Raimondo Lanza

Raimondo. Non serve essere Jhumpa Lahiri per capire che un nome così, che tu lo voglia o no, ti darà un destino di dolorosa elezione. Se poi il cognome, pur conquistato solo tardivamente, è Lanza di Trabia, allora quella condanna ad essere diverso ti scava nella carne come quei proiettili che si conficcano troppo a fondo per essere estratti senza che tu ne abbia a subire danni mortali.

Mi toccherà ballare (FELTRINELLI, 264 pp., 16 €) è la storia di questa vita di elezione e condanna, raccontata da Raimonda Lanza di Trabia e Ottavia Casagrande, rispettivamente figlia e nipote del protagonista del libro.

Chi di noi non ha ascoltato, almeno una volta, la canzone di Modugno su un uomo in frac che se ne va verso la fine della propria esistenza? Quell’uomo, come tutti sanno, era Raimondo Lanza di Trabia, per alcuni l’ “ultimo gattopardo”, per altri semplicemente il giovane viziato che usava i servizi di vermeil della nonna per fare il tiro al piattello sulla spiaggia.

Le due autrici del libro – che sin dal Prologo dimostrano di sapersi prendere in giro con quell’autoironia e quell’ understatement tutti britannici che sono la vera marca di certa vecchia classe benestante, – costruiscono un testo che se fosse un film sarebbe un ‘montaggio alternato’: ad un capitolo in cui ripercorriamo la storia di Raimondo ancora prima che nascesse, ne segue uno in cui lo troviamo alle prese con il difficile compito di passare le linee nemiche per conto dei Servizi Segreti Italiani nel 1943; in un capitolo Raimonda ci racconta di una vecchia valigia di cuoio piena di lettere e conti non pagati, in un altro troviamo il padre che fa il bagno con Edda Ciano, poco prima del fatale 25 luglio che avrebbe significato il tracollo della famiglia Mussolini.

Il risultato è un libro veloce, piacevole da leggere, scorrevole ma attento, curato e raffinato. Non ci sono parole scelte a caso, persino la resa del particolare ‘lessico familiare’ dei Trabia non è mai di maniera ma racconta, anche involontariamente, di un’Italia che non è più, di modi di dire che sono stati spazzati via dal politicamente corretto e dal finto egualitarismo imperante.

Le due autrici si trovano tuttavia di fronte ad un compito nient’affatto facile. Raccontare Raimondo Lanza di Trabia vuol dire correre il rischio o di restituire un personaggio agiografico, il giovane che faceva follie con Errol Flynn e Gianni Agnelli e che infine si suicidò in un vortice di malinconia ed insensatezza o di osservarlo con criticità, rilevandone le (pur enormi) mancanze e la (presunta) incapacità ad integrarsi nella realtà contemporanea.

Forse perché hanno letto migliaia di sue lettere, forse perché ricostruiscono la storia mosse da una sorta di pietas familiare oltre che da interesse evenemenziale, il risultato è che il libro è assai più problematico di quanto sin’ora sia stato scritto su Trabia.

Sembra un parallelo strampalato ma Raimondo Lanza di Trabia era una sorta di Lawrence d’Arabia italiano. Come Lawrence, anche Raimondo custodiva un segreto doloroso che ne marcò profondamente sia il temperamento che le scelte di vita: era un figlio illegittimo.

Se Lawrence (il cui vero nome sarebbe stato Sir Thomas Edward Chapman) per tutta la vita cercò in Oriente quell’identità che un matrimonio mancato gli aveva sottratto, Raimondo Ginestra – Raimondo Lanza di Trabia solo dopo, in seguito ad un decreto emesso appositamente per lui dal Duce, su insistenza della onnipotente nonna Giulia Florio, – passava da un’avventura all’altra provando a capire chi era e cosa la vita volesse da lui.

Figlio della relazione adulterina tra la veneziana (e già sposata) Madda Papadopoli-Aldobrandini ed il parlamentare-diplomatico Giuseppe Lanza di Trabia (per la cronaca, l’ultimo Deputato ad opporsi, nel 1925, all’introduzione delle Leggi Fascistissime), Raimondo giocò con la sua identità per tutta la vita: ecco che allora farsi passare per il dottor ‘Roberto Lima’ o per ‘Rodolfo Lentini’ e trafugare ai nazisti informazioni vitali per gli Alleati era cosa ovvia, quasi ordinaria amministrazione. Ma, si badi bene, sempre mantenendo le iniziali del suo ‘vero’ nome, così da poter indossare la propria biancheria cifrata anche in missione.

Persino l’amore, per l’eccezionale Raimondo, deve essere eccezionale. Aggettivo che, conviene ribadirlo, non significa per forza felice o facile, anzi. Ama donne bellissime – che d’altra parte cadono facilmente ai piedi di questo ragazzo che sembra aver in spregio in egual misura sia il presente che il passato, – è sul punto di sposare Susanna Agnelli (ed il libro, in taluni punti, echeggia scopertamente l’ironia di Vestivamo alla marinara) ed infine si decide per Olga Villi, un’attrice degli anni ’50.

Un grande pregio di questo libro è il mettere in luce la carica propositiva ed organizzativa insita in Raimondo. Certo era l’uomo che faceva il bagno nudo di fronte al castello di Trabia, era il buontempone delle burle con Errol Flynn e il mattacchione che seguì Galeazzo Ciano in visita ufficiale all’Ammiraglio Horthy, a Budapest, indossando solo una giacca da camera ed avendo la faccia tosta, giunto alla stazione, di avvicinare il figlio del Reggente chiedendogli in prestito uno smoking.

E tuttavia Raimondo Lanza di Trabia fu anche un perspicace amministratore, un organizzatore sportivo, un ottimo soldato. La sua, più che solo sbadataggine da privilegiato, fu piuttosto la lotta impari di un mondo antico che, volente o nolente, doveva cedere il passo al Mondo Nuovo, fatto di Mafia, delle aderenze di questa con il Potere, di giochi internazionali per il controllo di materie prime sempre più vitali. Lo dice anche Lampedusa, per bocca del suo Don Fabrizio: noi siamo stati i Gattopardi, ora verranno gli Sciacalli.

Il rischio di questi libri è quello di indulgere in una nostalgia magari piacevole per gli Happy Few appartenenti al club ma disturbante per tutti gli altri. Mi toccherà ballare non è affetto da questa malattia, anzi. Raimonda e Ottavia sono spesso assai critiche, ragionano, non giustificano ma spiegano.

E se un filo di nostalgia c’è, è forse il rimpianto di non aver conosciuto un padre che “di storie da raccontare ne avrebbe avute tante”.

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