B.Croce

Arrivato all’età senile, mi capita talvolta di interrogarmi su ciò che devo al pensiero, all’esempio ed alla cultura di altre persone.

Si tratta di interrogativi che non hanno facile risposta, perché il nostro essere è un intreccio, a volte complicatissimo e quasi sempre pieno di contraddizioni, di apporti di altri, conosciuti e sconosciuti, a volte da noi nascosti e rifiutati, ma presenti e forti.

Se mi domandassero se sono o sono stato un crociano, dovrei rispondere che no, e senza esitazioni. In primo luogo perché questo attribuirsi  “denominazioni d’origine” con riferimento ad un’altra persona, benché notissima, grande e tale da influire sul pensiero e la vita di molti altri è cosa che non mi piace, sia ciò riferibile alla politica, alla letteratura, al pensiero in genere.

In secondo luogo definirmi così sarebbe un’esagerazione, un’attribuzione un grado di riconoscibilità del mio agire e pensare che certamente non mi spetta.

Con Croce ho avuto certamente a che fare.

Ne scoprii l’esistenza nella mia adolescenza, studente “ginnasiale” e poi “liceale” nel raffazzonato “Liceo Ginnasio” di Civitavecchia, ancor più raffazzonato perché si era negli anni della guerra, per la quale mancava cibo, combustibile e, a quanto pare, anche professori. Mancava, poi, la libertà.

Avevo, ciò malgrado un gruppetto di compagni di scuola di qualità non comuni, come hanno dimostrato, poi nella loro vita, oramai di tutti loro estinta.

Ad un certo punto, in quell’angolo così vicino a Roma e così lontano dal cuore culturale dell’”Italia con gli stivali”, come avrebbe poi detto e scritto Vitaliano Brancati dell’epoca di Starace, qualcuno di noi scoprì che in Italia, a Napoli, viveva un uomo un personaggio dell’Italia della cultura, della libertà, della storia risorgimentale, che non aveva mai indossato la camicia nera che scriveva di cose dello spirito umano e della storia dei popoli, che parlava di religione della libertà.

Un uomo che il Fascismo non aveva piegato e non aveva osato sopprimere altro che nelle enunciazioni ufficiali dei fasti della Nazione,  tenendolo fuori dall’Università, fuori dalle pagine dei giornali.

Benedetto Croce divenne per noi un mito.

Purtroppo, almeno per me, non divenne un maestro, ché poco ne lessi (credo qualcosa di “Breviario di estetica” e la “Storia d’Italia fino al 1915”.

Quando la guerra divenne anche per noi tragedia e ci disperse e poi divise e travolse il Paese, riuscii a seguire le sorti di Benedetto Croce: il suo salvataggio nelle giornate drammatiche di Napoli nel settembre 1943, il congresso di Bari, il C.L.N., il Partito Liberale.

Ritrovai gli amici del ginnasio. Non più il gruppo compatto di quel nostro antifascismo precoce, un po’ ridicolo, un po’ commovente.

Benedetto Croce per me, ed ancor più per quei miei amici, rappresentava, la conclusione ed il “lieto fine” della vicenda umana della libertà così duramente provata negli anni precedenti (ed ancora in tanta parte del mondo) la palingenesi del pensiero libero trionfante.

La “tranquillità” liberale di Croce lasciava me e gli altri come me insoddisfatti, anche se il volontarismo, il vitalismo non ci avevano mai conquistati. Ma Croce rappresentava sempre un mito, un punto di riferimento, anche se forte era il bisogno (e più forte diventò in seguito) di un nuovo razionalismo ed un nuovo illuminismo con il loro ottimismo, ma anche, con la loro spinta a combattere ed a debellare l’irrazionale ed il vecchio.

Le specifiche vicende del partito liberale, che negli anni della Resistenza e della guerra e dell’immediato dopoguerra, fu partito crociano, il suo perdersi nella questione “monarchia o repubblica”, il suo soggiacere senza effettiva ribellione alla tenaglia cattolico-marxista, la sua non del tutto giustificata (e chiaramente crociana) insofferenza per il neo democratismo del partito d’azione, furono da me vissuti come il rinnovarsi dei non-sensi del disconoscimento liberale degli anni della mia infanzia ed adolescenza.

Croce non bastava a dare alla storia vivente in quegli anni quel senso del prepotente divenire senza stasi e definitività che proprio lo storicismo di Croce aveva insegnato fino a giungere ad ignoranti come me.

Vidi Croce per la prima volta (non ne seguirono molte altre) al Congresso del Partito Liberale al Teatro Quirino a Roma nella primavera del 1946. Ero tra il pubblico ed ascoltai il suo discorso in un italiano perfetto e senza smagliature, cambiamenti di toni, sottolineature della voce. Pagine parlate, che nella loro pacatezza riflettevano la compiutezza del pensiero espresso e la pretesa di rappresentare una realtà senza bisogno di rivolgimenti e di enfasi.

Quel modo di parlare era esso stesso l’antifascismo che rifiutava la retorica e l’imperiosità che aveva caratterizzato l’oratoria e non solo l’oratoria di Mussolini e dei suoi imitatori.

Nell’ambiente chiuso ed un po’ “retrò” del Teatro Quirino quel discorso assumeva un che di antico ed, allo stesso tempo, di definitivo. Ma anche di prezioso, di destinato ai pochi, agli iniziati. Ne ebbi allo stesso tempo soddisfazione ed un po’ d’angoscia.

Finii di scoprire, per via del contrasto, il carattere “estetico” del mio antifascismo, di quello, in certa misura, di mio Padre. “Aristocratico”, in fondo, e pretenzioso. Di ciò, di quanto mi mancava e mi mancò a lungo a causa di ciò, ebbi allora solo una sensazione.

Benedetto Croce non è più, da molto tempo, quel simbolo del liberalismo, anzi della libertà, che fu per me adolescente. Ma è rimasto tale per gli avversari storici del liberalismo e dell’Italia risorgimentale.

Ricordo con dispiacere, perché ho avuto di Andreotti, avversario politico di sempre, una assai notevole stima, di avergli inteso “rimproverare” a Croce, Senatore del Regno, di non essere andato a votare contro le leggi raziali fasciste.

Andreotti sapeva bene, ed ho il sospetto che, invece, sia stato proprio il disagio di quel ricordo, che Croce, che aveva pronunziato un memorabile discorso contro il Concordato tra l’Italia e la Santa Sede, che aveva mandato in bestia Mussolini che nella sua replica era giunto a minacciarlo, non mise più piede in Senato dopo quell’episodio di portata tutt’altro che irrilevante. Si “autosospese”, come oggi si direbbe, da una funzione che, priva di un pur minimo margine di libertà e di rilevanza, avrebbe potuto solo offrire il pretesto di una “copertura” alla dittatura. Andreotti ne parlava invece come se il giorno prima Croce fosse andato a Palazzo Madama a votare, che so, una legge sul commercio delle patate e se la fosse poi squagliata quando c’era la possibilità di esprimere un voto contrario sulle leggi razziali. Era un falso ed una cattiveria. Ed era il sintomo di una non sopito avversione per il liberalismo del più autorevole esponente di un mondo ancora percorso da velleità neotemporaliste.

Il riconoscimento di un ruolo storico che molti sembrano dimenticare.

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