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Rassicurare. Questa era la priorità del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas. Ha promesso che il futuro Governo di unità Nazionale palestinese composto da personalità indipendenti, in accordo con Hamas, avrebbe respinto la violenza e rispettato gli impegni internazionali. Ma per lo Stato Ebraico l’aver ratificato un accordo di riconciliazione con Hamas, movimento islamista al potere a Gaza, Abbas vuol dire aver dato “il colpo di grazia” al processo di Pace.

“Il prossimo Governo obbedirà alla mia politica”, ha dichiarato Mahmud Abbas ai membri del Consiglio Centrale Palestinese (CCP), un organo dirigente dell’OLP che presiede, riuniti a Ramallah  lo scorso fine settimana. “Riconosco lo Stato d’Israele, respingo la violenza e il terrorismo e rispetto gli impegni internazionali” ha dichiarato in riferimento alle esigenze del Quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Russia, Unione Europea e ONU) per aprire il dialogo con Hamas: il riconoscimento di Israele e degli accordi firmati con lui, e la rinuncia alla lotta armata. Secondo i termini del nuovo accordo di riconciliazione concluso mercoledì 23 Aprile, l’OLP e il movimento islamista si sono accordati per formare un Governo di “consenso nazionale” che verrà a diretto da Abbas stesso e che sarà composto da personalità indipendenti. Questo ultimo episodio della storia infinita della riconciliazione nazionale palestinese, lanciato tre anni fa da una serie di accordi rimasti essenzialmente lettera morta, ha provocato le furie di Israele che considera Hamas come un “gruppo terrorista”. Come rappresaglia, il Governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha sospeso i colloqui di Pace rilanciati lo scorso Luglio sotto l’egida di Washington, già partiti male, che avrebbero dovuto portare ad un accordo di massima entro il 29 Aprile. Mahmud Abbas ha sottolineato, ne suo discorso, che, come avviene dall’inizio del processo di Pace cominciato più di 20 anni fa, i negoziati con Israele sarebbero stati condotti non dal nuovo Governo, ma dall’OLP che “rappresenta l’insieme del popolo palestinese”. Su questo punto ha riaffermato la sua opposizione all’esigenza di Netanyahu di veder riconosciuto Israele dai Palestinesi come “Stato del popolo ebreo”, ricordando che riconoscevano lo Stato d’Israele dal 1993. “Non accetteremo mai di riconoscere uno Stato ebraico”, ha affermato. Fermamente. “Il nuovo Governo, dovrà occuparsi di ciò che accade all’interno dei Territori palestinesi”, ha puntualizzato Abbas. L’OLP, viene riconosciuta internazionalmente come “unico rappresentante del popolo palestinese” e a questo titolo, è la sola ad essere abilitata a negoziare in suo nome. Hamas ha definito il suo discorso “positivo” salutando soprattutto il “non riconoscimento dello Stato ebraico”. Il Presidente palestinese ha anche ripetuto che era disposto a prolungare i colloqui con Israele al di là della scadenza del 29 Aprile, ma a condizione che il Governo di Netanyahu liberasse i prigionieri, congelasse la colonizzazione e accettasse di discutere sulle frontiere del futuro Stato palestinese. “Abu Mazen (il soprannome di Abbas) ha riciclato le stesse condizioni sapendo già che Israele non le avrebbe accettate”, ha reagito Israele in un breve comunicato. “Oggi, ha dato il colpo di grazia al processo di Pace”, ha aggiunto.

Israeliani e Palestinesi hanno moltiplicato i gesti di ostilità da quando Israele ha rifiutato di rilasciare come previsto il 29 Marzo un ultimo contingente di prigionieri, chiedendo un prolungamento dei negoziati di Pace fino alla fine dell’anno. Per tutta risposta, Mahmud Abbas ha deciso di aderire a 15 Agenzie e Trattati internazionali. Il Presidente palestinese ha avvisato che in virtù dello Statuto di Stato osservatore ottenuto dalla Palestina il 29 Novembre del 2012 alle Nazioni Unite, aveva il diritto di chiedere l’adesione ad alcune delle 63 organizzazioni e convenzioni internazionali. Infine, Abbas ha lasciato planare la minaccia di una auto dissoluzione dell’Autorità palestinese, che dirige, incaricata di amministrare le zone autonome della Cisgiordania. Questo costringerebbe Israele ad assumersi la responsabilità diretta della popolazione di questo territorio occupato, come prima degli accordi di Oslo del 1993. Da parte americana, il Segretario di Stato John Kerry, padrino del processo di Pace, ha dovuto prendere atto del fallimento della sua iniziativa. Almeno a questo stadio del processo. L’Iran considerato da Israele come il suo peggiore nemico, ha salutato la “riconciliazione” palestinese “contro il regime sionista”. Ma, ad onor del vero, il Presidente palestinese ha condannato Domenica, con una dichiarazione senza precedenti, il genocidio ebreo. La dichiarazione è stata pubblicata lo stesso giorno in cui Israele commemora ufficialmente la Shoah. Inoltre, ha chiesto nuovamente al Governo israeliano di concludere una Pace “giusta” con i Palestinesi. Non è la prima volta che il Presidente palestinese, al quale è stato rimproverato di aver messo in dubbio l’ampiezza del genocidio nel suo dottorato ottenuto all’Università di Mosca nel 1982, denunci il “crimine” dell’Olocausto, ma questa è la condanna più forte fatta fino ad oggi. Ed è stata diffusa anche in arabo. Abbas aveva preannunciato questa dichiarazione la settimana scorsa durante un colloqui con un rabbino americano, Marc Schneier, avvocato del dialogo tra musulmani ed ebrei. L’impressione degli osservatori è che le sue parole siano legate ai problemi politici del Medio Oriente e al processo di Pace, oggi nell’impasse totale.

Durante il Consiglio dei Ministri settimanale, Netanyahu ha accusato Hamas di negare da sempre l’Olocausto e tenta di creare un altro Olocausto distruggendo lo Stato d’Israele. “Invece di fare dichiarazioni che mirano solo a tranquillizzare l’opinione pubblica internazionale, Abu Mazen deve scegliere tra l’alleanza con Hamas e la vera pace con Israele”, ha insistito il Primo  Ministro. La sua coalizione di Governo appare divisa sul futuro dei negoziati, essendo i Ministri più moderati, come Tzipi Livni e Yair Lapid, sostenitori dell’”attesa” della composizione del nuovo Gabinetto palestinese prima di sotterrare definitivamente la Pace.

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