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La suggestiva lettura di Ernesto Galli della Loggia del trionfo renziano, celebrato alla Leopolda come la fine dell’intero universo ideologico del novecento italiano, è sicuramente interessante. Egli acutamente osserva che, senza la cancellazione del PD, il processo di superamento di tutte le culture politiche che ne sono state protagoniste, non poteva compiersi. Invece non ci pare condivisibile l’affermazione che, anche come parente di secondo grado, Renzi ed il suo PD rappresentino gli ultimi eredi dell’esarchia ciellenistica, che aveva dato origine al sistema e pertanto siano gli unici in grado di seppellirlo, laddove Berlusconi non vi è riuscito, poiché non sapeva nulla di quella storia, delle sue radici, delle sue mitologie.

Letta in questi termini appare come la narrazione romantica di chi, come molti altri, avendo fatto parte del PCI, pur essendosene distaccato in seguito, ha creduto nel suo mito e in fondo tenta  di nobilitarne la ingloriosa fine, quasi come se fosse il prezzo da pagare alla incalzante modernità.

In effetti è verissimo che, senza la cancellazione del PD e di quello che esso rappresentava come continuatore di una lunga storia che ha avuto un grande peso nel cinquantennio della cosiddetta Prima Repubblica, (con la sua egemonia nelle piazze, nel mondo della cultura, nella magistratura militante) non si sarebbe potuto compiere per intero il processo di trasformazione della politica cui stiamo assistendo in questi giorni. Tuttavia è errato non riconoscere, nel bene e nel male ( a nostro avviso nel male) che l’avvio della nuova fase è da attribuire a Silvio Berlusconi, inventore in Italia del partito padronale, soggetto elettorale, che si rivolge, attraverso il suo leader, direttamente al popolo e ne cerca il consenso, superando la convinzione della necessità di ancoraggio a radici ideologico-culturali. Il berlusconismo tuttavia ha dovuto fare i conti con un partito radicato della sinistra ed ha dovuto combattere un intero ventennio contro coloro che contestavano la sua svolta  cesarista, rivendicando la diversità etica della sinistra e persino rafforzando il significato simbolico della partecipazione politica, attraverso la invenzione del fantasioso sistema delle primarie.

Renzi, ritenendo che il recinto ideologico nel quale si era rinchiuso il PD, fosse quello che impediva a tale partito di andare oltre il 25% di Bersani, o il 33% di Veltroni, ha sposato in pieno la concezione berlusconiana del partito liquido, capendo che, in una logica maggioritaria,   era l’unico modo, per smarcarsi e cercare nuovi consensi in mare aperto. Per questo motivo ha teorizzato la Leopolda specialmente l’ultima) come momento di apertura più larga  e persino dialettica  rispetto ai confini partitici e di fatto ha affondato il PD e tutto quello che rappresentava, per creare, sul modello berlusconiano,  un nuovo partito della Nazione.  Un soggetto evanescente, che si identifica esclusivamente nel proprio leader, ma che, liberato dalle barriere ideologiche del passato, appare in grado di raccogliere un consenso più ampio. Per raggiungere tale obiettivo aveva bisogno, del patto del Nazareno, che ha plasticamente segnato il momento della fine della lunga fase di demonizzazione  berlusconiana e gli ha consentito il libero pascolo nelle deserte praterie elettorali di una vasta area moderata, ormai priva di riferimenti. Ha assicurato all’ex Cavaliere la fine della persecuzione mediatica, politica e, per quanto possibile, di quella giudiziaria, insieme alla garanzia assoluta della tutela dei suoi interessi imprenditoriali. Certamente le sue reti televisive non verranno toccate e difficilmente Sky potrà entrare nella TV generalista, anche se il Governo dovesse optare per una parziale privatizzazione della RAI, la quale comunque subirà significativi tagli di bilancio per consolidare la posizione del concorrente privato. Inoltre una eventuale scalata a Telecom da parte di Mediaset non verrà ostacolata, anzi forse agevolata, in nome dell’italianità del principale gestore telefonico nazionale.

