latorre girone

Quella dei due Marò italiani Latorre e Girone è una vicenda dai risvolti complicati, complessi, a volte contraddittori, dove il “caos regna  sovrano”.Troppi, gli errori che stanno caratterizzando la vicenda, gestita dalle autorità con un riserbo, che allo stato attuale, invece di semplificare la risoluzione l’ha complicata; in cui sono poche le  informazioni che filtrano attraverso inchieste giornalistiche che tengono viva l’attenzione sui nostri militari, ancora detenuti in India, da ormai troppo tempo. Troppe le  “interpretazioni “delle leggi nazionali e internazionali che vengono e devono essere prese in considerazione. I fatti, i dati acquisiti in modo un po’ approssimativo, su cui poi applicare le norme, non facilitano. La mancanza di intervento – non richiesto dall’Italia nei primi momenti, quelli fondamentali per acquisire elementi  di prova per la ricostruzione dei fatti ai fini processuali – di due autorità importantissime come quelle della comunità europea e ONU che indiscutibilmente sono e devono essere garanti dei diritti e doveri in ambito internazionale, ha complicato ancora di più la vicenda.Ma partiamo dai fatti, quelli noti, attraverso le dichiarazioni rilasciate e delle indiscrezioni giornalistiche, e  attraverso le perizie e testimonianze di funzionari militari e civili che daranno luogo alla ricostruzione della vicenda necessaria per l’applicazione delle norme:

Dunque dagli atti risulta che:

I Maró, erano imbarcati con mansioni  “anti-pirateria” , quindi con foglio di ingaggio militare,  a bordo della petroliera “Enrica Leixe,pochi mesi prima, due navi dello stesso armatore, la petroliera Caylyn e il mercantile Rosalia d’Amato, erano state catturate da pirati somali, attraverso corde con ganci e rampini, e facilmente sono  saliti sul ponte.

L’incidente è avvenuto in acque internazionali, a 20,5 miglia dalla costa e solo successivamente la nave italiana entra in acque territoriali indiane quando il comandante della “Enrica Lexie” ha accettato l’invito della Guardia Costiera locale a rientrare nelle acque territoriali indiane si trovava a 30 miglia dalla costa.

I due Marò avrebbero fatto fuoco per respingere quello che ritenevano essere un tentativo di abbordaggio da parte di un vascello ritenuto pirata e che non issava alcuna bandiera nazionale, assolvendo così i compiti difensivi assegnati dal foglio di ingaggio.

Muoiono due pescatori indiani.

Da ciò deriva l’iscrizione dei Marò nel registro degli indagati per i reati di “violata consegna aggravata” e “dispersione di oggetti di armamento militare”, “omicidio volontario”.

Da qui in avanti si determina a livello normativo un coordinamento di norme concorrenti di stati diversi e di norme internazionali, che senza la presenza di un autorità imparziale, che le applichi, hanno dato vita ad una gestione “confusa” della vicenda. Uno stato, l’India che pone in essere atti unilaterali e arbitrari, senza prendere in considerazione le norme internazionali e dall altro uno stato, l Italia presumibilmente “debole” nel far valere le proprie ragioni.

