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Tel-Aviv ha congelato il trasferimento delle tasse riscosse per conto dei Palestinesi. Mentre i colloqui sono ad un punto morto, gli americani plaudono.

Israele ha deciso giovedì scorso di applicare nuove sanzioni contro i Palestinesi, congelando il trasferimento delle tasse che riscuotono per loro conto, dopo una nuova riunione fiume tra negoziatori dei due campi, mediata dagli americani. Non si è riusciti a sormontare la crisi del processo di Pace, crisi scatenata dalla decisione del Governo israeliano di non liberare come previsto un quarto ed ultimo contingente di prigionieri. “E’ stato deciso di congelare il bonifico delle tasse raccolte in Israele per conto dell’Autorità palestinese, come rappresaglia alla richiesta di adesione della Palestina a 15 Trattati e Convenzioni internazionali”, avrebbe dichiarato un funzionario israeliano che ha chiesto l’anonimato. Queste tasse, il cui ammontare si aggira in media a 80 milioni di euro al mese, rappresentano più dei due terzi delle entrate del bilancio dell’Autorità palestinese. Secondo questa  voce anonima, Israele ha anche sospeso la sua partecipazione al progetto palestinese di sviluppo di un giacimento di gas al largo della striscia di Gaza e metterà un tetto ai depositi bancari palestinesi nei suoi uffici finanziari. Il negoziatore palestinese Saeb Erakat ha condannato “la pirateria israeliana e il furto dei fondi del popolo palestinese”.

Poco prima della precipitazione degli eventi, si era tenuto in un albergo di Gerusalemme un nuovo incontro tra negoziatori israeliani e palestinesi, mediato dell’emissario americano Martin Indyk, che aveva tentato di superare la crisi. Da parte israeliana erano presenti la Ministra della Giustizia Tzipi Livni e l’avvocato Yitzhak Molcho, rappresentante personale del Primo Ministro Benyamin Netanyahou, e per parte palestinese Erakat e il capo dei Servizi Majed Faraj. “Ci sono ancora importanti contrasti. L’incontro non ha portato a nessuno sbocco”, ha dichiarato Erakat dopo sette ore di riunione. La delegazione palestinese ha insistito per la liberazione del quarto ed ultimo gruppo di prigionieri. Richiesta non accolta. Dalla parte degli americani, il Dipartimento di Stato è rimasto compiaciuto per gli “intensi negoziati” a tre. “Le distanze si riducono, ma è prematuro ora speculare su di un accordo”, ha dichiarato il portavoce della diplomazia americana Jennifer Psaki. Ed ha anche precisato che Indyk sarebbe tornato a Washington nei prossimi giorni per “consultazioni”, ma che “sarebbe stato di ritorno nella Regione già la prossima settimana”. A questi risultati poco promettenti si è aggiunta la dichiarazione del  Ministro israeliano dell’Economia Naftali Bennett, capo del principale Partito Nazionalista religioso, Il Focolare ebraico, che ha fatto sapere giovedì che la sua formazione avrebbe lasciato la coalizione di Governo in caso di accordo che prevedesse la liberazione di prigionieri appartenenti alla minoranza araba di Israele. Inoltre Israele non transige sul fatto che “i Palestinesi tornino sulle loro richieste alle Nazioni Unite”.

Le Nazioni Unite hanno però già giudicato conformi alle procedure internazionali le richieste palestinesi di adesione ai 13 Trattati o Convenzioni internazionali delle quali le NU sono depositarie. Le richieste di adesione necessitano di 30 giorni dal loro deposito per diventare effettive. La Palestina ha inoltre chiesto alla Svizzera di aderire alla IV Convenzione di Ginevra dell’Agosto 1949 sulla protezione dei civili in territorio occupato e ai Paesi Bassi l’adesione alla Convenzione dell’Aia dell’Ottobre 1907 sulle leggi ed usi della  guerra terrestre. Secondo alcuni funzionari palestinesi, giovedì 10 Aprile la Palestina è diventata ufficialmente “un’Alta Autorità  contraente” della IV Convenzione di Ginevra, che vieta alla potenza occupante di trasferire la sua popolazione sul territorio occupato, un testo considerato dalle Organizzazioni per la difesa dei Diritti Umani come un divieto di colonizzazione israeliana.

Secondo l’intesa raggiunta nel Luglio del 2013 sotto l’egida del Segretario di Stato americano john Kerry, Israele si era impegnato a liberare in quattro fasi 104 prigionieri incarcerati prima del 1993. In cambio, la direzione palestinese aveva consentito di sospendere fino alla fine dei negoziati qualsiasi pratica di adesione agli organismi internazionali, ivi comprese le istanze giudiziarie di competenza mondiale suscettibili di perseguire Israele. I colloqui riaperti il 29 Luglio scorso dopo tre anni di sospensione sembrano essersi impantanati sull’insieme delle questioni centrali del conflitto: le frontiere, le colonie, la sicurezza, lo statuto di Gerusalemme e i rifugiati Palestinesi.

Ci sarà mai un punto fermo invece di una serie di virgole?

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