 A Berlusconi basterà  un piccolo partito personale, non condizionato dai colonnelli, per garantirsi il mantenimento degli accordi ed, a propria volta, assicurare al Premier il sostegno parlamentare tutte le volte che ne avrà bisogno. L’accettazione da parte dell’ex Cavaliere della proposta di una legge elettorale con alti sbarramenti e premio di maggioranza alla prima lista, (obiettivo che sa di non poter mai più raggiungere) si spiega soltanto con l’esistenza di un solido accordo con Renzi, che ne sarà l’unico vero erede politico, con, in più, il merito di aver distrutto il partito che con maggior tenacia lo ha contrastato nell’ultimo ventennio e sicuramente gli consentirà di smarcarsi del gruppetto dei “traditori” alfaniani. il raggiungimento di questo traguardo rappresenterà la completa vittoria del Cavaliere.

Il giovane Presidente del Consiglio, in un simile contesto, si sente molto sicuro di poter vincere le prossime elezioni, non temendo la formazione che potrà nascere alla sua sinistra dall’unione tra SEL, gli scissionisti del suo partito e la irriducibile componente sindacale, nonostante la grande partecipazione alla manifestazione di Piazza San Giovanni, convocata dalla CGIL. E’ infatti fermamente convinto che  l’opinione pubblica ritiene tali posizioni nient’altro che espressioni di una nostalgia conservatrice, ripiegata sui residuali equilibri politici del secolo scorso, cui è riservato un destino non dissimile da quello di Rifondazione comunista.

Ci piace poco il plebiscitario sfolgorio di bandiere rosse in piazza, ma siamo altrettanto preoccupati di quello in maniche di camicia arrotolate della Leopolda, come siamo stati fortemente critici nei confronti delle psichedeliche convention del PdL o di Forza Italia. Siamo sempre stati dalla parte del metodo della ragione e ci riconosciamo soltanto in quei movimenti che ad essa si richiamano.

Ci sembra affrettata l’affermazione conclusiva di Galli della Loggia, secondo cui Renzi, dimostrando l’obsolescenza della sinistra, ha messo  in evidenza anche l’inconsistenza della destra, culturalmente priva di radici. Ne conseguirebbe che il giovane vincitore, pur di fronte al consenso plebiscitario, rimasto di fatto l’unico in campo, sarebbe condannato ad una solitudine inquietante. Senza accorgersene il noto commentatore politico rivela la supponenza intellettuale tipica di una formazione culturale che lo condiziona tuttora.

In realtà non è così. Vi è una opposizione nel Paese, che si va rivelando forte e pericolosa per la sua inclinazione autoritaria. E’ quella della destra dura e pura guidata da Salvini, che tende ad uscire dalla gabbia territoriale che ha finora relegato la Lega al rango di movimento circoscritto al Nord. Per raggiungere tale obiettivo sta tessendo uno stretto rapporto sul piano europeo con Marine Le Pen e progetta un cartello elettorale con Casa Paund e Fratelli d’Italia, che, da soli, non supererebbero gli sbarramenti elettorali. Verso lo stesso orizzonte politico sembra dirigersi anche Grillo. Se i nuovi paladini di una destra dispotica e conservatrice dovessero incontrarsi e decidere di unire le proprie forze, rappresenterebbero un reale pericolo per la democrazia.

In un’Italia sempre alla ricerca dell’uomo solo al comando, del duce, di colui cui affidare i propri problemi per continuare una vita pigra e senza impegno sociale e politico, non rimarrebbe che scegliere tra populismo renzusconista, nostalgia sindacalcomunista o destra autoritaria. Che spazio potrebbero avere la sparute e disperse forze liberali in un simile contesto? Non c’è di che stare allegri.