sbarco

Ho passato lo scorso fine settimana in Normandia e, nell’approssimarsi del settantesimo anniversario del poderoso sbarco delle truppe alleate, mi sono recato in quei tragici luoghi. E’ stata un’esperienza importante perché ho potuto constatare con quale fervore il popolo francese, in modo speciale e non semplicemente ripetitivo, si apprestava a celebrare la ricorrenza, cui hanno partecipato un gran numero di americani, britannici, canadesi e persino australiani, familiari delle vittime, che, insieme ai non pochi superstiti novantenni, arrivavano nella regione. Migliaia di mezzi militari, lasciati dal grande esercito, sono stati rimessi in circolazione, un numero enorme di persone, per l’occasione, ha deciso di indossare le divise dell’epoca ed ovunque sventolavano le bandiere delle nazioni alleate. Tutto questo ha contribuito a creare un clima di commozione, che diventava vero e proprio pathos al cimitero americano, di fronte alla spiaggia di Omaha Beach ed alle numerose cerimonie, concluse, il giorno della ricorrenza, alla presenza dei Capi di Stato.

Quella della Normandia, non solo è stata una delle più grandi e cruente battaglie della storia dell’umanità, ma, cosa ben più importante, l’ultima che abbia coinvolto in così vasta scala e sul territorio europeo, le grandi nazioni del Mondo. La generosa azione militare degli alleati, e degli americani in particolare, non si è limitata alla liberazione dal nazifascismo. Il sacrificio di quelle giovani vite e l’orrore che i popoli più civilizzati della terra hanno potuto percepire in modo così diretto e drammatico, è riuscito a cambiare il corso della storia.

Quell’ultima grande carneficina ha segnato una svolta culturale, che ha finito col permeare l’intero Occidente e da cui è scaturito il ripudio della guerra, (che pure sino a quel giorno aveva punteggiato la storia dell’umanità) inaugurando il più lungo periodo di pace, che, oggi, ragionevolmente, si può ritenere definitiva. La liberazione dalle perverse e distruttive ideologie, che avevano dominato gran parte dell’Europa nella prima metà del novecento, ha rappresentato un cambiamento epocale ed ha portato l’Occidente ad una esaltazione del valore della vita umana, estirpando quel concetto di violenza, che la cultura della guerra, da sempre, aveva cercato di inculcare, al fine di preparare non cittadini, ma guerrieri. I conflitti regionali che, purtroppo si sono verificati o si registrano tuttora, riguardano aree in via di sviluppo, ove la consapevolezza di tale importanza ha ancora una portata inferiore. In questi territori l’intervento delle truppe del mondo civilizzato, principalmente da parte americana, ha la caratteristica di operazioni di polizia internazionale, nell’auspicio che presto la guerra venga ovunque, per sempre, ripudiata e la vita dell’essere umano, come la sua libertà, possano assumere ovunque un valore assoluto.

Un mondo ossessionato dalla crisi economica, dallo spread o da altre pur gravi preoccupazioni, ha avuto in questi giorni modo di soffermarsi su quali passi avanti ha fatto la nostra civiltà, mettendo al sicuro il bene supremo della libertà, essenziale come l’aria che respiriamo, ma del cui valore ci accorgiamo, solo quando viene messa in pericolo e constatiamo quanto sia alto il costo per riconquistarla.

In un grande discorso, davanti al cimitero dove riposano le quarantamila vittime americane, il Presidente Obama, rivendicando la forza etica della sua Nazione, ha detto: “Quando vi capita di perdere la speranza, quando il mondo vi rende cinici, fermatevi a pensare a questi uomini, molti dei quali hanno dato la loro vita per ridare la libertà a popoli che nemmeno conoscevano”. Le sue parole mi hanno dato un brivido lungo la schiena, ovviamente anche a causa del moltiplicatore emotivo, rappresentato dalla fresca immagine di quell’immensa distesa di croci bianche, tutte uguali,  in un prato verdissimo. L’emozione si è trasformata in commozione, quando il Presidente degli Stati Uniti ha aggiunto che l’America era “venuta a liberare l’Europa dal nazismo senza chiedere nulla, solo la terra nella quale seppellire i suoi morti”, aggiungendo poi, che, dopo aver vinto la guerra, “non ha cercato bottini da spartire, ma si è impegnata a fondo nella ricostruzione del Vecchio Continente”.

Pur confessando di nutrire una certa insofferenza per lo sciovinismo dei francesi e di non avere una grande considerazione delle qualità del Presidente Hollande, non posso non esprimere ammirazione per la grande partecipazione dei cittadini della Normandia e di tutta la Nazione, che ho avuto personalmente modo di constatare e per le parole pronunciate dal Presidente della V Repubblica, quando ha sottolineato che quei soldati, venuti anche da molto lontano a liberare il suo Paese, “avevano più o meno vent’anni. Ma anche un’età della responsabilità, che per loro è stata l’età del sacrificio, fatto sull’altare della promessa di un mondo libero e più giusto”.

L’enfasi che è stata data alla celebrazione di questo settantesimo anniversario, ha certamente avuto il significato di costringere ad un momento di riflessione generazioni, che hanno conosciuto il più lungo periodo di pace e di benessere del nostro Continente. Il primo risultato concreto è stato quello di aver propiziato un breve colloquio tra Obama e Putin e persino una stretta di mano tra il Presidente russo e quello ucraino Poroshenko, aprendo il cuore alla speranza dell’avvio del disgelo tra America e Russia per avviare una soluzione pacifica della gravissima crisi in Ucraina, proprio ai confini dell’Unione Europea.

L’importanza dell’inestimabile valore simbolico di quanto è avvenuto  davanti alla spiaggia del ricordo, rappresenta l’unico modo per onorare i ragazzi del D-day, quelli che all’alba del 6 giugno del 1944, in pochissime ore, colorarono del rosso del loro sangue il mare della costa della Manica, ma non mollarono, come ha ricordato con orgoglio il Presidente Obama.

Anche nel nostro Paese, afflitto da un anti americanismo insopportabile, dovremmo onorare i soldati USA che sacrificarono la loro vita per la nostra libertà, recandoci a Nettuno, Cassino, Firenze e nelle altre parti del nostro Paese, dove riposano, i venticinquemila militari alleati, che sconfissero il fascismo e liberarono l’Italia dall’invasione tedesca.

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