africaLa Corte Penale Africana non può più giudicare i Capi di Stato ancora nel pieno delle loro funzioni. Un passo indietro per qualcuno, un atto legittimo per altri. Così viene vista l’auto-immunità che i Leader africani si sono concessi per non venire giudicati durante il loro mandato davanti alla Corte Penale Africana. Riuniti alla fine di Giugno a Malabo (Guinea Equatoriale) per il Summit dell’ Unione Africana, i Capi di Stato africani hanno deciso della loro propria immunità. Annunciata il 30 Giugno scorso, la decisione ha sorpreso. Ma nessuno l’ha commentata.

 L’Articolo 46bis A conferisce ormai l’immunità ai Capi di Stato durante il loro mandato. Lo stesso vale per i Capi di Governo e gli alti funzionari. Un numero elevato di persone approfitterebbe dunque di questa nuova misura, che include i capi d’accusa di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un buon numero di dirigenti africani in servizio sono attualmente presi di mira dalla giustizia internazionale. L’attuale Presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta è accusato di crimini contro l’umanità per aver organizzato i disordini post-elettorali del 2007, che hanno causato la morte di 1500 persone e fatto 300mila profughi. Il suo vice-Presidente, William Ruto, è anche lui sotto accusa. Omar Al Bashir, attuale Presidente del Sudan, è oggetto di diversi mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale, che ha sede all’Aia, per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio per le esazioni commesse in Darfur. Lo stesso vale per il suo Ministro della Difesa, Abdel Rahim Mohammed Hussein, perseguito per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. L’Unione Africana è uscita tardivamente dal suo silenzio. Vincent Nmehielle, Direttore degli affari giuridici dell’UA, ha dichiarato che “i Capi di Stato non dovrebbero essere giudicati durante il loro mandato, perché la nave Stato deve continuare ad essere diretta”. Interpellato dall’emittente francese RFI, il Professore Nmehielle ha ricordato che “le giurisdizioni nazionali nella maggioranza delle democrazie costituzionali conferiscono questa immunità ai Capi di Stato affinché possano dedicarsi totalmente all’esercizio delle loro funzioni”.

Ma le critiche non hanno tardato ad arrivare. Le organizzazioni dei Diritti Umani in primis. Per Amnesty International “questa misura rappresenta un passo in dietro nella lotta contro l’impunità e una delusione per le vittime di gravi violazioni dei Diritti Umani”. Netsanet Belay, il Direttore della ricerca e dell’avvocatura per l’Africa in seno all’ONG considera “impossibile giustificare tale decisione, che mina l’integrità della Corte Africana di Giustizia e dei Diritti Umani ancora prima che diventi operativa”. Perché, ad oggi, gli statuti della futura Corte Africana di Giustizia e dei Diritti Umani sono ancora in corso di redazione. Il Protocollo dovrà poi essere ratificato da almeno una quindicina di Stati membri dell’UA. L’idea di una Corte africana era stata lanciata nel 1998 dall’Organizzazione panafricana. Ma per via di problemi di finanziamento e di lunghi dibattiti sul suo ruolo, questo tribunale continentale non è ancora operativo. Ciò detto, Roland Marchal, ricercatore del Centro studi e ricerche internazionali e specialista dell’Africa sub sahariana precisa: “una Corte di Giustizia non si crea dall’oggi all’indomani, altrimenti non serve a niente. La CPI ha avuto bisogno di 5 anni prima di entrare in vigore”. La recente decisione di concedersi l’auto-immunità limita il campo d’azione di questa Corte che ha delle responsabilità politiche che non sono previste. Appena lanciato, il futuro tribunale ha già le mani legate. Ricordiamo che però i capi di fazioni armate, gli ufficiali superiori, sospettati di aver partecipato a crimini rimangono sotto il giogo della giustizia. Inoltre, nulla precisa se questo articolo possa permettere ai Capi di Stato africani di scampare alla CPI. I dirigenti del Continente negli ultimi anni non hanno cessato di vilipendere la CPI, perché finora  ha messo sotto accusa solo africani. Durante una riunione straordinaria che si è tenuta ad Addis Abeba lo scorso Ottobre, Hailemariam Dessaleng, Primo Ministro etiope, ha denunciato una “caccia razziale”. I Capi di Stato e di Governo dell’UA avevano allora concluso che nessuna accusa contro un Capo di Sato o di Governo in piene funzioni poteva essere portata davanti ad un tribunale internazionale. La CPI ha viceversa mantenuto in piedi i procedimenti contro Kenyatta e Ruto, malgrado la loro elezione a capo del Kenya.

Altro momento importante: lo scorso Gennaio l’Organizzazione panafricana aveva chiesto ai suoi rappresentanti di pronunciarsi in favore dell’emendamento dell’Articolo 27 dello Statuto di Roma. Questo precisa che “la carica ufficiale di Capo di Stato o di Governo, di membro di un Governo o di un Parlamento, di rappresentante eletto o di agente di uno Stato, non esonera nessuno dalla responsabilità penale”. La levata di scudi contro la CPI sembra avere la sua logica. L’Africa sarebbe diventata, secondo i suoi dirigenti, uno sfogatoio per gli Occidentali. Ora i Capi di Stato e di Governo africani , così come le alte cariche dello Stato, dovrebbero essere trattati da pari a pari. Perché,  la CPI non si è mai interessata all’Asia o al Medio Oriente? Senza ombra di dubbio, con questo voto sull’auto-immunità il rapporto di forza cambia. Nell’UA convivono vecchi squali attaccati al loro potere e gente che vuole costruire qualcosa di nuovo. Non contraddire questa decisone, che sa di impunità, è una forma di concessione. La futura Corte vede i suoi poteri ridotti e soffre di un sentimento di inferiorità. Ma si tratta di cominciare passo dopo passo a lavorare per ottenere un ruolo più importante e conquistare una propria legittimità con le regole del gioco che valgono per tutti. Altrimenti il discorso della parità decade per forza.

CONDIVIDI