universo depero

Il Museo Archeologico Regionale ad Aosta ospita “Universo Depero”, fino all’11 maggio. La personale di Fortunato Depero (1892-1960) interessa il periodo 1912-1950, illustrato attraverso100 opere, articolate in 6 sezioni: “Esordi e Futurismo”; “Clavel e il Teatro”; “Casa del Mago”; “Pubblicità”; “Stile d’acciaio”; “Rivisitazioni”. Si deve un ringraziamento speciale al MART per i prestiti delle opere, alcune delle quali sono inedite al pubblico.

Il percorso espositivo inizia con “Il Taglialegna” del 1912, che annuncia i suoi esordi da pittore simbolista; procede con la sua adesione al Futurismo, la partecipazione all’esperienza del déco e ad alcune rassegne del movimento Novecento; si conclude con il ritorno alla tradizione popolare trentina. Non poteva mancare il valore della pubblicità per Depero, qui in particolare rappresentato dalla ditta Campari, con 100 maxibottiglie di Campari Soda che riproducono la monodose disegnata da Depero nel 1932. Del resto, la pubblicità non è altro che uno degli aspetti della vita moderna, che dovevano essere totalizzati secondo il manifesto della “Ricostruzione Futurista dell’Universo” (1915), scritto da Balla e Depero.

Attratto dalla genesi e dalla funzione della forma, la sua affezione alla scultura è riflessa in tutti i suoi lavori, in cui appunto il carattere plastico è ben riconoscibile. In seguito alla formulazione del Manifesto, un nuovo oggetto artistico, il “complesso plastico”, entrò nel panorama della costruzione espressiva. I materiali più disparati costituiscono gli archetipi di una metodologia volutamente poliedrica e multidisciplinare. Meglio di chiunque altro futurista in carta, il maestro trentino riuscì a integrare gli elementi della vita quotidiana nella pratica artistica. “Rispetto ad una mostra di quadri, è più bello un negozio scintillante; un ferro da stiro elettrico è più bello di una scultura; la macchina per scrivere è più importante d’una tronfia architettura”.

Depero si attenne più agli ideali futuristi, e meno allo stile del movimento. Il suo Manifesto sancisce l’inizio della seconda generazione futurista, dove lo “spirito eroico” sembra essersi acquietato in favore di risultati nella realtà sociale e nel mercato economico. In mostra dipinti, arazzi, tarsie, panciotti futuristi, mobili, sculture, bozzetti, progetti, libri, disegni e schizzi documentano la sua ricerca.

Il suo interesse per il teatro, la danza e la grafica pubblicitaria lo portarono fino negli USA. Lì collaborò, come scenografo, con Leon Leonidoff, direttore artistico del “Roxy Theatre”; realizza copertine per giornali importanti, come “Vanity Fair”, “Vogue”, “Sparks”, “The New Yorker”, e lavora per la BBDO, una delle più importanti agenzie pubblicitarie. Depero rimase fedele alla rivisitazione iconografica di idee brevettate in patria. I suoi protagonisti sono per lo più pupazzi, provenienti dal mondo del teatro. Si affidò sempre all’espediente grafico del diagonalismo, in grado di conferire dinamicità alla composizione. Forti contrasti di luci e colori abitano un’attenta costruzione figurativa.

Ritornato in Italia, nel 1931 pubblicò il “Manifesto dell’Arte Pubblicitaria” futurista, in accordo con un’immagine pubblicitaria veloce, sintetica, affascinante. Sono esposti pezzi importanti, quali il bozzetto pubblicitario per “Uomo Matita” (1926-29), la copertina di “News Auto Atlas” (1930), il bozzetto di copertina per “Vanity Fair” (1930), versioni di “Costume Cifrato” (1929), “Coleottero Veneziano” (1938).

A fine anni ’40 un Depero disilluso, per quanto sempre pragmatico, si accostò alla natura, ai colori freddi e all’ortogonalità, e preferì il folklore e l’artigianato italiani. Si allontanò dal mondo della pubblicità e chiuse Casa Depero a Rovereto, una silver factory ante litteram, l’officina da lui fondata per la produzione di manifesti pubblicitari e arredo.

 © Rivoluzione Liberale

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