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Gli insorti sunniti non sono riusciti a colpire il loro obbiettivo. Le elezioni politiche irachene dello scorso mercoledì 30 Aprile, che avevano promesso di boicottare, sono trascorse in una calma inattesa, nonostante 16 persone siano state uccise quel giorno. Uno dei bilanci più bassi del mese di Aprile. “E’ uno schiaffo per il terrorismo, il voto ha prevalso su Al Qaeda e sullo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (EIIL)”, ha dichiarato con grande fierezza il Primo Ministro Nouri Al-Maliki. Ma il Paese sprofonda nel caos, appena due anni dopo lo sgombro degli americani.

Il Primo Ministro iracheno Al-Maliki dovrebbe uscire vincitore da queste elezioni. Malgrado ciò, il suo bilancio è piuttosto cupo, vista la reviviscenza di Al Qaeda, le violenze comunitarie e l’impotenza dello Stato. Nel 2013 sono morte più di settemila persone. Gli attentati nel mese di Settembre 2013, mese più insanguinato del 2013, sarebbero stati 880. Dagli inizi di Gennaio, le persone rimase uccise sarebbero già 3017. E’ diventata un’abitudine macabra. Ogni settimana delle bombe esplodono a Baghdad, Mossul e in tante altre città più o meno grandi. L’Iraq sembra più che mai in preda alla violenza. Questi atti di terrorismo sono rivendicati essenzialmente dall’EIIL, un ramo di Al Qaeda. Il loro obbiettivo? La comunità sciita, maggioritaria nel Paese. Le tensioni tra sunniti e sciiti non nascono ieri. Queste due comunità sono sempre state rivali. Per motivi religiosi: queste due tradizioni dell’Islam si confrontano in tutto il mondo Musulmano. Ma non solo: in Iraq, il loro antagonismo è legato anche alla storia della popolazione del Paese. La maggior parte degli Arabi di Iraq sono originari della maggioranza delle tribù sunnite che sono migrate dalla Penisola arabica, si sono sedentarizzate e sono diventate sciite, mentre le ultime tribù nomadi sono diventate famiglie regnanti. Questo rapporto di dominanti (i sunniti) verso i dominati (gli sciiti) si è perpetuato nella Storia dell’Iraq, ma il confronto tra le due comunità non ha mai preso una connotazione confessionale. Almeno fino all’arrivo degli americani. Quando questi ultimi prendono il controllo del Paese, nel 2003, commettono un errore: mettono in un angolo la comunità sunnita, che associano al Regime di Saddam Hussein e offrono il potere agli ex esclusi dello Stato iracheno: gli sciiti e i Curdi. I sunniti, minoritari, prendono le armi e dal 2005 al 2008, una violenta guerra interconfessionale devasta il Paese. E’ su questo fertile terreno che si sviluppa il ramo iracheno di Al Qaeda. Oggi, quest’ultima ha reclutato molti giovani iracheni disoccupati che hanno trovato un modo per sbarcare il lunario associandosi a questo gruppo. Il discorso però va radicalizzandosi. Durante la guerra del 2005-2008, sunniti e sciiti combattevano per conquistare dei territori, oggi, c’è da parte dei sunniti la costruzione di un discorso di odio, d’anatema, nei confronti degli sciiti, reso legittimo dalle autorità religiose straniere, come lo Sceicco Al Qaradawi in Qatar. Il risultato? Gli sciiti laici che avevano accantonato la loro identità religiosa finiscono per rivendicarla nuovamente.

Il grande problema deriva da uno Stato incapace di far fronte a questo tipo di violenza perché è lui stesso uno Stato confessionale. Gli incarichi sono stati distribuiti in funzione dell’appartenenza religiosa, come in Libano, ma con una differenza rilevante: se nel Paese del Cedro, la distribuzione avviene per legge, in Iraq tutto è ufficioso. I posti di comando vengono divisi per tre: il Presidente Curdo, Jalal Talabani viene così affiancato da due vice presidenti, uno sunnita e l’altro sciita, e così per tutte le cariche importanti. Risultato: la paralisi totale. Si assiste anche ad una “clanizzazione” del Regime. In previsione delle elezioni politiche, il Primo Ministro Al-Maliki ha blindato il potere. Ha messo l’esercito sotto controllo, ha piazzato suo figlio come capo del suo Gabinetto e suo cugino ai Servizi. L’ex opposizione di Saddam Hussein riproduce in questo modo le pratiche del regime autoritario che aveva lei stessa combattuto, prova che il progetto americano di gettare le basi della Democrazia in Iraq per ora ha fallito. Il Governo sembra anche essere incapace di reagire allo sfaldamento del Paese. Mentre la produzione di petrolio è ripresa, i servizi di base non funzionano. Agli iracheni manca tutto, l’acqua, l’elettricità e la sicurezza. Le elite sono  screditate.  Al-Maliki ha delle grandi responsabilità nella ripresa violenta degli attentati. Ma la classe politica nulla può nei confronti del suo stile settario e brutale. In questo contesto è facile che le spinte autonomiste si facciano sempre più pressanti. Nel Nord, il Kurdistan iracheno, che già gode di una certa autonomia dalla fine della prima Guerra del Golfo (1990-91) si allontana sempre più da Baghdad. L’arabo non vi è più parlato e i Curdi stipulano contratti petroliferi con le imprese straniere senza riferire alla capitale. Ma i Curdi non sono i soli a volersi emancipare dal potere centrale:gli sciiti del Sud, della zona di Bassora, voglio anche loro maggiore autonomia. Le Regioni che chiedono l’autonomia sono quelle dove si trovano le riserve di petrolio: nel sud sciita, vicino a Bassora e nella provincia di Maysan, nei pressi di Amara, così come al Nord, nelle regioni curde ai piedi di Kirkuk, mentre le regioni del Centro e dell’Est ne sono relativamente sprovviste. Questo squilibrio alimenta le spinte autonomiste, vedi separatiste, che agitano le periferie del Paese dove i dirigenti locali e la popolazione civile si dichiarano favorevoli al decentramento nella gestione degli idrocarburi. Temendo di essere messi fuori dalla rendita petrolifera, i sunniti hanno a lungo lottato contro il principio del federalismo in Iraq, prima di cedere ad una posizione più smussata.

Nel 2011 diverse provincie sunnite hanno chiesto anche loro un referendum sulla loro autonomia e questo perché la scoperta recente di risorse di gas in una provincia sunnita ha assicurato agli abitanti sostanziosi guadagni. E’ ancora il petrolio che permette ai gruppi armati di prosperare grazie al contrabbando, già moneta sonante ai tempi del vecchio regime e del pesante embargo tenuto durante l’occupazione americana. Sottoposto a tutte queste forze contrarie, il Paese rischia di arrivare ad un punto di non ritorno, esplodere e frammentarsi nell’indifferenza quasi totale del Mondo occidentale.

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