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All’avanzare dei combattenti dello Stato Islamico in Irak e nel Levante, gli Stati Uniti di vedono costretti a rafforzare il loro sostegno all’esercito iracheno.

Gli Stati Uniti sono costretti a rimettere mano in Irak, due anni e mezzo dopo il loro ritiro militare, accusati di aver sbagliato strategia nella vicina Siria, humus della folgorante offensiva ultra-jihadista che avanza su Baghdad. Gli americani, presi in contropiede per la rapidità e l’intensità dell’offensiva dei combattenti dello Stato Islamico in Irak e nel Levante  (ISIL), non hanno più ormai altra scelta che quella di rinforzare il loro sostegno all’esercito iracheno allo sbando e per il quale si sono già mangiati 25 miliardi di dollari in aiuti negli ultimi dieci anni. Reticente nell’intervenire militarmente in teatri esterni, il Presidente Barack Obama ha affermato che stava vagliando “tutte le opzioni”, una formula molto generica usata molteplici volte per la Siria e per l’Iran. Il suo Governo ha subito precisato che l’invio di truppe era escluso, dopo la partenza dell’ultimo soldato americano dall’Irak il 31 Dicembre del 2011, al termine di un lungo intervento militare durato otto anni. Ma Washington ha altra alternative davanti a se, come eventuali interventi dal cielo, l’accelerazione della consegna di armi e l’intensificazione dell’addestramento delle forze armate irachene. Di fatto, come afferma il generale in pensione Paul Eaton, “quello che sanno meglio fare gli eserciti occidentali è insegnare agli altri a combattere”. Agli occhi di questo consulente del National Security Network di Washington, “l’opzione meno problematica per il Presidente americano è di proporre dei consiglieri militari che aiutino l’esercito iracheno a fare il meglio che può con ciò che ha”. Il suo collega Faysal Itani, della Fondazione Atlanti Council, preconizza anche lui  una “risposta limitata degli Stati Uniti, concedendo al Governo iracheno l’aiuto in alcuni settori militari”. Il Dipartimento di Stato si è limitato a promettere “un’assistenza militare supplementare”. Washington ha già venduto 14 miliardi di dollari di dotazioni militari all’esercito iracheno. Lo scorso Gennaio, gli Stati Uniti hanno venduto  24 elicotteri Apache e centinaia di missili anticarro Hellfire, e i primi due caccia bombardieri F-16 comprati dal’Irak dovrebbero essere consegnati in autunno. Il 13 Maggio, il Pentagono ha notificato al Congresso il progetto di vendita di 200 veicoli Mumvee dotati di mitragliatrice per 101 milioni di dollari e di 24 aerei ad elica per l’attacco a terra AT-6 Texan II per 790 milioni di dollari. Se il Congresso da qui a pochi giorni non obbietta, il contratto verrà concluso. “L’altra opzione potrebbe essere quella di fornire un sostegno aereo con droni o aerei; ma ciò avrebbe un  notevole costo politico: la cattiva immagine dell’America che bombarda degli Arabi”, analizza Paul Eaton, che è stato di stanza in Irak al’inizio dell’invasione del 2003. E l’Amministrazione americana ha rifiutato di commentare l’affermazione secondo la quale Baghdad avrebbe dato l’ok a Washington ad effettuare dei bombardamenti contro gli jihadisti del ISIL, molti dei quali si sono addestrati in Siria.

E’ proprio sul conflitto siriano e l’assenza presunta di strategia americana nella regione che il Presidente Obama si è attirato i fulmini dei Repubblicani. John Bohener, Presidente della Camera dei rappresentanti, ha deriso “il fallimento della politica americana in Siria, in Libano e in Egitto, e l’assenza di strategia ad ampio raggio per il Medio Oriente che ha un impatto diretto sulla situazione in Irak”. I “terroristi” sono “a 100 miglia da Baghdad, e cosa fa il presidente? Un sonnellino.”, ha rilanciato. Il Senatore McCain ha anche reclamato il ritiro della squadra di sicurezza nazionale del Presidente Obama, mirando alla sua consigliera Susan Rice e il Segretario di Stato John Kerry. “Non abbiamo avuto una strategia regionale per la sicurezza nazionale nel gestire ciò che succede in Siria, Irak e Giordania”, ha puntualizzato Eaton, denunciando anche lui il “fallimento” degli Stati Uniti in Siria, fallimento che avrebbe contribuito al successo del SIIL in Irak. Il Dipartimento di Stato ha riconosciuto che “l’impatto della crisi in Siria e il suo straripamento in Irak sono stati un elemento dirompente” dell’offensiva dei jihadisti radicali. Per qualcuno, l’insurrezione in Irak sarebbe il risultato di uno shock esogeno, che è ovviamente la Primavera Araba del 2011.

Intanto, dall’ombra esce la figura di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader del gruppo jihadista radicale ISIL. La sua folgorante ascensione minaccia l’autorità stessa del capo di Al Qaeda Zawahiri. Il suo gruppo, conosciuto per i metodi brutali, è senza dubbio la forza più efficace che combatte contro il regime di Bachar al Assad in Siria, mentre in Irak controlla, come abbiamo visto, importanti città. Lo ISIL preoccupa i governi occidentali che temono il ritorno in Patria degli jihadisti partiti per combattere nei suoi ranghi, come il francese Mehdi Nemmouche, autore presunto del sanguinoso attacco avvenuto lo scorso 24 Maggio al Museo ebraico di Bruxelles, che era stato un anno nel gruppo dello Stato Islamico in Irak e nel Levante in Siria. Questi combattenti vengono attirati soprattutto per la personalità di Baghdadi, conosciuto per le sue capacità di comando e tattica, sempre presente sul campo di battaglia, contrariamente a Zawahiri.  La Siria viene percepita dagli esperti come il centro di gravità o il possibile luogo di nascita dello  “Stato Islamico ideale” per il quale lotta lo ISIL, che dice aver assoldato combattenti provenienti dagli Sati Uniti, dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Germania e da tanti Paesi arabi. L’organizzazione ha pubblicato riviste e video in inglese.

Lo Stato Islamico in Irak e nel Levante è una emanazione dello Stato Islamico in Irak (ISI) a cui capo si trovava Baghdadi già nel 2010 e dato per moro dagli americani più volte. Lo SII aveva mandato i suoi uomini in Siria nel Maggio del 2011 per fondare il Fronte al Nosra. Nell’Aprile del 2013, Baghdadi ha annunciato che lo SII e al Nosra si erano fuse nello SIIL. Ma apparentemente la decisione era stata unilaterale, e al Nosra ha continuato ad agire per conto suo – facendo la guerra al SIIL – in Siria. Lo SIIL ha apertamente contestato l’autorità di Zawahiri e respinto la sua richiesta di concentrarsi sull’Irak e lasciare la Siria a Al Nosra. Baghdadi ha saputo gestire una organizzazione sottoposta a grande pressione facendone un gruppo molto forte. Gli Stati Uniti a questo non sembrano aver pensato. Ora non c’è solo la crisi siriana da gestire, con la rielezione di Assad che, legittima o meno, ne fa ancora un interlocutore di primo piano, c’è di nuovo l’Irak in gioco, e gli attori protagonisti non sono dei più facili da dirigere.

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