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Barack Obama riconferma la potenza dell’America, ma  il discorso che il Presidente americano ha tenuto a West Point qualche giorno fa, non ha convinto molti osservatori internazionali che lo hanno definito “sottotono”. Ha fatto appello ad un cambio di strategia nella lotta contro la nebulosa di Al-Qaeda e soprattutto ha cercato di convincere la sua platea che la leadership dell’America non si riassumeva nella mera forza militare.

Impegnato, fedele alla sua visione del Mondo. Il Presidente americano ha tenuto all’Accademia militare di West Point un discorso di quasi un’ora, in occasione della consegna dei diplomi ai cadetti di questa venerabile istituzione. Due punti emergono dal messaggio di Barack Obama, punti che puntano a chiarire l’asse portante della politica estera che intende portare avanti negli ultimi 31 mesi che gli rimangono alla Casa Bianca e rispondere alle critiche interne ed internazionali su di una sedicente mancanza di leadership della prima potenza mondiale. Il terrorismo rimane la minaccia numero uno per gli Stati Uniti, ma la lotta contro gli estremisti del Mondo intero deve, secondo il Presidente, cambiare. Per quanto riguarda la leadership degli USA, non si è indebolita, ha precisato Obama, ha cambiato solo modo di agire. Ora che le cellule Al Qaeda in Afghanistan e in Pakistan sono state decimate dai droni americani e che Osama Bin Laden è stato eliminato, è necessario cambiare obbiettivo: combattere gli affiliati di Al Qaeda, dalla Siria alla Nigeria, mobilitando i partner degli Stati Uniti e favorendo l’azione collettiva, se necessario. Il cambiamento di strategia proposto da Obama si vede già nelle decisioni appena prese in Afghanistan. Martedì scorso  ha annunciato che alla fine del 2014, 9800 soldati sarebbero rimasti in Afghanistan. Questo numero si sarebbe dimezzato nel 2015 e verrà ridotto a zero, o quasi, nel 2016. Già oggi le truppe americane sul posto hanno soprattutto il compito di formare le forze afghane per permettere loro di assicurare, autonomamente, la sicurezza del Paese. I 9800 soldati che rimarranno assicureranno questo tipo di missione, anche se una parte di loro porterà vanti delle operazioni di antiterrorismo. Questa decisione ha già suscitato critiche si a destra che a sinistra. Per i primi il ritiro è troppo precipitoso, per i secondi troppo lento.

Il capo della Casa Bianca ha rivelato che l’ipotesi di un attacco contro gli Stati Uniti, del tipo dell’11 Settembre è meno plausibile, ma degli attacchi di scala ridotta, all’estero, come quello della missione americana di Banghasi dell’11 Settembre 2012, rimangono molto probabili. Obama ritiene indispensabile rafforzare la rete di alleanze che vanno dal Sud Est asiatico al Sahel. Ha anche chiesto al Congresso di approvare la creazione di un Fondo per il Partenariato nella lotta contro il terrorismo, dotato di 5 miliardi di dollari, per permettere di allocare nuove risorse a questa nuova forma di lotta contro gli eredi di Al Qaeda. Per il Presidente americano, il Mondo cambia a grandissima velocità, la tecnologia e la globalizzazione hanno permesso di fare enormi progressi, ma hanno anche dato maggior potere ad individui la cui capacità di nuocere è incommensurabile. A proposito della Siria, ha ammesso la sua  frustrazione nel constatare che non vi è una “soluzione facile. Nessuna soluzione militare può eliminare le “terribili sofferenze” vissute dal popolo siriano. “In quanto Presidente americano, ho preso la decisione che non vi saranno soldati americani sul terreno, nel mezzo di una guerra civile che vede sempre più violenza interconfessionale. Penso fosse la giusta decisione. Ciò non vuol dire che non dobbiamo aiutare il popolo siriano a lottare contro un dittatore”. Washington dovrebbe rafforzare il suo sostegno ai Paesi vicini alla Siria come libano, Giordania, Iraq e Turchia e potrebbe rafforzare l’aiuto ai ribelli. Ma il condizionale rimane d’obbligo e tra l’altro, ora che Assad è stato riconfermato Presidente, una soluzione alla questione siriana appare sempre meno facile.

Barack Obama ha voluto presentarsi come un Presidente realista, che rifiuta di spegnere tutti gli incendi del pianeta. Mettendo in guardia sia gli interventisti che gli isolazionisti il Presidente ha fatto loro sapere che qualsiasi appiglio trovassero nella Storia del Paese in favore delle loro reciproche tesi, nessuna strategia del passato può applicarsi alle sfide del XXI secolo. Cooperazione internazionale e interventi valutati caso per caso, ascoltando l’opinione di tutti i membri della Comunità Internazionale. Obama ha aggiunto che per mantenere l’ordine mondiale nato all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, l’azione degli Stati Uniti, come “Nazione indispensabile”, era imperativa, ma che doveva coniugarsi con tutte le organizzazioni internazionali che possono contribuire alla Pace e alla stabilità del Pianeta. La diplomazia rimane per lui uno strumento essenziale. Ma il Presidente americano ha anche ricordato che se il Mondo cambia, le istituzioni Internazionali come le Nazioni Unite devono anch’esse cambiare. Rifiuta tuttavia di considerare l’impegno degli Stati Uniti a fianco di queste organizzazioni come un indebolimento della prima potenza mondiale. Al contrario. Ha dimostrato come la Russia era stata isolata sulla scena internazionale grazie all’azione concertata dell’Unione Europea, della NATO, dell’OCSE e degli Stati Uniti. Intanto l’Ukraina brucia. Ha anche insistito sui meriti della diplomazia per quanto riguarda il dossier del nucleare iraniano. Un accordo sarà molto più efficace e durevole che il bombardamento delle centrali nucleari. Non sono mancati al discorso di Obama cenni alla lotta al riscaldamento globale, negato da molti politici americani e dell’importanza della ratifica da parte degli USA della Convenzione delle NU sul diritto marittimo per esortare la Cina a rispettare le norme del mare. Predicare bene vuol anche mostrare la volontà di partecipazione collettiva alla risoluzione dei problemi del pianeta.

Tanti bei propositi. Che non rimangano tali.

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