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Il Presidente del Consiglio dimostra di trovarsi decisamente a proprio agio nel gestire la nuova tattica movimentista, avviata nei rapporti con i partiti rappresentati in Parlamento. Si comporta come un croupier al Casinò (rigorosamente con l’accento) della politica italiana.

La prima mossa è stata messa a segno, consegna tre carte ministeriali di rilievo al NCD, che tuttavia non sono state sufficienti a migliorare la performance elettorale del partito di Alfano, salvatosi soltanto grazie all’apporto nella stessa lista dell’UDC di Casini, che, forte della sua maggiore abilità ed esperienza, finirà per fagocitarlo col classico metodo dolce di stampo democristiano.

Subito dopo, per non rimanere prigioniero di una minuscola alleanza, ha concluso, con grande clamore, l’accordo del Nazareno con Berlusconi, che di fatto va ben al di la delle riforme istituzionali, come è stato affermato. Dopo il vistoso successo del suo partito alle europee, ha avviato la campagna acquisti di parlamentari, a spese di SEL ed, in modo meno plateale, perché ha già confiscato i voti di quell’area, di rappresentanti di Scelta Civica. Con un colpo a sorpresa ha infine dato vita al dialogo con il M5S, approfittando, con grande tempismo, delle polemiche esplose all’interno di quel movimento, da parte di coloro che non hanno condiviso la linea da ultima sfida adottata da Grillo nella campagna elettorale europea, senza tuttavia riuscire a conseguire il risultato che si era prefisso. Il nuovo corso imposto da Grillo e Casaleggio, anzi, ha favorito, a causa delle paura suscitata nell’elettorato moderato, il successo straordinario e persino imprevisto del PD, che ha spiazzato il Partito stesso del Nazareno e principalmente la sua minoranza.

Renzi si è messo quindi più che mai al centro del sistema e da le carte. Dopo una lunga trattativa col Quirinale, sono state eliminate dai Decreti, varati da oltre due settimane e rimasti congelati, varie norme di più che dubbia costituzionalità. In realtà il vero confronto è derivato dall’effetto annuncio di un rinnovato spirito di rigore verso le alte cariche dello Stato, che riguardava, oltre ai livelli superiori della elefantiaca ed invadente burocrazia, anche gli alti gradi militari e persino, massimo dell’azzardo, i vertici della Magistratura. Le reazioni sono state striscianti, come sempre, da parte dei burocrati e dei militari, più clamorose nel mondo della giustizia, sia ordinaria che amministrativa, dove si è gridato all’attentato alla indipendenza per il semplice rischio di aver tentato di porre un limite agli stipendi più elevati o anticipato la già prolungatissima, permanenza in servizio, anche dopo aver raggiunto l’età pensionabile, come per tutti gli altri comuni mortali. La mediazione del Quirinale ha garantito un accordo, che, di fatto, ha

largamente svuotato il provvedimento del suo vero significato innovativo, anche se di carattere prevalentemente simbolico.

Ma il piè veloce Capo del Governo non ha arretrato, anzi ha scelto di rilanciare. Inizialmente le scadenze dei suoi provvedimenti erano programmate di settimana in settimana, promettendo di realizzare rapidamente ed immediatamente le riforme che attendono da anni. Nessuno ha osato contestare il mancato rispetto di tali appuntamenti, dopo che il giovane intraprendente leader ha dovuto fare i conti con la complessità delle procedure parlamentari ed il connesso pericolo di imboscate. Intrepido, il nostro Renzi, con il medesimo candore, ha annunciato di voler fare slittare nel tempo gli appuntamenti delle riforme effettive e si è dato un orizzonte di ben tre anni, imponendo di prolungare la vita di un Parlamento, dichiarato illegittimo per quanto attiene alla legge che lo ha espresso da una pronuncia della Consulta, ancorché ancora in funzione per il principio della continuità degli organi costituzionali. Tuttavia egli avrebbe dovuto avere la sensibilità di porre con forza all’ordine del giorno il tema urgente del relativo rinnovo, per evitare il protrarsi di una condizione di delegittimazione, che non fa bene alle Istituzioni, specialmente in un periodo, come l’attuale, nel quale, da una parte l’inefficienza ed inadeguatezza di un ceto politico chiamato per cooptazione e dall’altra la rovinosa ondata di scandali, imporrebbero l’atto di responsabilità di restituire al più presto la parola al popolo sovrano.

Ma Renzi fa programmi a lungo termine, profittando della condizione di grande difficoltà in cui versa Berlusconi, che ha interesse a prendere tempo, nonché della speranza di Alfano di prolungare quanto più a lungo possibile i privilegi di una stagione in cui il suo movimento, elettoralmente in via di estinzione, usufruisce di un numero spropositato di poltrone, che lo rendono sovradimensionato. Infine anche Grillo, dopo le smargiassate piazzaiole di stampo mussoliniano, ha bisogno di una fase di tregua. Pertanto il croupier incassa, ma che cosa: il prolungamento di una gestione ordinaria, priva di qualunque prospettiva per risollevare un Paese frustrato.

Ci siamo assuefatti, già da un ventennio, a vivere con un misero orizzonte, posto poco dinnanzi a noi, non tenendo conto che stiamo sprecando l’unica occasione di cui disponevamo per giocare la partita della nostra vita, limitandoci ad obbedire, forse inconsapevolmente, a spinte, pulsioni, sentimenti, scorciatoie, tutte ispirate all’imminenza dell’oggi e prive del respiro di una qualsiasi visione culturale, spirituale, valoriale.

In questo modo finiremo schiacciati dalle nostre stesse macerie, dalle rovine di un Renzigrilloberlusconismo prêt a porter senza alcuna speranza di futuro.

Ci sarà qualcuno capace di reagire ed in grado di resuscitare la straordinaria forza dell’utopia? Francamente non lo vediamo nell’attuale agorà della politica.

 

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