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L’impegno di cambiare il Paese con le riforme continua, ma la riforma costituzionale  sembra affogare nel calderone degli oltre 7 mila emendamenti. Il premier Matteo Renzi punta a portare a casa la riforma prima della pausa estiva ma nelle stanze dei Palazzi circola la voce che il tutto slitterà a settembre. Così niente nuovo Senato (e niente nuova legge elettorale) prima delle vacanze parlamentari (ossia prima del 10 agosto). In sostanza le riforme sono arenate in Parlamento.

“Ci potrà essere dell’ostruzionismo, ma noi manterremo l’impegno di cambiare il Paese perché lo abbiamo promesso ai cittadini”, ha assicurato il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi in Aula al Senato, dove il dibattito, ormai aperto, è iniziato in maniera alquanto burrascosa. Il ministro Boschi ha inoltre  puntualizzato che sono “vittime di un’allucinazione” coloro che parlano di “svolta autoritaria” a proposito della riforma.

A proposito di riforme arriva anche l’assist del presidente Napolitano. Durante la consueta cerimonia del Ventaglio, il Capo dello Stato ha raccomandato che “non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie e non si miri a un nuovo nulla di fatto”. Sulle riforme, in particolare, il presidente della Repubblica ha sottolineato che “la discussione è stata libera, estremamente articolata, non c’è stata improvvisazione o improvvida frettolisità”.

Napolitano ha ribadito la necessità di uno sforzo di mediazione da parte di tutte le forze politiche: “Ricercare le più ampie convergenze in Parlamento su leggi di revisione costituzionale – ha afferma il presidente – ovviamente significa dialogare e cercare intese anche attraverso inevitabili mediazioni tra forze schierate su opposte posizioni politiche e in competizione tra loro nell’arena elettorale”. Senza l’applicazione di “ampie convergenze” si corre il rischio di far naufragare, ancora una volta, la revisione della seconda parte della Costituzione.

L’elettività dei senatori, il taglio dei deputati e l’indennità ai parlamentari rappresentano le mine più pericolose che si nascondono tra le migliaia di emendamenti, senza escludere i bilanci dello Stato. Palazzo Chigi, a sua volta, sembra disposto a concedere qualche ritocchino ma i cardini della riforma rimangono fermi. Sì, quindi, alla riduzione delle firme per il referendum abrogativo, all’introduzione del referendum propositivo e all’allargamento della platea che elegge il capo dello Stato, compresi i deputati Ue. Piccole concessioni, infine, sul piano delle competenze tra territori e Unione europea.

Un vasto fronte trasversale, unito a proposito di immunità, elettività dei senatori e bilancio dello Stato, è pronto a consolidarsi e i dissidenti non mancano nemmeno all’interno del Partito democratico. “Bisogna togliere l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione nella logica del Fiscal compact”, ha affermato Massimo Mucchetti, che aggiunge: “Le migliaia di emendamenti dimostrano che nessuno ha paura di andare alle elezioni”.

La strada è quindi tutta in salita, soprattutto per Matteo Renzi che aspira a varcare il traguardo del 2018 (fine della legislatura), e le trappole si nascondono soprattutto tra i rovi del suo partito dove un piccolo ma nutrito gruppo di dissidenti (Chiti, Mucchetti, Tocci, Mineo e compagni) sembra aver disseminato di mine l’Aula.

In definitiva con la riforma in corso il Senato della Repubblica, che dovrebbe conservare il suo nome, cambierà radicalmente: 100 senatori (invece di 315), che avranno meno poteri nell’esame delle leggi, così ripartiti: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica. La Camera dei deputati sarà l’unica Assemblea legislativa e anche l’unica a votare la fiducia al governo. I deputati rimangono 630. In sostanza la funzione principale del Senato sarà quella di “raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”, in particolare regioni e comuni. Potere di voto vero e proprio il Senato lo conserverà solo per riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali. Palazzo Madama potrà chiedere alla Camera la modifica delle leggi ordinarie, ma Montecitorio potrà non tener conto della richiesta. Il Senato potrà inoltre esprimersi anche su leggi non strettamente legate alle proprie competenze ma sarà costretto a farlo in tempi molto stretti: gli emendamenti dovranno essere consegnati entro 30 giorni e la legge tornerà alla Camera, che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Per quanto riguarda le leggi che riguardano i poteri delle regioni e degli enti locali il Senato conserverà invece maggiori poteri, tantoché per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato della Repubblica potrà votare anche la legge di bilancio e le proposte di modifica andranno consegnate entro 15 giorni ma l’ultima parola spetterà comunque alla Camera dei deputati.

 Il testo della riforma rimaneggiato più volte in commissione Affari costituzionali negli ultimi tre mesi, può contare sul sostegno della maggioranza di governo e di Forza Italia, ma all’interno dello schieramento bipartisan – che ha già permesso alla Camera di votare in prima lettura la legge elettorale – ci sono diversi “dissidenti” che finora hanno rallentato il percorso e potrebbero saldarsi all’opposizione su alcuni emendamenti. La squadra dell’esecutivo di Renzi è però convinta che il patto con il partito dell’ex Cavaliere non si infranga e sottolinea che alla riforma del Senato è legata quella della legge elettorale, che dovrebbe approdare a Palazzo Madama, per la seconda lettura, non prima di settembre.

Dopo due incontri in diretta streaming e mentre Beppe Grillo lancia un nuovo allarme sintetizzandolo con l’hashtag “#la nuovadittatura”, Renzi non esclude comunque di raggiungere un’intesa su nuove modalità di voto anche con i pentastellati, ma subordina la ripresa delle trattative al via libera del Senato sulla modifica della Costituzione.

 “Faremo le riforme nonostante ci sia chi vuole ostruire il percorso”, ha affermato Renzi da Palazzo Chigi in occasione della firma di 24 progetti di investimento. “#Mentreloro fanno ostruzionismo per provare a bloccare il cambiamento – scrive il premier su Twitter – noi ci occupiamo di posti di lavoro”.

In effetti, come ha ribadito anche il presidente Napolitano, “le priorità del Paese sono la crescita e la disoccupazione giovanile” e la ripresa in Italia e in Europa “è tuttora incerta” ed è legata alla realizzazione di “riforme strutturali”.

Offrendo un’ennesima speranza all’Italia il premier Renzi esercita il suo monito “Avanti, senza paura” ma puntualizza: “Questo Parlamento è a un bivio: o dimostra di essere capace di cambiare facendo le riforme o si condanna da solo e si torna a votare”.

In sostanza, allucinazioni a parte, le parole continuano ad essere insufficienti e le discussioni non esaustive. Al dibattito deve seguire necessariamente la realizzazione dei fatti, per dare al Paese le riforme di cui ha bisogno e per favorire la svolta liberale di cui tanto si parla ma che, concretamente, stenta ad arrivare.

 

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