Un patto di collaborazione istituzionale alla base delle riforme, la nuova legge elettorale e la ristrutturazione del Senato. “Io spero che Forza Italia resti nell’accordo”, dichiara Matteo Renzi alle telecamere rivolgendosi, in primo luogo, al superamento del Senato. Nel mirino c’è ovviamente anche la nuova legge elettorale, l’Italicum, che dovrebbe essere varata entro il 25 maggio, prima delle Elezioni europee.

Il premier Matteo Renzi  nel frattempo incontra Denis Verdini e Gianni Letta per provare a sbrogliare la matassa di leggi, riforme e decreti che sta intasando le Camere, ridiscutendo anche la presenza di Forza Italia all’ interno del progetto riformatore. In ballo c’è soprattutto l’agibilità politica dell’ex Cavaliere che è salito al Colle con la speranza di poter ottenere un’ennesima via di uscita a proposito della sua personale situazione giudiziaria per la quale si avvicina il verdetto finale.

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Il fantasma della sentenza del 10 aprile tiene ancora tutti in sospeso. Il Cavaliere non cederà alla tentazione di tirarsi indietro autoescludendosi dai giochi e, nel contempo, rivendica la sua centralità all’interno del proprio partito , pena la buona riuscita delle riforme. “Ho bisogno dell’agibilità politica perché sono l’unico che può garantire la tenuta di Forza Italia sulle riforme”, è lo sfogo di Berlusconi che mette sul piatto della bilancia “l’essere l’unico garante possibile” di un accordo sulla fine del bicameralismo. Gli arresti domiciliari e una famiglia politica spaccata potrebbero produrre deleteri effetti collaterali per il progetto riformatore. Così Berlusconi tenta il colloquio con il Colle per garantirsi la sua libertà personale.

Uno scenario davvero surreale se si ragiona in termini di democrazia e libertà. Gli azzurri oscillano tra la voglia di opposizione ad un Governo che appoggiano sulle riforme e la necessità di essere comunque subalterni al suddetto Governo, del quale non fanno parte, per non rischiare di scivolare in un limbo preelettorale a dir poco pericoloso. Il Partito Democratico, a sua volta, non è conciato meglio. La minoranza ha deciso di “azzerare il congresso” e rottamare le vecchie leadership correntizie. Bersaniani, Lettiani, dalemiani, persino i cuperliani sono messi al bando e lo slogan ufficioso è “Adesso tocca a noi”, ossia i trentenni e i quarantenni, di matrice prettamente renziani, ansiosi di scrollarsi di dosso vecchie etichette di sinistra. Il capogruppo Roberto Speranza lancia l’“Area riformista” con l’obiettivo di “archiviare le contrapposizioni”; al giovane presidente dei deputati il premier Renzi ha affidato il compito di mediare in primo luogo per portare a casa le riforme senza molti intoppi e a colpi di numeri.

Il futuro è tutto da interpretare e da scrivere. Gli assetti politici sono tutti precari e tutti i partiti sono sottoposti ad una rigida riscrittura delle posizioni interne. L’atteggiamento nei confronti di Renzi è ambivalente su tutti i fronti. Renato Brunetta non smette di definire Renzi un “populista d’attacco” e i suoi ministri “dilettanti allo sbaraglio”, temendo forse la presa del potere da parte del “partito dei sindaci” di sinistra che potrebbe rafforzarsi con la nuova legge sull’abolizione delle Province. “Finché promuoverà politiche economiche di centrodestra, finché si adopererà per un riassetto istituzionale che coincide con la nostra visione delle riforme – afferma invece Angelino Alfano di Ncd – allora condivideremo l’obiettivo. Una volta fondata la Terza Repubblica, torneremo a competere”.

Nelle file dei democratici, infine, l’atteggiamento verso il premier Renzi è piuttosto ambivalente, soprattutto per quanto riguarda la riforma del Senato. Proporre un Senato elettivo non significa “mettersi di traverso”, ha affermato Vannino Chiti, il senatore del Pd che ha raccolto le firme di ventidue parlamentari e ha presentato un disegno di legge costituzionale alternativo al progetto del Governo.

La minoranza del Pd che cerca di portare avanti un diverso disegno di riforma del Senato continua a sostenere che “Renzi non è il verbo”. In effetti nessun leader politico dovrebbe rappresentare “il verbo” e i cittadini più che affezionarsi eccessivamente ad un capo dovrebbero preservare l’esistenza di una società critica e razionale, in cui non ci sia spazio per ogni genere di dogma e di ideologia perché arrendersi ad essi vuol dire mettere in pericolo la democrazia e attentare alla libertà.

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