renzusconismo

Una effettiva forzatura di Renzi verso la rottura con la minoranza interna del PD e la emarginazione della CGIL, di fatto, comporterebbe l’indebolimento di tutto il fronte sindacale, perché UIL e CISL sono diventati ormai irrilevanti. La prima, ormai  minoritaria e marginale per la mancanza di forze politiche di riferimento, alla fine di un lungo ciclo di Angeletti, si accinge ad affidarsi ad un modesto quadro di periferia.  Allo stesso tempo, l’atto di furbizia di stampo democristiano delle dimissioni anticipate di Bonanni, sono la prova della consapevolezza che un lungo ciclo andava a chiudersi, anche perché la vera difficoltà della CISL dipende dall’essere prevalentemente un sindacato del Pubblico impiego e dei pensionati. La “trimurti”, quindi, dovrà faticare a difendere gli attuali privilegi e non sarà  in grado di spendere una parola forte nel grande dibattito sulla riforma dei rapporti sindacali, ormai decisamente orientato al necessario superamento di un sistema di garanzie sbilanciate a favore dei dipendenti a tempo indeterminato delle grandi aziende, tutte in crisi o letteralmente sparite dal mercato, salvo quelle pubbliche o a capitale pubblico. Resta in campo soltanto la CGIL, sia pure con qualche incertezza e, per altro, in forte contrasto con la FIOMM. Essa non riuscirà ad andare oltre una protesta ideologica e di principio, ma dovrà, per evitare di rendere manifesta la propria impotenza, fingere di trattare ed accontentarsi di qualche modesta concessione di minor conto.

Di fatto la scelta di fondo è fatta: l’art.18 non ci sarà più. In realtà, oltre al significato simbolico, non vi saranno devastanti conseguenze pratiche, come favoleggiano gli oppositori. Sul piano politico invece la provocazione serve a Renzi per dimostrare la marginalità della sua minoranza interna, riuscire a spaccarla ulteriormente ed, auspicabilmente, arrivare ad una mini scissione, che darebbe vita alla sua sinistra, ad un partitino insignificante, destinato a scomparire alle  prossime elezioni.

Su questo terreno il Presidente del Consiglio ha già incassato il consenso aperto del Capo dello Stato e quello, più ovattato, ma altrettanto esplicito, di Draghi, che forse è anche l’ispiratore della linea di svolta per quanto concerne i provvedimenti sul mercato del lavoro.

Siamo al Renzi secondo atto, tutt’affatto diverso da quello iniziale, che si basava soltanto sugli annunci, sulla velocità e sulle tempistiche velleitarie di approvazione delle riforme. Oggi il brillante leader vitaminico si rende conto che non basta più. Anche senza un progetto chiaro, disponendo di una maggioranza bulgara in Parlamento, (dando pure per scontata la scissione della minoranza dl PD) dopo aver pagato il biglietto che gli è stato imposto dall’Europa, potrebbe tentare di raggiungere qualche risultato concreto prima di sottoporsi all’esame elettorale, grazie alla sponda con Forza Italia, alla quale dovrebbe pagare, forse molto volentieri, un modesto prezzo sul terreno della giustizia.

Ne sarà capace? Non gli manca una notevole vocazione verso il trasformismo ed altrettanta prontezza nel cogliere le opportunità. Tuttavia molti indicatori sembrano segnare brutto tempo, principalmente sul piano economico ed occupazionale, in carenza di interventi significativi sul taglio della spesa pubblica, che il Governo non ha il coraggio di effettuare. Prima di una caduta verticale dei consensi, il Premier potrebbe scegliere, pertanto, la via delle elezioni anticipate nella primavera del 2015, anche senza aver ottenuto l’approvazione della nuova legge elettorale, ma con il consultellum, che finirebbe col legittimare per una lunga stagione la inevitabile grande coalizione Renzusconiana.

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