* articolo tratto da IL TEMPO.IT

Il progetto riformatore del Premier sembrerebbe voler affrontare alla radice i problemi del Paese. Parlo delle riforme istituzionali quali la nuova legge elettorale, l’abolizione del Senato e delle Province, e inoltre il taglio della spesa pubblica, la riforma della burocrazia e la riduzione delle imposte. Tali riforme, da sempre invocate da molti italiani, tra cui il sottoscritto, se portate a termine, sicuramente avvierebbero un percorso finalmente virtuoso per l’economia del nostro Paese. Tuttavia quello che impensierisce, è il dissenso manifesto o strisciante che si sta palesando sulle stesse, oltre che il modo in cui queste riforme si stanno avviando. Sull’Italicum si dibatte se la riforma elettorale debba farsi prima o dopo le elezioni europee, e il taglio del Senato e delle province, rischia di trasformarsi in una burla (per dirla alla toscana). La soluzione seria per il Senato sarebbe stata o quella di abolirlo, o di trasformarlo, non in una camera di rappresentanti politici, bensì di rappresentanti delle categorie produttive del Paese. Così come ipotizzato invece, finirà per costituire uno strumento sostanzialmente inutile, caratterizzato da una duplicazione di ruoli da parte di sindaci, presidenti delle Regioni e rappresentanti degli enti locali, divenuti senatori, che già dovrebbero svolgere il loro compito nelle proprie sedi istituzionali e lo fanno non certo bene, a cui andrebbe a sommarsi l’incarico assegnato dal Senato, che diventerebbe a questo punto, impossibile da portare a termine. Se a questo si aggiunge che, ancora una volta, si catapultano dall’alto i Senatori nominati dal Presidente della Repubblica, ben 21, si capisce come questa riforma sia sostanzialmente inutile. Infine permarrebbero i costi assolutamente inaccettabili, se comparati a quelli di dipendenti con i medesimi livelli in tutti i luoghi di lavoro, di uscieri, segretari, consulenti, funzionari e via elencando, che rimarrebbero assolutamente identici.

Per quanto riguarda le Province, la recente approvazione alla Camera del disegno di legge si è tradotta in un’altra mistificazione. Le Province non sono abolite perché per farlo ci vorrà una revisione costituzionale intervenendo sul titolo V della Costituzione e ci vorranno mesi perché questo accada. I dipendenti delle Province attuali andranno ad aggravare i costi delle regioni o dei comuni mantenendo la loro retribuzione e l’anzianità. Le competenze provinciali, molto spesso inutili e ripetitive, verranno trasferite alle regioni e ai comuni, o alle aree e città metropolitane, e qui rasentiamo il ridicolo, perché di fatto esse saranno con competenze e costi come le province, fintanto che non saranno abolite dalla riforma costituzionale e quindi di fatto, continuando ad esistere. Al posto delle Province inoltre ci saranno ben 15 aree metropolitane, rispetto ai Paesi europei dove sono al massimo due per nazione, che di fatto saranno la stessa cosa delle province, nominalisticamente diverse ma sostanzialmente identiche e, in queste aree, avremo un incremento del personale politico, poiché il numero dei consiglieri varierà da 14 a 24 con aumento rispetto a quelli attuali, perché passeremo da 3.500 eletti a 30.000 nuovi con incarichi difficilmente compatibili. L’unico risparmio sarebbe rappresentato dal fatto che non ci saranno più le elezioni dei rappresentanti politici nella provincia.

A fronte della cancellazione del ceto politico (35 milioni) e all’abolizione del voto popolare (63 milioni) avremo costi per 1,4 miliardi di spesa pubblica per il passaggio delle funzioni dalle Provincie a Regioni e Comuni. In altri termini, tutte le proposte che appaiono solutorie, in realtà mostrano la corda. Parimenti sulla spending review c’è un ripensamento sulle proposte di Cottarelli ed i tagli si vedono finora soltanto dalla vendita di poche decine di auto. Appare evidente che le uniche cose certe saranno ancora una volta le tasse e le imposte, poiché accanto all’Imu, sparita sulla prima casa, e addebitata sulla seconda, sono state introdotte la Tari e la Tasi, che graveranno comunque su tutte le case del cittadino, senza avere un’effettiva funzionalità e rappresentano di fatto imposte patrimoniali, come appare evidente, essendo una parametrata ancora una volta sul rapporto mq/rifiuti, mentre l’altra sui servizi (quali ci chiediamo?)/mq e inghiottiranno rapidamente gli 80 euro promessi in più sulle retribuzioni.

Io credo che l’unica strada percorribile, come ho avuto modo più volte di dire, sia la vendita dell’ingente del patrimonio pubblico immobiliare, attraverso la creazione di un veicolo finanziario in cui conferirlo e i cui titoli sottoscritti dai risparmiatori italiani, o stranieri darebbero le risorse da destinare ad abbattere il debito pubblico riducendo così la spesa per gli interessi, e liberando quote di risorse pubbliche da destinare al sostegno e all’incentivazione degli interventi per lo sviluppo economico. In parallelo la riforma della burocrazia la cui inefficacia e rilevanza di adempimenti spesso costosi e inutili, pretesi da soggetti professionalmente non adeguati che non rispondono mai dei loro errori, costituisce il vero problema del Paese. Il silenzio – rifiuto con cui si connota la burocrazia è un modo di governare antidemocratico che costringe il contribuente ad adire spesso la magistratura per sapere il perché del rifiuto, con un lungo e faticoso iter che rimane sempre senza colpevoli. Il taglio dei costi di quegli apparati, siano essi della Presidenza della Repubblica, del Parlamento, della Corte Costituzionale della Corte dei Conti, dei tribunali civili, penali ed amministrativi e soprattutto delle inutili Autorities e via elencando dovrebbe ammontare ad un importo di almeno 30/50 miliardi. Parimenti è necessaria una riduzione dell’imposizione che grava con 100 tasse sul contribuente deprimendo la sua capacità produttiva, e finalmente caratterizzandola con solo tre aliquote che prevedano un prelievo non superiore complessivamente al 33% con una riduzione di 30/50 miliardi, pari a quella ottenuta con il taglio della spesa. Se ciò verrà fatto, si potrà legittimamente «sforare» il vincolo che non consente di superare il 3% nel rapporto tra il disavanzo dei nostri conti pubblici ed il Pil. Attraverso una presa parimenti d’atto che la lotta all’inflazione non può né debba essere l’unico obiettivo della politica economica, si potrà guardare al rilancio del sistema Paese intervenendo nella cultura, nell’istruzione e nella ricerca, come strumento per la crescita della nostra economia, in parallelo alle attività produttive. Se non sarà così queste riforme saranno come l’apposizione del logo PSE nel simbolo del PD per le europee. Una operazione di facciata con la vittoria della vecchia anima della sinistra, dei sindacati e della burocrazia conservatrice ed una sconfitta per il riformismo blairiano di Renzi.

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