isis califfato

L’idea di uno Stato islamico, che cancelli le frontiere coloniali, trova una eco crescente tra le popolazioni sunnite discriminate dal potere sciita.

Un secolo dopo la sua sparizione, il “Califfato” in Medio Oriente rinasce dalle sue ceneri. Proclamato dallo Stato Islamico per l’Irak e per il Levante (ISIS) – ormai nota organizzazione jihadista autrice in questi giorni di una folgorante offensiva in Irak – il suo territorio si estende dalla Provincia di Aleppo, al Nord della Siria, a quella di Diyala, all’Est dell’Irak. A capo di questa entità, chiamata “Stato Islamico” (IS), c’è il “Califfo Ibrahim”, nuovo nome del capo jihadista iracheno Abu Bakr al Baghdadi. Successore autoproclamato del profeta Maometto, al Baghdadi viene considerato dall’IS come il “capo dei musulmani” del Mondo intero. Oltre all’autorità temporale territoriale, Abu Bakr al Baghdadi è investito ormai anche di un’autorità spirituale. Si rivolge agli jihadisti di tutto il Mondo, che considera come l’avanguardia delle comunità musulmana, con il fine di ottenere il loro sostegno e legittimare definitivamente l’autorità dello Stato Islamico. Soprattutto, l’obbiettivo di al Baghdadi è scavalcare al Qaeda e il suo capo Ayman al Zawahiri, dal quale solo un anno fa prendeva ancora ordini. Nato nel 2004, all’indomani dell’intervento americano in Irak, l’IS è nato sotto l’egida di al Qaeda in Mesopotamia. Nel 2006, incorpora diversi gruppi di insorti e diventa lo Stato Islamico per l’Irak. Messo in difficoltà per l’azione coordinata degli eserciti americano, iracheno e delle milizie sunnite Sahwas, l’organizzazione, a cui capo c’è al Baghdadi dal 2010, trova una seconda vita con l’inizio del conflitto siriano, che gli permette di estendere la sua influenza.

Nel 2013 diventa l’ISIS, con l’ambizione di stabilire un Califfato che si estendesse dall’Irak al Libano, passando per la Giordania e la Palestina. Ma in Siria un altro gruppo jihadista combatteva prima di loro, il Fronte Al Nosra, ramo siriano di al Qaeda. Ayman al Zawahiri ordina a al Baghdadi di tornare con i suoi uomini in Irak. Il Capo dello Stato Islamico per l’Irak e per il Levante rifiuta, e lascia la casa madre: al Qaeda. A differenza di Al Nosra, l’ISIS è composto da combattenti jihadisti stranieri e si contraddistingue dagli altri gruppi ribelli per le sue ambizioni egemoniche. In ogni territorio conquistato nomina un governatore militare, un giudice islamico e un capo della polizia, garanti di una applicazione strettissima della sharia. Questa politica del “terrore” che colpisce le popolazioni locali viene mitigata dalla presa in carico, da parte dell’organizzazione, di numerosi servizi sociali, tra i quali la distribuzione di pane e acqua. In Siria come in Irak, l’ISIS ha messo a punto una miriade di organizzazioni caritatevoli, come il servizio di protezione dei consumatori (che controlla i prezzi delle derrate alimentari), un organismo di controllo della carne hallal, un ufficio per le relazioni con le tribù e anche un ufficio per risolvere le discussioni tra cittadini. Passo dopo passo, l’organizzazione costruisce le fondamenta del Califfato che ha appena proclamato. Tuttavia, alcuni specialisti puntano il dito sull’”autoritarismo” con il quale lo Stato Islamico ha autoproclamato il suo Califfato, cosa che va al di là di qualsiasi norma sunnita in vigore. Un Califfo deve beneficiare del consenso degli Ulema (autorità religiose sunnite). Per molti l’identità religiosa serve molto più come vessillo identitario che come fondamenta di una società religiosa rispettosa dell’autorità degli Ulema. Altri osservatori affermano che gli jihadisti pensano essere legittimati per il fatto che non riconoscono che l’autorità  degli Ulema, che sono a loro favorevoli. Nel Mondo arabo, lo Stato Islamico considera l’élite sunnita così come gli islamisti moderati, dei traditori. E’ ancora indulgente con le masse popolari che ritiene siano ancora “addormentate”. Ma il suo nemico numero uno si chiama Iran sciita. Da Gennaio combattuti in Siria da una coalizione di ribelli moderati, gli jihadisti hanno approfittato della marginalizzazione delle popolazioni sunnite per conquistarsi il loro appoggio e formare un’alleanza eterogenea che vede tribù sunnite mescolate ad ex ufficiali di Saddam Hussein.

