Lo scorso 17 maggio, presso la residenza dell’Ambasciatore di Serbia a Roma, Signora Sanda Raskovic-Ivic, si è svolto un raffinato dibattito che ha preso le mosse dalla presentazione di Serbia. La storia al di là del nome, ponderosa opera dello scrittore Stevan K. Pavlowitch, insegnante di Storia dei Balcani all’Università di Southampton. La piccola tavola rotonda ha visto inoltre la partecipazione del Preside della Facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre, professore Francesco Guida, e della prof.ssa Rita Tolomeo, dalla Sapienza.

L’introduzione al dibattito è stata affidata all’Ambasciatrice Sanda Rašković Ivić, che ha delicatamente sottolineato lo scarto esistente fra la percezione “occidentale” della Serbia e l’immagine che ne hanno i Serbi stessi. L’Ambasciatrice, infatti, se da un lato ha mostrato apprezzamento per la corposa ricerca storica e la concretezza documentale che contraddistingue l’opera, dall’altro non ha risparmiato all’autore una stoccata: «le critiche ai miti medievali [come la battaglia di Kosovo Polije, NdR] sono eccessive. I miti sono lo specchio dell’anima di un popolo».

Su questa sottile incomprensione si è poi dipanato il dibattito, laddove il prof. Guida ha – tra l’altro – evidenziato la funzione positiva dell’opera di decostruzione del mito compiuta dall’autore su differenti avvenimenti storici. La ricca attività mitopoietica serba, infatti, ha traslato sul piano simbolico eventi (“mito del grande capo Tito”, “mito della resistenza durante la II Guerra Mondiale”) che solo dopo molto tempo è stato possibile ricollocare nella loro naturale portata di fatti storici.

Secondo Pavlowitch, questi miti pedagogici sono stati utilizzati in modo distorsivo e pretestuoso. Anche per quanto riguarda il processo di costruzione dell’identità nazionale serba nel corso dei secoli, l’autore del libro evita concezioni monistiche e teleologiche, ritenendo piuttosto valida la tesi per cui vari gruppi siano stati progressivamente “influenzati” sino a considerare se stessi come Serbi. Inoltre, sempre secondo l’autore, in anni recenti «l’arma del nazionalismo è stata usata come oppio da manipolatori che hanno trascinato la Serbia in dieci anni di disastri».

Quella dell’autore è la sintesi della visione euroatlantica sul processo disgregativo della ex-Jugoslavia e sulla salita al potere di Milošević. È in questa chiave che l’adesione all’Unione Europea può offrire alla Serbia un valido percorso di sviluppo socioeconomico e di ancoraggio istituzionale alle società occidentali.

Ciò nonostante, sul finire della presentazione, una mano si è levata in sala: «voi sapete che in tutta la nostra storia fatta di deportazioni, guerre, annessioni, migrazioni, è solamente il nazionalismo che ci ha salvato? Non solo spero che mai la Serbia entri nell’UE, ma aggiungo che qualora questo avvenisse, sarebbe come se una donna violentata accettasse un invito a cena dal suo stupratore». Stupore in sala, ma anche tanti applausi.

L’incontro ha avuto a nostro avviso il merito di porre in risalto la contemporanea esistenza di due prospettive quasi diametralmente opposte attraverso cui analizzare il paese balcanico. Attenzione a non giudicare la Serbia e i cittadini serbi unicamente tramite i nostri parametri di giudizio; rischieremmo di non cogliere aspetti assai significativi della loro indole e delle loro aspettative. Una volta avremmo definito genius loci l’insieme di caratteristiche che rendono i Popoli della terra così differenti l’un l’altro. Le migliaia di persone che sono scese in piazza per protestare contro l’arresto di Mladić testimoniano come la realtà dello stato balcanico sia enormemente più complessa e delicata di quanto, certe volte, ci piacerebbe immaginarla.

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