job act

Senza alcun rimpianto si chiude un 2014, segnato dalla recessione e dalla deflazione. Soltanto gli USA, unico Paese ove l’economia affonda le sue radici in una solida concezione liberale, hanno segnato nell’ultimo trimestre una crescita record del 5%, tornando ad assumere il ruolo di indiscussa locomotiva della produzione industriale mondiale e contemporaneamente dimezzando il debito pubblico.

Tutte le altre economie avanzate hanno registrato un arretramento, che non ha risparmiato  i rampanti  paesi asiatici ed il Brasile. L’Europa, compresa la stessa Germania, appare totalmente ferma, dopo una lunga recessione che si protrae dal 2008. Anche qualche modesta previsione di ripresa nell’ambito UE, che potrebbe compensare la pur limitata inflazione, non riguarda l’Italia, la quale, in controtendenza, per il prossimo 2015 deve attendersi una contrazione dello 0,6% sul PIL.

Dopo il disastro del Governo Monti, che, agli ordini di Bruxelles, ha messo in ginocchio la nostra economia, facendo il contrario di quanto andava fatto in periodo di crisi e lasciando l’Italia in uno stato assoluto di prostrazione, con le aziende che chiudevano al ritmo di una al minuto e le disoccupazione dilagante, molti si illudevano che sarebbe finalmente arrivato un Esecutivo di sinistra, con una solida maggioranza, in grado di rimettere a posto le cose.

Gianburrasca invece, in Europa, si è trovato isolato (la Francia ha contrattato le sue ben più gravi problematiche per proprio conto, risolvendo con la solita arroganza la questione del superamento dei vincoli comunitari). Da solo, quindi, il nostro Matteo si è affidato ad una serie di inutili piroette, promettendo che il Job Act sarebbe stato il segnale della svolta e che la spending  review avrebbe risolto il problema della esorbitante spesa pubblica. Sin dalle dimissioni di Cottarelli, è apparso chiaro che il Governo non avrebbe avuto il coraggio e la capacità di incidere sulla spesa, nel timore di dover subire conseguenze elettorali di dimensioni imprevedibili. Su quel terreno, quindi, si è fatto pochissimo o nulla, anzi la legge di stabilità si è rivelata l’occasione per ripristinare privilegi, assicurare regalie e rinviare ogni scelta sui necessari tagli alla spesa pubblica, con un debito pubblico ancora in crescita. Caparbiamente il Presidente del Consiglio ha deciso di rendere stabile la mancia di ottanta Euro al proprio elettorato di riferimento, saldamente ancorato al lavoro dipendente, per assicurarsi, anche in caso di poco prevedibili elezioni anticipate, uno zoccolo sicuro di consenso inossidabile. Inoltre ha del tutto ignorato la grande sofferenza del mondo del lavoro autonomo, che, dopo la chiusura di quasi ogni spazio in quello dipendente, va assumendo sempre più una dimensione notevole, perché finisce con l’offrire l’unica opportunità residuale ad una gran parte della massa giovanile priva di occupazione.

Renzi invece ha puntato tutte le sue carte sul provvedimento del lavoro, che ha tenuto banco per tre mesi, annunciando che  avrebbe dovuto cambiare radicalmente i rapporti all’interno delle aziende e produrre (secondo quanto affermato dal Ministro Padoan)  ottocentomila nuovi posti di lavoro. Invece si è rivelato niente più che una camomilla tiepida, priva delle indispensabile caratteristiche  della tanto attesa riforma del lavoro; caso mai, ne rappresenta soltanto un timido, iniziale atto, privo di effettiva efficacia. Tanto rumore per nulla! Con la conseguenza che ha lasciato giustamente scontenti i sindacati, che, per la prima volta, hanno visto mettere in forse certezze per loro indiscutibili, ma altrettanto gli innovatori, perché sostanzialmente non è cambiato nulla, dal momento che il provvedimento ha introdotto nel sistema altre astrusità, che la magistratura del lavoro interpreterà come meglio riterrà opportuno, creando ulteriore confusione.

Il complesso meccanismo dei licenziamenti probabilmente risulterà impraticabile e comunque più oneroso per le aziende, a causa degli incentivi economici, che, in moltissimi casi, risulteranno eccessivi. Per esempio, il dipendente che ha deciso di lasciare un’azienda perché ha trovato di meglio, comincerà  ad assentarsi, si fingerà ammalato, farà male il proprio lavoro, con l’obiettivo di essere licenziato ed intascare il cospicuo incentivo economico previsto dalla nuova legge. Il risultato dimostra che nel lungo periodo di polemiche ed invettive intercorso, si è registrata una mediazione al ribasso, in cui vincitore è risultato il sindacato, che ha fatto la voce grossa ed è riuscito ad ottenere un provvedimento insignificante, contro il quale tuttavia continua ad alzare le proprie bandiere. La conclusione della vicenda dei decreti delegati (illegittimi perché sicuramente fuori dai principi vincolanti di delega) ha poi definitivamente dimostrato l’assoluta ininfluenza di NCD, che, dopo aver tentato il ruggito del topo, tuonando “o via l’Art. 18  o via il Governo”, ha dovuto subire l’umiliazione della sua assoluta irrilevanza, perché il provvedimento è rimasto identico ed il partito di Alfano non ha avuto, come appariva a tutti chiaro, il coraggio di aprire la crisi, per il terrore di doversi cimentare alle elezioni o di rimanere comunque fuori dal Governo. Certe sfide non si lanciano, ma dopo aver osato, per dignità, bisognerebbe andare sino in fondo. La vicenda ha quindi dimostrato definitivamente che tale partito verrà scaricato alla prima occasione utile, magari per fare un favore a Berlusconi, dopo aver perso la straordinaria occasione, che ha avuto a portata di mano, di sposare le posizioni e le legittime richieste della parte produttiva della società, presa in giro con l’IRAP, massacrata con le imposte sulla casa e definitivamente fregata con il Job Act.

Nel 2015, dopo la conclusione di un periodo di Presidenza italiana dell’UE, di cui nessuno si è accorto, navigheremo ancorata vista, con l’aggravante di una ostinata pressione per una disastrosa ed illiberale riforma della Costituzione e della Legge elettorale ed il complicato rebus dell’elezione del Capo dello Stato, all’insegna dei più scontati tatticismi.

Augurandoci di sbagliare, la previsione più ragionevole è che uscirà eletto un Capo dello Stato di modesto profilo, gradito soltanto alla sinistra e che riceverà i voti dei cinque Stelle, inevitabilmente attratti dall’orbita  renziana. Lo straccivendolo toscano avrà così compiuto il suo capolavoro tattico, ponendosi come unico soggetto al centro della scena. Egli infatti, dopo aver costretto il proprio partito a rompere con la tradizione comunista, è riuscito a rendere marginale il ruolo di una destra litigiosa, dimostrando di essere in grado di utilizzarla in tutte le sue componenti a proprio piacimento; ma, il capolavoro consisterà infine nel riuscire ad addomesticare e dividere il movimento di Grillo, che si era proposto come alternativa irriducibile di sistema, mentre finirà con l’essere condannato a corrompersi, ammansirsi e sfaldarsi rapidamente. Non rimane che concludere che, nonostante la propria modesta statura, Renzi, per perseguire il proprio disegno di regime, di guai  riuscirà a produrne in quantità notevole.

Soltanto una dose di inguaribile ottimismo della speranza, può consentire in tali condizioni di augurare un buon anno.

CONDIVIDI