Il sentimento di discriminazione degli Arabi sunniti ha fatto intravedere loro nello Stato Islamico un’opportunità unica per riconquistare i loro diritti e venire a capo del regime sciita di Baghdad. Per queste popolazioni, il termine “Califfato” riporta all’età d’oro dell’Islam sunnita. Alla morte del profeta Maometto nel 632, i suoi fedeli designano come successore il Califfo, che disponeva di un’autorità politica e spirituale sul territorio, il Califfato a cui era a capo. Questo impero islamico conosce il suo momento di massima gloria con l’arrivo al potere del quinto Califfo, Mu’awiya, che inaugura la dinastia degli Omayyaddi (661-750). Avendo come base Damasco, il Califfato si estende dalla Penisola iberica fino al Pakistan di oggi. Viene però rovesciato dalla dinastia degli Abbassidi (751-1517), che spostano la capitale a Baghdad. L’ultimo “Califfato islamico” verrà governato dall’Impero Ottomano (1517-1924). Sarà l’alleanza ottomano-tedesca durante la Prima Guerra Mondiale a portare alla sua fine. Nel 1916, gli alleati francesi e britannici concludono segretamente gli accordi di Sykes-Picot sulla spartizione del Medio oriente. Contemporaneamente, appoggiandosi all’epoca sulla crescita del nazionalismo arabo, Londra e Parigi promettono la creazione di un reame arabo unito che ricalcasse quel che fu il Califfato ottomano. Non se ne farà nulla. Nella memoria collettiva araba, gli accordi Sykes-Picot sono stati il simbolo della prima tappa del tradimento delle promesse fatte dagli Alleati. Nel 1920 la Francia riceve dalla Società delle Nazioni un mandato sul Libano e la Siria, mentre la Gran Bretagna fa man bassa sull’Irak, la Transgiordania (Giordania di oggi) e la Palestina. Quando conquistano l’indipendenza (eccetto la Palestina), questi nuovo Stati posano su precari equilibri demografici e confessionali. Nella valle dell’Eufrate che ha le sue propaggini fino in Siria e Irak,  tribù e clan si trovano divisi tra due Paesi. Stesso scenario nella valle della Bekaa, tra Libano e Siria.

Dopo anni di instabilità, il decennio 1970-1980 vede l’affermarsi di dittatori che prenderanno il potere durevolmente, appoggiandosi sulla supremazia di una confessione sull’altra. In Siria, il Presidente alauita (setta nata dallo sciismo) Hafez al Assad, poi sui figlio Bachar dirigono il Paese con pugno di ferro, a detrimento della maggioranza sunnita. Il contrario accade in Irak, dove Saddam Hussein ha governato per 24 anni in favore dei sunniti, minoritari nel Paese. Quando cade il rais iracheno dopo l’invasione americana del 2003, gli sciiti vincono logicamente le prime elezioni politiche del 2005, ma l’autoritario Primo Ministro al Maliki metterà a sua volta al bando i sunniti. Se i sunniti non riescono a trovarvi una collocazione, gli Stati siriano e  iracheno, che sono creazioni coloniali, potrebbero essere visti come strumento di un potere tra le mani delle minoranze”. Proclamando il califfato a cavallo tra Siria e Irak, lo Stato Islamico ha messo un punto d’onore annunciando la morte delle frontiere Sykes-Picot. Una dichiarazione choc che mira ad attirare gli jihadisti di tutto il Mondo, ma che turba profondamente le popolazioni sunnite, una volta ultra maggioritarie sotto il Califfato e oggi apertamente discriminate nei loro rispettivi Paesi.

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