un Presidente del Consiglio Italiano teso a d ottenere l’approvazione di Frau Merkel, dopo un improvvida tappa Hollandiana, ha rappresentato il risveglio da un incubo che negli anni, da sogno, si era così trasformato.
L’iniziale sogno era rappresentato da Il Manifesto di Ventotene, documento per la promozione dell’unità europea redatto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi durante il periodo di confino negli anni quaranta.
Si tratta del testo fondante dell’Unione europea, primo documento ufficiale che prefigura la necessità dell’istituzione di un’Unione europea di tipo federalista, con una moneta unica europea, un esercito unico europeo, ed una politica estera unica europea.
All’inizio del terzo millennio il processo cominciato con l’elezione del primo parlamento europeo nel 1979 ha portato come unico risultato la realizzazione di una moneta unica abbandonando alle ortiche tutto il resto e primo fra tutti il concetto di federalismo che, ovviamente, si poneva come asse portante dell’intera costruzione.
Federarsi significa che alcune entità autonome (per DICEY “nazioni così vicine per luogo, storia, razza e capaci di portare, negli occhi dei loro abitanti, uno spirito di nazionalità comune”), legate tra loro dal vincolo di un patto (in latino foedus), possano riconoscersi nell’autorità di un soggetto, individuale o collettivo, che li rappresenti: in altri termini un unione tra diversi Stati che mantengano la sovranità nelle rispettive competenze, ma aventi una costituzione condivisa e un governo comune centrale, insomma, come ebbe a sostenere K.C. Wheare “Un sistema di governo che incorpora prevalentemente una divisione dei poteri tra autorità generale (federale) e regionali (o statali), ognuna delle quali, nella sua propria sfera, è coordinata con le altre e indipendente da esse”.
In un sistema federale la costituzione è la norma suprema da cui deriva il potere dello Stato. Un potere giudiziario indipendente è necessario per evitare e correggere ogni atto legislativo che sia incongruente con la costituzione. Perciò, il federalismo è delimitato dalla legalità. La costituzione deve necessariamente essere rigida e snella. Le sue prescrizioni devono essere o legalmente immutabili o capaci di essere cambiate soltanto da qualche autorità che stia al di sopra e oltre gli ordinari corpi legislativi.
Al di la della valutazione se l’Europa, così come è oggi, abbia riunito effettivamente “nazioni così vicine per luogo, storia, razza …” che cosa ne è stato dell’intero processo ?
In realtà abbiamo un Parlamento Europeo (che dovrebbe essere quel soggetto collettivo rappresentante la massima autorità in cui tutti si riconoscono svincolato da interessi di parte) che rappresenta lo strumento di riciclaggio dei politici “trombati” nei singoli stati e che riesce, a mala pena, a legiferare indicazioni di massima che “con comodo” devono essere recepite dagli stati membri ma che sono il frutto dell’esercizio di forza delle singole lobby ivi rappresentate.
Abbiamo una moneta unica, che sostanzialmente è il vecchio marco tedesco, che ha penalizzato nel cambio iniziale alcuni stati membri che si portano, ancora oggi, quel triste retaggio.
Abbiamo un Europa con un economia a due velocità ed abbiamo certificato una divisione fra stati ricchi e stati poveri – realtà sempre esistita – ma che devono convivere nello stesso consesso e con pari regole economiche e monetarie: quote latte, arance all’ammasso, l’energia più cara del 30%, sistemi fiscali incompatibili rappresentano i sintomi di una patologia ben più grave.
Abbiamo uno stato – la Germania – che ha assunto la veste di “capo” del sistema senza che ciò gli fosse riconosciuto tramite il consenso popolare e che, ovviamente, tende a porre i propri interessi come primari anche in ottica europea e Frau Merkel fa egregiamente il proprio lavoro.
Ma è questa l’Europa del sogno di Altiero Spinelli (ed anche di chi scrive) e può l’Italia convivere con questa Europa ?
Con il senno di poi, e a sommesso parere, pare sostenibile che il processo europeo di unificazione abbia rappresentato un tentativo non troppo convinto di aggregazione semplicemente perché “la vera Europeizzazione” avrebbe sottinteso una rinunzia di sovranità a cui non tutti gli stati sottoscrittori erano disponibili – Italia compresa.
Ma la critica più forte deve essere fatta all’Italia: non in senso europeista ma nell’accezione di Stato.
Questa Italia deve riformare profondamente se stessa: culturalmente anzi tutto e secondariamente apportare quelle riforme – e quella elettorale così come impostata non pare essere la più indispensabile – in materia di articolo 5, articolo 18, giustizia e burocrazia tanto per citarne alcune che gridano vendetta alla loro mancata realizzazione in quest’ultimo ventennio: anni oscuri nei quali la politica ha speso il non spendibile per mantenere il controllo sul voto e garantirsi la permanenza al potere.
Riforme che devono essere realizzate non perché le chiede l’Europa ma perché rappresentano un dovere nei confronti delle generazioni future e che consentano negli anni la realizzazione di un Italia che possa sedere nel consesso Europeo con pari dignità di altri stati membri.
La sensazione è che il processo di riforme si scontri violentemente con i parametri di Maastricht, non negli obiettivi ma nei tempi e modalità di realizzazione. La ricrescita economica deve transitare dal rilancio di una nuova politica agricola – alla faccia di quote latte e frutta e verdura all’ammasso – da una gestione imprenditoriale dei beni artistici e culturali, da un rafforzamento del made in Italy (che è una delle poche cose che regge) dimenticandoci delle acciaierie e simili di un ipotetico e quanto mai sovrastimato “paese industrializzato”, dall’applicazione di una ricetta economica liberale. Uno sforzo immenso e radicale che può essere realizzato con la proverbiale tenacia teutonica e con sacrifici di tutti ma finalmente finalizzati ad un progetto strutturale dato che, alla luce dei fatti, la sola spending review non ha rappresentato e non rappresenta la soluzione al problemi dell’Italia.
Dati i fatti – limiti e vincoli – la ricetta liberale risulta difficilmente applicabile nell’Italia Europea al che, paradossalmente, potrebbe rivelarsi necessario “uscire temporaneamente” – e lasciatemi sottolineare il “temporaneamente” – da questa Europa (ivi compreso Schengen e Maastricht), in modo da poter trasformare l’Italia da progetto a realtà e contemporaneamente collaborare alla realizzazione dell’Europa di Altiero Spinelli.

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