Einaudi Luigi

In questa convulsa campagna elettorale per le Europee 2014, accanto a sentimenti dichiaratamente antieuropeisti ed estremamente populisti – contro la moneta unica e la politica di austerità – emerge il ritorno di un sogno: gli Stati Uniti  d’Europa. La stessa Europa più forte e più coesa alla quale aspiravano i padri fondatori. “La guerra presente è la condanna dell’unità europea imposta con la forza da un impero ambizioso – affermava Luigi Einaudi in un articolo sul Corriere della Sera del 1918 – ma è anche lo sforzo cruento per elaborare una forma politica di ordine superiore. Questa deve essere il frutto degli sforzi di uomini convinti che soltanto le cose impossibili riescono ed hanno fortuna; ma devono essere sforzi indirizzati non ad affermare maschere false di verità, ma ideali concreti, saldi, storicamente possibili”.

Per far sì che l’Europa sia più forte e più coesa le regole devono necessariamente cambiare. Il pareggio di bilancio deve essere accompagnato da una volontà politica più ampia, volta alla costruzione di “un destino comune”, e l’“Unione light” ipotizzata dal premier Renzi è solo una prima tessera di un mosaico europeo in preda all’integrazione. Un’integrazione che non può avere esclusivamente un valore economico. Altresì, i singoli Paesi membri devono sentirsi ognuno parte integrante di un sistema politico-culturale rispettoso delle peculiarità dei diversi popoli che sia, nello stesso tempo, in grado di coniugare in un’unica volontà risolutiva i problemi di un’Europa in crescita in un mondo globalizzato. L’Unione europea dovrebbe, in pratica, rivelare la propria anima inclusiva e non esclusiva.

Ceduta parte della propria sovranità nazionale all’Unione europea, ogni Stato membro dovrebbe riconoscersi nel progetto di un’Europa unita. Secondo Luigi Einaudi per liberarsi dalle perniciose inconcludenze della soluzione statocentrica occorreva instaurare una confederazione, disciplinata e retta organicamente da un governo sopranazionale al quale i vari componenti dovevano cedere una parte consistente della propria sovranità. Era questo per Luigi Einaudi (e per i padri fondatori) il percorso obbligato per realizzare la pace e potenziare la libertà in Europa e nel resto del mondo.

Oggi, il linguaggio della tecnocrazia adottato dalle istituzioni europee – e la presenza di Stati ‘forti’ (soprattutto dal punto di vista economico) all’interno dell’Unione – penalizza il sogno europeo, compromettendone la buona riuscita. Il sogno europeo riguarda il futuro ma comporta anche il riconoscimento fiero di un passato speso per la conquista della libertà e della democrazia.

Gli Stati Uniti d’Europa non possono rimanere un sogno ma devono, necessariamente, tradursi nella volontà politica di pensare, lavorare e progettare un destino comune da realizzare in pratica senza ricatti o compromessi, scardinando “lo spread del populismo” che, più dello spread finanziario, rischia di cancellare i sacrifici e i buoni propositi dei padri fondatori, coloro che hanno fortemente creduto nel progetto di un’Europa ‘unita’.

La crescente disaffezione nei confronti dell’Unione europea punta il dito sul rigore e l’austerità che hanno lasciato da parte le politiche di equità necessarie per saldare insieme i popoli d’Europa, affinché emanassero un’unica voce rivendicando nel contempo le proprie radici culturali e storiche, la propria identità di cittadini europei per i quali, indistintamente, sono validi comuni canoni di giustizia sociale.

I burocrati europei non possono rimanere chiusi nelle loro certezze di uomini di conto. Il fallimento dell’unione economica è sotto gli occhi di tutti e tutto ciò comporta la presa di coscienza di un’Europa diversa, in cui avere meno regole non vuol dire rinunciare o, tantomeno, non rispettare il pareggio di bilancio, bensì ripristinare la logica delle idee e degli ideali che contrasta duramente la logica dei numeri e delle percentuali. Un’Europa ‘unita’, infine, vuol dire anche avere delle ‘regole comuni’. Non si può competere avendo delle regole diverse.

La conclusione di Luigi Einaudi è categorica: “Bisogna distruggere e bandire per sempre il dogma della sovranità perfetta. La verità è il vincolo, non la sovranità degli Stati. La verità è l’interdipendenza dei popoli liberi, non la loro indipendenza assoluta”.

Mentre per la maggior parte degli italiani lo Stato nazionale continuava a essere la forma indiscussa di organizzazione politica, il pensiero di Luigi Einaudi si emancipava dalla suddetta prospettiva nazionale per leggere la storia da un punto di vista sovranazionale. Un pensiero dal sapore estremamente attuale quello di Luigi Einaudi perché, in definitiva, l’Europa aspira ancora oggi ad essere una federazione di popoli liberi contro il mito dello Stato sovrano.

Torna in auge il problema storico fondamentale del Novecento: Il superamento dello Stato nazionale sovrano finalizzato all’unificazione europea e mondiale. Nel contempo, Einaudi ebbe forte il senso dell’autonomia europea rispetto alle superpotenze e non accettò la riduzione del continente a una condizione di vassallaggio, scongiurabile proprio con la realizzazione della federazione europea. L’unione, non la protezione americana, poteva, per Einaudi, garantire ai cittadini europei ciò che gli Stati nazionali non erano più in grado di assicurare: sicurezza e benessere.

La necessità, in sostanza, consiste nel realizzare ‘un’Europa diversa’ che non risponda esclusivamente ad una volontà finanziaria. Un’Europa che abbia la forza di emanciparsi dalla forza distruttiva dello spread (e dalla regia dei Paesi ‘forti’) attraverso la salvaguardia della propria identità politica e culturale, inaugurando così un nuovo Risorgimento per l’Unione europea.

Di formazione mazziniana, Luigi Einaudi aveva rafforzato il proprio europeismo all’indomani della Grande Guerra nella consapevolezza che la civiltà europea avrebbe potuto salvarsi dall’autodistruzione soltanto perseguendo la via degli Stati Uniti d’Europa. Nel contempo, Einaudi affidava il nuovo Risorgimento dell’Italia alla sua collocazione nella prospettiva dell’integrazione europea.

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