degenerate art

La Neue Galerie di New York, una perla tra gli alti edifici dell’Upper East Side, ospita fino al 30 giugno Degenerate Art: The Attack on Modern Art in Nazi Germany, 1937. L’esposizione è appunto un remake della Degenerate Art Exhibition viaggiante per 3 anni tra Germania e Austria, in quest’occasione arricchita dalla coscienza storica a posteriori.

Il terzo e il secondo piano presentano una selezione delle opere che il Terzo Reich definiva arte “degenerata”. Dal tardo 19esimo secolo il termine “degenerato” veniva utilizzato per definire  l’anormalità psichica di alcuni soggetti, poi traslato dai Nazional-socialisti durante la loro campagna contro l’arte moderna tedesca. Negli anni ’30 ebbe luogo quest’operazione di politica culturale, non sempre univoca, che conosceva il proprio picco propagandistico nel 1937 a Monaco.

Il giorno prima era stata inaugurata la Great German Art Exhibition presso la Casa dell’Arte Tedesca, un edificio moderno. Mentre le sale piccole e buie del vecchio Istituto di Archeologia mostravano in parallelo l’arte degenerata, suddivisa in sezioni tematiche, tuttavia senza alcun riguardo curatoriale, ammassata, con slogan denigratori e rare didascalie imprecise, spesso priva di cornice. Non era stato realizzato nessun catalogo, tanto che la ricostruzione può solo essere sommaria attraverso le fonti secondarie. Sappiamo che l’affluenza era stata straordinaria, di molto superiore a quella d’arte riconosciuta dal Regime; solo a Monaco si erano raggiunti i 2 milioni.

Per la realizzazione migliaia di opere erano state confiscate da musei, studi e collezioni private, e dopo la mostra vendute, perse e presumibilmente distrutte, in alcuni casi reinserite nel contesto originale. Non è stato dunque così semplice organizzare la collettiva e riunire le opere necessarie. Si inizia con un confronto tra l’arte degenerata e l’arte approvata; ci si focalizza poi sugli espressionisti Emil Nolde ed Ernst Barlach, inizialmente ben visti dal Regime; si concentra sul gruppo di die Brücke di Dresda, luogo della mostra nazista precorritrice di quella del 1937; si sposta alla Bauhaus, perseguitata e chiusa dal Regime; si conclude con il tema dell’esilio degli artisti dalla Germania.

Al terzo piano, dopo dei poster relativi alla versione tedesca dell’esposizione, la stessa sala mette a confronto l’arte ufficiale tedesca, ossia quella nazista di rappresentanza, con l’arte degenerata. Adolf Ziegler con l’idealizzazione della figura umana nel trittico “The Four Elements” del 1937 incarna il gusto e ciò che Hitler immaginava come arte del futuro; in confronto è il trittico di Max Beckmann, “Departure” (1932-35), un inno di pittura metafisica alla Libertà. Dal fronte della scultura il “Decathlete” (1936), simbolo della forza e del rigore ariani, di Richard Scheibe fronteggia la deperita “Hungry Girl” (1925) di Karel Niestrath che rappresenta la situazione socio-economica di allora, assieme a “The Berserker” (1910), “Christ and St. John” (1926) e “The Reader” (1936) di Ernst Barlach.

Si procede nella sala successiva con altri pezzi significativi, come l’olio “The Eternal Wanderers” (1919) del pittore primitivista ebreo Lasar Segall; “Barber Shop” (1913) di Erich Heckel, espressionista di die Brücke, diffidato dall’esporre; “Tower of Soest” (1916 ca.) del più vecchio espressionista Christian Rohlfs; “A Group of Artists (The Painters of the Brücke)”  (1925-26) di Ernst Ludwig Kirchner. Un’ulteriore sala è dedicata a lavori grafici, disegni e acquarelli, con l’acquarello “The Twittering Machine” del 1922 di Paul Klee e una riproduzione del collage “The Attack on the Bauhaus” (1932) di Iwao Yamawaki. Si completa il percorso del piano con 2 acquarelli della serie “Unpaid Pictures” (1938-45) di Emil Nolde, a cui era stato vietato di dipingere.

Si scende al secondo piano, che ospita parte della collezione permanente, per visitare “The Writer Walter Mehring” (1926) e “The Writer Max Hermann-Neisse” (1925) di George Grosz, l’artista ebreo anachico politicamente più pericoloso al tempo e “The Damned” (1944)  dell’ebreo Felix Naussbaum-Haus Osnabrück. Non mancano esempi di mobili e oggetti di design in metallo provenienti dalla Bauhaus, considerata focolaio di un’estetica e di uno stile di vita contrari alla tradizione tedesca.

Lo svilimento per l’arte vissuta dal Terzo Reich come una minaccia all’ascesa dell’egemonia nazista è ora riproposto in chiave storica. L’allestimento è molto misurato, ma il taglio enciclopedico rimane ad ogni modo rischioso: si parla del voler strafare e occuparsi di ogni singolo aspetto devolvendo eguale attenzione. Il risultato? Un prodotto difficilmente omnicomprensivo, tuttavia più analitico nella selezione dei pochi lavori che può esporre un polo di medie dimensioni.

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