Il primo problema  da chiarire l’Immunità Funzionale:”status riconosciuto giuridicamente ad un militare che agisce nell’esercizio delle proprie funzioni, e aldilà del territorio dello Stato di appartenenza, ove per ogni atto svolto nella funzione per cui sono stati ingaggiati non risponde in prima persona, ma la sua azione od omissione sarà imputata allo Stato di provenienza. Quindi nel caso specifico i nostri Marò ne avrebbero dovuto beneficiare in considerazione del foglio di ingaggio operanti in missione di “anti pirateria” , “con tutti i mezzi necessari “. Ma l’India  arbitrariamente non l’ha riconosciuto all’Italia ed ai due Marò, anzi, lo Stato indiano ha deciso, con atto unilaterale di procedere con  un procedimento interno, con norme di diritto penale indiano, non applicando di conseguenza la normativa internazionale .” I Marò  italiani,  erano impegnati in attività  finalizzate a dare attuazione alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU  in materia di contrasto alla pirateria – risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1897/200910, il D.L. n.107/11 convertito con modificazioni nella legge n. 130/11 in tema di “finanziamento delle missioni internazionali militari all’estero” , che legifera  sull’ ipotesi di  prevedere “la possibilità di imbarcare sulle navi mercantili italiane, previa intesa con l’armatore ed a sue spese, i Nuclei Militari di Protezione della Marina, abilitati ad avvalersi anche di personale delle altre Forze Armate, provvisti del relativo armamento personale”. Tale importantissima legge italiana riconosce ai militari le funzioni di ufficiali e di agenti di polizia giudiziaria in relazione ai reati di pirateria, previsti agli articoli 1135 e 1136 del codice della navigazione, nonché per i reati connessi ex art. 12 c.p.p.. Perciò , i due Marò si trovavano a bordo della petroliera nella veste di organi dello stato italiano, in missione antipirateria nell’ambito di attività svolta in base alle risoluzioni del Consiglio dell’ONU. Di conseguenza, è innegabile che i due Marò agissero in nome e per conto dello stato italiano, perciò non dovrebbero essere giudicati nello stato indiano come semplici cittadini. – Se così non fosse, qualunque soldato che, in battaglia, uccidesse, potrebbe essere imputato di omicidio, pur avendo agito per conto dello Stato nell’ambito delle proprie mansioni ufficiali .”Perciò  risulta chiaro che   «un eventuale illecito compiuto da un soldato non può essere imputato direttamente a lui nell’ambito del diritto penale di uno Stato, ma va imputato all’Italia nell’ambito del Diritto internazionale».  Da tali norme , fondamentali , si deduce che i soldati risponderebbero personalmente  solo nel caso non avessero rispettato le regole di ingaggio.

Secondo problema: Entrambi gli stati  “reclamano ”  la giurisdizione sul caso. Formalmente facile la soluzione della questione, se fossero stati rispettati i protocolli internazionali e di concerto il diritto italiano della nave dove erano ingaggiati i militari. Elemento importante l’assenza della bandiera nel peschereccio indiano, che farebbe venir meno l’applicazione del diritto indiano nel caso in cui non si riuscisse a dimostrare che il fatto si sia verificato nelle acque internazionali, cosa contestata dallo stato indiano, mentre batteva bandiera italiana la nave dove erano ingaggiati i Marò. La Commissione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare ha, inoltre, sancito il diritto di applicare sulle navi, se si trovano in acque internazionali, la giurisdizione dello stato di cui battono bandiera. Da aggiungere poi, le convenzioni di Montego Bayi, Vessel Protection Detachement, meglio conosciuti come VPD che servono, anche,  a livello multilaterale,  ad organizzare, le scorte armate sulle navi mercantili. Il difetto di giurisdizione indiano è quindi ancor più evidente. 

Riassumendo il nocciolo della questione: “L’India avrebbe dovuto affrontare la questione della presunta responsabilità dei marò italiani dal punto di vista diplomatico, mentre  l’India esercita giurisdizione in ragione del presunto verificarsi dei fatti all’interno delle proprie acque territoriali.””Ma a prescindere dalla problematica del luogo per determinare la giurisprudenza e la giurisdizione da applicare , di fatto per i soldati dovrebbe cambiare ben poco. L’immunità funzionale va, in ogni caso, riconosciuta.”

Soluzioni possibili: Molti esperti del settore, focalizzano l’attenzione sull’ipotesi del  ricorso a una sorta di arbitrato internazionale, in considerazione degli eventi verificatosi in modo pressoché incomprensibile. Errori commessi, forse tanti, se i fatti  accaduti si sono verificati come in Parlamento sono stati descritti. Dalle lungaggini, alla metodologia.

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