renzi-europa

Matteo Renzi è sempre più convinto di approdare alla fine della legislatura e fissa al 2018 la scadenza del suo attuale mandato di governo. “Io non lascio, raddoppio” – afferma Renzi di fronte all’Assemblea Pd riunita al Nazareno – dove raddoppiare vuol dire rilanciare il piano delle riforme – dalla legge elettorale al rinnovo di Palazzo Madama – arenatosi a causa della campagna elettorale. Il pacchetto di annunci è di nuovo consistente: giustizia, pubblica amministrazione, semplificazione, occupazione, politica industriale, terzo settore ma la “madre di tutte le riforme” rimane il lavoro. Sull’onda del 40% Il partito dem sembra voler rinunciare all’anima correntizia assecondando la “gestione unitaria” del suo giovane leader che ora gode del consenso di una consistente fetta della società italiana. Renzi non si lascia comunque conquistare dagli entusiasmi post elettorali richiamando tutti alla “corresponsabilità” affinché il 40% non sia “un accidente della storia”, bensì un “obiettivo stabile”. La rottamazione della vecchia classe dirigente e (soprattutto) dei vecchi modelli interni alla sinistra inizia a dare i suoi frutti. Il risultato clamoroso delle Europee ha incoraggiato l’uscita del vecchio e l’affermarsi del nuovo accelerando il processo di “gestione unitaria” che per ora sembra mettere d’accordo tutti, anche coloro che come Civati si dichiarano né renziani né antirenziani, ma che non intendono ostacolare il processo di riforme per il bene del Paese. All’improvviso sono sparite le divisioni e la pacificazione miracolosa ha spazzato via i vecchi rancori della minoranza dem trasformando il Partito democratico in un partito ideale che, stando alle parole del suo leader, discute “con serenità”.

Si tratta di una vera forma di maturazione oppure il Pd è nettamente ubriacato dall’entusiasmo del 40%? Solo la storia dei prossimi mesi confermerà o smentirà tale stato dell’arte; per ora Cuperlo, esponente della storica e strenua minoranza dem, chiede a Renzi più pluralismo altrimenti “non c’è più il Partito democratico”. Se vuole davvero rendere unitario il suo Pd Renzi dovrà quindi essere in grado di coniugare leadership e pluralismo, scongiurando nel contempo la rinascita di una opposizione interna che potrebbe ammaccare il successo del leader fiorentino.

Per ora quel che conta è “la ditta”, come ama dire Pier Luigi Bersani che pur non ha rinunciato a correggere l’Italicum. Renziani della prima e della seconda ora sembrano tutti riuniti attorno al loro leader, colui che finalmente ha fatto del Pd un partito degno del voto. E anche se le correnti esistono ancora si sono letteralmente assopite in virtù di un vento buono che spira sul mare nostrum renziano. Bersaniani, lettiani, franceschiniani, dalemiani, fassiniani, veltroniani, sembrano essere i nomi di antichi popoli della politica che la nuova politica di Renzi intende rottamare costruendo “un Pd che studia di più” e aprendo la strada ad una “campagna di formazione politica”.

Vogliamo metterci la residenza in questo 40% – ha affermato Renzi di fronte alla platea dem riunita al Nazareno – o vivere la soddisfazione dell’istante?” Il trionfo inatteso ha di colpo pacificato il Pd che ora ascolta il suo leader incassando i richiami all’ordine. “La straordinaria ampiezza del risultato non è solo per il Pd o per il suo leader”, afferma Renzi sicuro di sé, e aggiunge: “È il voto degli italiani per l’Italia e ci impone di provare a cambiare l’Italia e l’Europa in modo forte”.

In definitiva superato lo scoglio delle elezioni europee ora occorre ripensare l’Europa. “L’Europa deve parlare ai cittadini”, afferma il premier Renzi che ribadisce: “Per salvare l’Europa bisogna cambiare l’Europa”. L’avanzata degli euroscettici impone, inoltre, una dura revisione dei trattati e delle regole del gioco.

Gli ultimi dati di Eurostat confermano che nel primo trimestre del 2014 la zona euro è cresciuta meno del previsto. Solo la Germania è in attivo. La Francia ha registrato crescita “zero”. L’Italia ha subito una contrazione dello 0.2%. La disoccupazione rimane a livelli record dovunque, mentre l’instabilità provocata dalla Primavera Araba nel Nord Africa e la crisi con la Russia a proposito di Ucraina rappresentano delle aggravanti che peggiorano il quadro. La sfida multipla che le istituzioni europee dovranno affrontare da qui in avanti prevede in cima all’agenda le seguenti questioni: crescita, lavoro, immigrazione, energia, rapporti con i Paesi vicini. Il primo obiettivo rimane comunque ridisegnare le alleanze mettendo a punto un’offensiva per la crescita.

L’Ue si trova “di fronte ad un bivio tra una crescita asfittica e una velocità diversa”, ha dichiarato il ministro Padoan, e in questo contesto “la differenza è nelle mani dei policy makers, dei leader europei e, in particolare, del governo italiano”. Occorrerà fronteggiare l’austerità tedesca, l’ansia dei Paesi del Sud ancora in crisi e la marea sollevata degli antieuropeisti in rivolta. L’obiettivo di fondo dovrebbe essere un allettamento dei vincoli posti da Bruxelles ai singoli deficit pubblici, soprattutto laddove si affermano importanti investimenti produttivi.  In particolare il ministro dell’economia italiano sottolinea la necessità di dare “più spazio a investimenti pubblici e privati con strumenti di tipo finanziario” sottolineando che l’Italia ha “tutte le carte in regola, in termini di consolidamento fiscale, di riforme strutturali e di proposte, per porsi obiettivi importanti”.

Dopo circa 7 anni di crisi adesso per l’Europa è in gioco una svolta ma molto dipenderà dai suoi governanti, e quindi anche da quelli italiani. Padoan racconta di aver “ricevuto dai colleghi europei l’incoraggiamento a usare il semestre europeo di presidenza italiana per mettere al centro la crescita e l’occupazione al di là delle ideologie”. La lotta alla disoccupazione “non è la prossima priorità, è l’attuale” e l’esito delle elezioni europee con la riarmata degli euroscettici ha confermato un grave disagio per l’intera Europa, in cui il numero di disoccupati non accenna a diminuire.

In concreto, la svolta che sembra sempre arrivare domani è ancora prospetticamente lontana ma l’Italia può e deve giocare le sue carte per contribuire a cambiare lo stato delle cose, per imprimere appunto una svolta. L’Europa è invece chiamata a fare più investimenti per la crescita e l’occupazione e meno dibattiti inutili su due o tre decimali di deficit, in più o in meno.

 

 

217
CONDIVIDI