PEDRO-SÁNCHEZ-Psoe

Il deputato è stato eletto Segretario del PSOE il 13 Luglio. Ha saputo conquistare la platea grazie al suo carisma e al suo sorriso. Ha inoltre promesso di fare del Partito Socialista, esangue, un “partito vincitore”. Un déjà vu dalle nostre parti?

I 197mila militanti del Partito Socialista spagnolo (PSOE), la principale forza di opposizione nel Governo conservatore di Mariano Rajoy, hanno designato Domenica il deputato spagnolo Pedro Sanchez come loro nuovo capofila. Appoggiato dalla potente roccaforte socialista di Andalusia, Pedro Sanchez è stato eletto con quasi la metà dei voti (49%), superando il deputato basco Eduardo Madina (36%), 38 anni, che rappresentava la continuità in seno al Partito, e l’universitario andaluso José Antonio Perez Tapias, 59 anni e 19% delle preferenze. Pedro Sanchez, che non era dato per favorito, ha offerto una riedizione del colpo di scena del 2000 quando José Luis Zapatero, scippò la direzione del Partito a José Bono, molto davanti a lui nei pronostici. L’elezione di Domenica verrà ratificata durante un Congresso straordinario previsto per la fine di Luglio. Nonostante questo risultato “pulito”, la battaglia nel campo socialista non è chiusa: sono previste a Novembre delle primarie aperte che decideranno chi porterà il Partito alle elezioni generali del 2015.

“Pedro el Guapo”, ossia “il bel Pedro”. Così viene soprannominato il quarantaduenne Pedro Sanchez, che ha saputo ammaliare gli elettori con il suo sorriso, il suo carisma e il suo messaggio chiaramente positivo, volto al futuro. Titolare di un master in economia politica europea ottenuto in Belgio,  perfettamente padrone dell’inglese e del francese, questo ex Capo di Gabinetto dell’alto rappresentante delle Nazioni Unite durante la guerra in Kosovo conta molto sulla sua esperienza internazionale. Professore di economia, diventato deputato nel 2013 perché un deputato aveva lasciato l’incarico, quindi senza elezione, assicura rappresentare il “rinnovamento” di un Partito usurato. Figlio di simpatizzanti socialisti, membro del PSOE da più di 20 anni, ha deciso di lanciarsi nell’arena politica otto mesi fa, per conquistare gli elettori e il Parlamento, dominato dal 2011 dal Partito popolare di destra del Capo del Governo Mariano Rajoy. Sportivo, appassionato di basket, ama raccontare che ha percorso il Paese in lungo e in largo, facendo più di 600mila chilometri e dormendo a casa di simpatizzanti, per prendere meglio il polso della situazione in cui versava il suo Partito. La sua immagine è studiata con cura, come nel video della campagna elettorale al quale ha fatto partecipare i suoi familiari e parlare sua moglie, Begona, che lo descrive  come padre perfetto per le loro due figlie Ainoha e Carlota.

Durante la campagna, Perdo Sanchez, così come i suoi avversari, ha sottolineato la necessità di riprendere il contatto con la base. Già Domenica, anticipando le preoccupazioni di un elettorato disamorato, il nuovo leader del PSOE ha promesso “di essere implacabile contro la corruzione”, “di costruire una nuova alleanza intergenerazionale”, “di far tornare i giovani spagnoli” costretti all’esilio per via della disoccupazione. Deciso a riguadagnare il terreno perso dalla sinistra, Sanchez è andato a Parigi dove ha denunciato, come Pablo Iglesias, il leader della nuova formazione di estrema sinistra Podemos, “l’esilio economico” dei giovani laureati spagnoli che cercano di sfuggire il 50% di disoccupazione che li travolge, e che sono per questo costretti a cerca lavoro lontano da casa. “il nostro nemico si chiama diseguaglianza, povertà, precarietà nell’impiego, violenza domestica”, ha dichiarato, assicurando che con la sua nomina era “cominciato l’inizio della fine per Mariano Rajoy come Capo del Governo”.

Il PSOE, è una delle due  formazioni che hanno dominato la vita parlamentare spagnola dal ritorno della Democrazia dopo il franchismo, ha perso più di un terzo dei suoi rappresentanti al Parlamento europeo: un voto sanzionatorio che ha colpito anche il Partito popolare, esprimendo il disincanto nei confronti dei grandi partiti di una Spagna minata dalla crisi economica e dalla disoccupazione. Confrontato al successo delle piccole formazioni, nate dalla frangia di estrema sinistra o dalle mosse degli “indignati”, il PSOE aveva perso 9 seggi sui 54 appartenenti alla Spagna (ottenendo il 23% delle preferenze), mentre Podemos ne guadagnava 5 con il suo 8% di voti. Segnale della fine di un’epoca per il PSOE, Alfredo Perez Rubalcaba, veterano della politica che aveva già sofferto per lo sbandamento alle politiche del 2011 dovuto al successo del Partito popolare dell’attuale Capo del Governo Mariano Rajoy, aveva dato le dimissioni dopo la debacle europea del 25 Maggio scorso. Ministro nei Governi di Felipe Gonzales (1982-96) e Zaptero (2004-11), Perez Rubalcaba l’ha d’altronde riconosciuto: “un compito enorme” aspetta il suo successore per “rinnovare” un Partito nato 135 anni fa, passato da 11 milioni di elettori alle politiche del 2008, a 3,5 milioni alle Europee di quest’anno.

“Basta con i complessi”, puntualizza Sanchez quando gli vengono chiesti chiarimenti sui disastri elettorali degli ultimi anni del Partito Socialista, al potere dal 2004 al 2011 e ritenuto essere responsabile del marasma economico nel quale è affondata la Spagna dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2008. Il nuovo leader del PSOE ripete ad oltranza che alle politiche del 2015 “vuole essere colui che manderà in pensione Mariano Rajoy”. Per noi un déjà vu.

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