diario di tumbarello

Altro che coccodrilli
Ormai sono troppi i decessi per malasanità perché dipendano solo da negligenza di medici o disorganizzazione di singoli ospedali. Il sospetto che la responsabilità venga dall’alto nasce quando i politici – in Sicilia Crocetta, al governo Lorenzin – minacciano inchieste e sanzioni. Sia l’indignazione che le polemiche, però, durano poche ore. Autorità in prima fila ai funerali fingono dolore e solidarietà che non provano. Anziché nascondersi, sono in cerca di visibilità. Il più delle volte vengono sommersi dai fischi, ma in TV non si sentono perché – anche loro complici del potere – tolgono l’audio. Fingono tutti di commuoversi. Ma le lacrime sono finte. In confronto i coccodrilli sono apprendisti. Purtroppo gli incidenti riprendono subito dopo, perché la verità è che per far quadrare il bilancio le prime spese che il governo taglia riguardano la cultura e la sanità. Chiuso per ragioni igieniche l’obitorio della Sapienza. Manca il personale e ci sono cadaveri parcheggiati nei corridoi. L’intento è di ridurre le spese inutili, sulla pelle della povera gente. Invece, gli sprechi – si sa – sono sacri perché ne beneficiano gli addetti ai lavori. Si riduca, quindi, l’indispensabile ma non il superfluo. Tanto, tutt’al più muore qualcuno. E, chi è già morto non ha fretta

Anche Salvini è di centro
La destra francese – quella, per intenderci, di Giscard, Chirac e Sarkozy – non si è mai sognata di allearsi con Le Pen, nemmeno per formare una giunta comunale in Borgogna. Perché l’estrema destra non ha alcuna affinità con la loro destra. Sono d’accordo anche gli elettori che votano per Le Pen solo alle elezioni amministrative o europee per protesta, mai alle politiche. Anche in Italia, nella Prima Repubblica – tranne per il breve esperimento delle convergenze parallele – né il quadripartito dei moderati né, poi, il centro sinistra e neppure il pentapartito di Nenni si allearono mai con gli estremisti. Oggi, invece, il populismo dilagante consente di cercare voti e soldi ovunque. Quindi, anche se razzisti e xenofobi, intolleranti e guerrafondai, sono tutti di centro e vengono accolti a braccia aperte sia dalla destra che dalla sinistra. Di centro destra si qualifica Giorgia Meloni, che dovrebbe essere, invece, orgogliosa di rivendicare la sua cultura di destra. Persino la Lega, che si allea con Casa Pound e strizza l’occhio sia a Marina Le Pen sia al dittatore comunista nord coreano, si definisce moderata. E nessuno se ne stupisce né li contraddice, perché, così sono considerati dai giornali, quindi dall’opinione pubblica, e persino dagli avversari politici. Grazie a questa qualifica impropria Salvini si sente addirittura in diritto di candidarsi a leader del centro-destra e di mendicare voti tra quei terroni che disprezza. C’è già chi si è messo servilmente ai suoi ordini e, purtroppo, anche chi, stoltamente, gli darà fiducia. 

Il timing sbagliato
L’art. 18 si doveva forse rivedere – ma non sopprimere – quando l’economia era fiorente, il lavoro richiesto, gli imprenditori illuminati, il denaro non ancora oggetto di avidità né di ingordigia, il capitale considerato il carburante della produzione e non, come ora, un veicolo di arricchimento. La norma, pur contraria ai principi del libero mercato, fu sempre rispettata, anche da chi, come i liberali, non la condividevano. Perché era considerata una conquista, non un privilegio, dopo secoli di sottomissione. Nessuno, neppure la destra più conservatrice, una volta al potere, osò privare il lavoratore dei diritti acquisiti e ritenuti ormai non più alienabili, per non tornare ai livelli di schiavitù di un tempo. Oggi – incredibile a dirsi – è la parte che si spaccia per progressista a violare quello statuto, proprio nel momento in cui è quasi impossibile trovare un lavoro per chi lo perde. Per di più è inquietante la cecità unanime delle parlamentari, che non sono insorte a difesa del loro sesso, ma che, pur di mantenere uno status che non meritano, si fingono folgorate dalla genialità di chi tradisce il proprio elettorato. Sarebbe quanto mai giusta una minima tutela, almeno per le donne, destinate a subire, certamente più degli uomini, i soprusi degli imprenditori dalle mani lunghe, dalle vedute ristrette e dalla morale, purtroppo, corrente. Per di più, nessuno biasimerà il loro comportamento. 

Sale il PIL ma non l’occupazione
Squilli di tromba e frastuono di grancassa per il segno più che finalmente appare davanti al PIL. Siamo ancora allo zero-virgola-uno, un nonnulla di crescita. Ma dopo tanti anni di segni negativi, è giusto esultare. Non, però, con l’enfasi che ci mettiamo. Avendo anche lo spread dato un segnale positivo – è sceso al di sotto di 100 – sembra che ormai abbiamo risolto tutti i problemi e superato la crisi. Invece, l’occupazione è ancora ai peggiori livelli del secolo scorso. In effetti, nessuno dice – neppure i giornali che ormai sono schierati col potere anziché con i lettori – che, salendo la produzione, non è detto che le aziende assumano. Infatti, l’automazione è talmente progredita che, per prendere un operaio in più, le fabbriche dovrebbero raddoppiare l’esportazione. Quindi, se non si risolve il problema della disoccupazione sarà inevitabile che aumentino, di conseguenza, criminalità, promiscuità e i traffici illeciti. Chi è senza lavoro si rivolgerà agli uffici di collocamento di mafia e camorra, che un posto lo danno a tutti. Succederà presto a Caltanissetta, dove ai call center è consentito retribuire (cioè, sfruttare) i dipendenti, che per la statistica quindi figurano occupati, con 300 euro al mese per quattro ore al giorno di lavoro. Nessuno ha ancora capito che bisogna investire, oltre che nell’industria e nelle banche, soprattutto in settori dove la mano d’opera non può essere sostituita dalle macchine. Per esempio, il turismo, pozzo di petrolio per noi inesauribile ma trascurato. Con quei dieci miliardi frantumati in ottanta euro elettorali al mese – sarebbero giustificati se distribuiti a chi non ha reddito, ma non a chi uno stipendio ce l’ha già – potevamo potenziare la visibilità delle nostre città d’arte, sviluppare attività culturali e commerciali con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sfruttare gli ottomila chilometri di coste meravigliose che chiunque non viva in Italia sogna di visitare. Purtroppo, nel periodo più critico dell’economia e della moralità, ci sarebbe voluta una classe dirigente eccelsa. Invece, da un po’ di tempo, anche in politica gli italiani si trovano più a loro agio con la mediocrità.

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