diario di tumbarello

100 miliardi per non produrre
Forse lo diventeranno dopo il diploma o la laurea o quando abbandoneranno gli studi. Ma, per ora, sono studenti, non disoccupati, come vengono censiti. Chissà perché, l’Italia è il paese delle cifre gonfiate. Ognuno dice quella che gli conviene. come il numero di processi, di udienze, di interrogatori, di avvisi di garanzia, di aumento dell’occupazione o del PIL. Balle. Tanto, poi, nessuno controlla né contraddice perché sono tutti bugiardi e non hanno interesse di smentirsi a vicenda. E poi, aumentare le quantità può tornare utile, perché più alte sono le cifre, meno se ne capisce e maggiore è il vantaggio che se ne può trarre. Se senza lavoro fossero davvero dieci milioni di italiani la delinquenza sarebbe a livelli di Far West. invece, per ora, rubano solo  i clandestini e i Rom. Noi siamo tutti onesti, come molti di coloro che ci rappresentano in parlamento. In realtà, sono circa cinque milioni a cercare lavoro. E comunque già tantissimi, una tragedia sociale. Concedere il reddito di cittadinanza a tutti – da 780 a 1300 euro al mese ciascuno, secondo le competenze e i familiari a carico – costerebbe allo stato circa 45 miliardi l’anno, secondo i dati reali. Con le cifre esagerate, invece, sarebbero più di cento miliardi. Ma di aumentare le misere pensioni di vecchiaia non se ne parla, tanto quei poveracci sono catechizzati dalla televisione e votano come si deve. Né di integrare il guadagno di chi è retribuito a 300 euro al mese. Quindi converrà non lavorare. Poveri imprenditori che non potranno più sfruttare i dipendenti. Mi sembra un progetto coerente con l’ingiustizia sociale vigente. Non se ne farà niente, come tanti altri provvedimenti, perché non ci sono le risorse. Ma se ne parlerà tanto da farlo credere realizzabile e trasformarlo in uno spot elettorale. Non sarebbe più facile e sbrigativo approvare una buona legge contro la corruzione che non costa nulla e procurerebbe ricchezza per tutti? Ma, forse, non sarebbe conveniente per questa classe politica.

Il gioco delle parti e delle tre carte
Da un po’ di tempo si manifesta e si accentua sempre di più  nel PD e dintorni la tendenza che, prima, rinfacciavano agli avversari. Nonostante la legge che preveda di scegliere, chi si trova a ricoprire due incarichi istituzionali si rifiuta di rinunciare a uno. Avidi di potere vogliono ostinatamente mantenerli tutti e due, anche il meno importante. Il caso più tipico è di Vincenzo De Luca. Non c’è verso di farlo dimettere da nessuna carica. Mentre era sindaco fu consigliere regionale, poi sottosegretario alle infrastrutture e ai trasporti del Governo Letta. Fu anche deputato. È un collezionista di incarichi e si guarda bene dal lasciarne uno. Anzi si ostina, anche quando la legge non glielo permette, e ricorre alla magistratura amministrativa. Insomma, è un mastino del potere. Gli manca la Presidenza della Regione Campania – sfida di nuovo Caldoro dal quale fu battuto cinque anni fa – e la vuole a tutti i costi, anche se la Legge Severino glielo impedisce, precludendo il successo a un correligionario dalle maggiori possibilità.

Altro caso di attaccamento alla poltrona è Debora Serracchiani. Da quando è vice segretaria del PD – o forse, piuttosto di Renzi – si è stabilita a Roma per ripetere pedissequamente ai giornali e in TV, come le veline di un tempo, senza la possibilità di replica da parte di chi la intervista, la versione del governo. Lei, affascinata dalla vicinanza al Premier, ha dimenticato di essere presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. Ma, gli elettori, no. Se lo ricorderanno nel 2018, e sarà improbabile che votino per una presidente fantasma. Che dietro questi misteri ci sia una spiegazione impensabile ma non nuova? Cioè che in Campania e in Friuli, il PD voglia favorire la destra, in virtù di chissà quale altro Patto?

I nababbi della crisi
Ma non si erano tagliati gli stipendi – assurdi – ai dipendenti di Camera e Senato? Il Segretario Generale guadagna quasi mezzo milione di euro l’anno. Con la medesima somma è andato in pensione il predecessore, che adesso lavora gratuitamente perché lo stipendio sarebbe inferiore, bloccando il ricambio generazionale. E se non glieli avessero ridotti? A questo punto non si può neppure parlare di ingiustizia sociale ma di ridicolo. Un paese in cui un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, con cinque milioni di disoccupati che non troveranno mai più lavoro, con stipendi di miseria per i giovani e le donne da 300 euro al mese, col maggior numero di insegnanti precari al mondo, si permette di elargire simili stipendi e pensioni a chi lavora a contatto di gomito col potere. Perché? Qual è il parametro di valutazione o di convenienza per lo stato? Con quale criterio vengono assunti? Chi li sceglie? Di tanto denaro, che cosa se ne fanno? Ne devolvono una parte in beneficienza? Lo investono, lo spendono, lo rimettono in circolazione o lo accumulano? Le notizie che si apprendono dalla satira di Crozza e da trasmissioni come quelle della Gabanelli e di Iacona sembrano inventate per quanto sono assurde. Ecco perché nessuno le prende in considerazione. E facciamo male, perché sono perlopiù vere e spiegano il livello di degrado in cui il paese è precipitato. Lo stato non può interviene perché non c’è. Ciò che più impressiona è che nessuno si chiede quanto ancora possa durare questa cuccagna, prima che la miseria insorga.

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