No_al_canone_Rai

Il Partito Liberale Italiano, insieme ad altri partiti e associazioni dell’area liberale, si è fatto promotore di una iniziativa di grande impatto, nel silenzio preoccupante di buona parte della stampa e nell’ apparente disinteresse delle altre forze politiche: ricondurre il grande carrozzone della RAI nell’ alveo di una sana concorrenza, senza far più gravare i propri spropositati e ingiustificati costi sulle tasche dei già tartassati cittadini italiani.

Sia chiaro che qui non si contesta il valore storico e culturale della Radiotelevisione Italiana che, specie in passato, ha fornito un contributo importante all’unificazione di un Paese diviso, favorendo la diffusione della lingua italiana. Si contesta, con fermezza, il favorevole e anomalo sistema di cui gode oggi questa società per azioni, perché la RAI è da tempo una SpA, controllata al 99,56% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, e allo 0,44% dalla SIAE. Dunque un soggetto giuridico privato, ma economicamente pubblico, che si avvale di una concessione in esclusiva dello Stato per il servizio pubblico radiotelevisivo in Italia.

Per svolgere tale servizio pubblico, sottoposto alle regole di un Contratto di servizio stipulato con lo Stato, la RAI SpA beneficia di un particolare privilegio: quello di riscuotere annualmente dai cittadini un canone, dovuto da chiunque disponga di apparecchi in grado di ricevere trasmissioni televisive.

Dunque, già qui si riscontrano evidenti violazioni del diritto dell’utente-consumatore di poter usufruire o meno del servizio RAI e, di conseguenza, di dover pagare o meno il relativo canone. Non si capisce per quale motivo, nel 2014, un cittadino debba pagare tale obolo per il semplice fatto di avere un televisore, pur non avendo egli alcun interesse a vedere le trasmissioni delle reti RAI.

In uno Stato di diritto, quale l’Italia in questo caso non è, non si deve essere costretti a pagare un canone per un servizio che non si vuole utilizzare. Per fare un esempio, si corrisponde un pedaggio alla concessionaria se si entra in un’autostrada di sua gestione. Altrimenti, se si vuole percorrere un’altra strada non si è costretti a pagare un canone ad ANAS o ad Autostrade per l’Italia. E si badi bene che, benché in apparenza il paragone possa sembrare impreciso, ANAS e Autostrade per l’Italia sono rispettivamente concessionaria e subconcessionaria di un servizio pubblico, proprio come la RAI, e il pedaggio, come il canone televisivo è un tributo, ma mentre il primo è una tassa, dunque da pagare in funzione di un servizio reso, il secondo è un’imposta.

E qui c’è un’altra situazione delicata: il canone televisivo RAI, essendo un’imposta, consiste in un prelievo non connesso a una specifica prestazione a vantaggio del cittadino. Dunque, che io voglia o meno vedere i programmi di intrattenimento RAI o che io sia d’accordo o meno con i profumati onorari pagati a conduttori e ospiti di eventi non sempre ritenuti soddisfacenti, poco importa. L’obolo ha da essere pagato, garantendo così, a questa SpA, più del 50% della copertura dei suoi ricavi.

La norma che impone questo pagamento è addirittura il Regio Decreto n. 246 del lontano 1938, redatto in un’epoca in cui chiaramente l’Italia era tutto tranne che liberale e quando non si aveva la fortuna di poter “cambiare canale”.

Fa sorridere il fatto che, se la RAI non rispetta il Contratto di servizio con lo Stato, impegno a cui è collegato il diritto di imposizione del canone ai cittadini, la pena sia la revoca della concessione in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo. Sarebbe divertente vedere lo Stato revocare sostanzialmente a se stesso, visto che la RAI è quasi interamente controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, tale concessione. Ovviamente è un’ipotesi irrealistica.

Si aggiunga un ultimo elemento, che rende ancora più inaccettabile questo stato di cose: la storica lottizzazione di cui la RAI è sempre stata accusata. Il controllo politico, in particolare di alcuni partiti, è sempre stato preponderante ed evidente, minando irrimediabilmente l’indipendenza e il pluralismo alla base di qualunque servizio pubblico.

Non a caso, qualche anno fa, con il D.Lgs. n. 213/2010 (allegato C), la politica ha ritenuto “indispensabile la permanenza in vigore” del suddetto regio decreto. Perché privarsi di questa ricca fonte di sostentamento?

Ecco perché non ha più senso che tale sistema venga tuttora mantenuto a queste condizioni.

Ecco perché l’iniziativa dei liberali è volta a smantellare i capisaldi di un struttura di potere ed economica inammissibile, che si regge sulle tasche dei cittadini italiani senza garantire ad essi una serie di sacrosanti diritti.

La libertà, in questo caso, passa necessariamente attraverso una triplice azione, necessariamente combinata:

–          l’abolizione del canone RAI;

–          la rimozione di qualunque controllo politico, diretto o indiretto;

–          la vendita della RAI ai privati.

Solo così il cittadino italiano avrà finalmente la possibilità di godere del suo pieno diritto di “cambiare canale”, potendo scegliere tra tanti effettivi concorrenti che, come in ogni economia di mercato, dovranno impegnarsi per soddisfare le richieste e le esigenze dei propri utenti-consumatori.  

 

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