Il 21 maggio l’agenzia Standard & Poor’s ha modificato l’outlook sul rating dell’Italia da stabile a negativo, avanzando così la probabilità (una su tre, per l’esattezza) che nel giro di 24 mesi il rating  italiano venga abbassato, come è già successo a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna.

Lo stesso taglio dell’outlook era avvenuto per gli Stati Uniti a metà aprile, per la stessa motivazione di base, ovvero il timore che le manovre economiche in programma e lenta ripresa (stimata all’1,3% in media tra oggi ed il 2014) non siano sufficienti per una riduzione significativa del debito pubblico nei prossimi anni. Nello specifico, che non si riesca a portarlo sotto al 113% per il 2014, dal 116% stimato dell’anno in corso.

Non è certo una novità la magnitudine del debito nostrano, ad alti livelli da sempre, cresciuto del 16% dal 2007 a causa della crisi e tornato oggi agli stessi livelli del 1997 (di fatto, vanificando un decennio di consolidamento fiscale), ma è una novità che il sistema italiano non sia in grado di rispondere adeguatamente, con gli export, al rafforzamento della domanda dall’estero che sta caratterizzando questo momento della ripresa economica, campanello d’allarme che evidenzia la perdita di competitività e una scarsa produttività (colpevole anche la mancanza di impegno politico nella deregolamentazione del mercato del lavoro).

A sostegno dell’opinione di S&P ci sono l’aumento del deficit commerciale italiano dell’ultimo anno e i dati relativi alla diminuzione delle esportazioni nette, ma in contrasto i pareri positivi espressi dal Fondo Monetario Internazionale sulle politiche economiche italiane e la recentissima analisi dell’Istat che, nonostante il panico mediatico scatenato negli ultimi giorni, è decisamente più positiva di quelle precedenti, non lasciavano in effetti prevedere una simile valutazione negativa.

L’elemento di sorpresa, e secondo alcuni l’elemento cardine della nota dell’agenzia, è il ritorno del rischio politico, come osserva il Financial Times, ovvero la possibilità che uno stallo politico (“political grindlock”) possa contribuire allo slittamento delle riforme fiscali, a significare l’interferenza diretta sul piano economico dell’incerta stabilità politica.

Nonostante l’immediata replica del Ministero dell’Economia e delle Finanze che, con un tono tra l’orgoglioso e l’indignato, ha ricordato che l’Italia è stata, è, e sarà un paese con risorse economiche e politiche tali da fargli sempre rispettare gli impegni presi (vero solo se non consideriamo i parametri Europei di convergenza, ma mal comune mezzo gaudio) e che la paralisi politica è da escludere in assoluto, l’evoluzione degli ultimi giorni relative alle elezioni amministrative e alle frizioni tra il Premier ed il Ministro Tremonti suggeriscono, almeno in questo ambito, una qualche dote profetica dell’agenzia.

D’altro canto, Standard & Poor’s afferma anche che se il governo riesce ad ottenere sostegno politico per l’attuazione di riforme strutturali a favore della competitività, ponendo le basi per una crescita economica più elevata ed una più veloce riduzione del debito, i rating potrebbero rimanere al livello attuale, ed è questa l’ipotesi più plausibile, se non altro perchè in maggioranza (due probabilità su tre) contro il rischio di declassamento. Nostra è la speranza che tale rimanga.

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