diario di tumbarello

Ammutinamento senza rischi
Fanno male a gioire se la Roma ha collezionato 13 pareggi, persino in casa col Parma, se sbagliano i rigori e non segnano da tre metri. Se una squadra non vuole vincere è un’anomalia di cui tutti dovrebbero preoccuparsi. La società civile la ritiene una questione marginale. La politica non si occupa dei gravi problemi del paese, figuriamoci del costume sportivo. Più che alla moralità, il Calcio è attento a quanti giocatori neri ci sono nelle file dei dilettanti e alle banane che mangiava chi, poi, è diventato un campione. Sembra un problema da poco, ma, in un momento in cui tanta povera gente stenta ad arrivare alla fine del mese, chi guadagna milioni di euro dovrebbe dimostrare senso di responsabilità e anche qualcosa in più. Invece, proprio perché ricco e famoso, ha la facoltà di non compiere fino in fondo il proprio dovere. Tradisce, così, i tifosi cui aveva promesso lo scudetto e altro, ma anche la propria dignità. La partita si gioca sul campo, ma comincia nello spogliatoio. Se il Mister fa una valutazione non gradita o una sostituzione non condivisa – l’ignoranza offusca il confine tra diritti e doveri – il campione si infastidisce e gioca senza voglia. È La mancanza di lealtà l’origine del degrado in cui, anche nello sport, il paese è sprofondato. Ci sono grossi interessi in ballo ma mai una sanzione. Chiunque può agire impunemente. È corruzione anche questa, ma la nascondiamo, come la polvere, sotto il tappeto. 

Eroi in lacrime
Non so se avrei il coraggio di sparare a un rapinatore che mi entrasse in casa, perché la vita – anche quella di un ladro – è sacra e, comunque, molto più preziosa degli oggetti di cui si starebbe appropriando. Nessuno ha diritto di uccidere se non per difendersi. Non condanno, anzi compiango, chi si trova a farlo, perché agisce sotto l’impulso della rabbia o della paura, per istinto o debolezza. Come accade in guerra dove il nemico è una divisa, non un essere umano. Bisogna disprezzare, invece, chi, per indole malvagia e per mendicare qualche voto, esalta la reazione omicida di cui, seppure necessaria, non si può mai essere orgogliosi. Si premia il benzinaio di Vicenza perché diventi il simbolo di una guerra che abbiamo dichiarato alla criminalità. Si istiga a imitarlo, compiaciuti. Non essendoci più lo stato, ognuno ingaggia il proprio conflitto personale. Non sanno quegli stolti che il loro eroe è, invece, un pover’uomo distrutto dal rimorso, che trascorrerà il resto della vita a maledire il giorno in cui gli capitò di premere il grilletto. 

Una gara impari
La crisi è soprattutto morale e culturale, non economica. Non possiamo progredire perché crediamo che la sinistra sia comunista e la destra fascista, che aumentando il PIL diminuisca la disoccupazione, che gay e immigrati siano diversi, che per inserire le donne in politica siano necessarie le quote rosa, che se inquadrati dalla telecamera si debba gioire e salutare, che per risolvere un problema basti cambiargli nome o sopprimerlo, come stiamo stoltamente cercando di fare col Senato. Tutti invocano lo snellimento della burocrazia e riforme, ma non attuiamo neppure le più semplici che potremmo attuare senza sconvolgere la Costituzione. Negozi, uffici e distributori di carburante, chiudono ancora all’ora di pranzo. Mentre gli altri Paesi si sono adeguati ai ritmi del terzo millennio, noi continuiamo a vivere nel passato con la pretesa di partecipare al Giro d’Italia su biciclette che usavano Bartali e Coppi. È inutile lamentarci e piagnucolare. Se non la smettiamo di applaudire chi non lo merita e di salire sempre sul carro del vincitore, se continuiamo a mentire e rubare, se non cominciamo tutti – non solo i politici – a rispettare le regole e comportarci bene, non c’è via di scampo per questo Paese dalle enormi potenzialità, ma ridotto in miseria dalla stoltezza e dall’immoralità di un popolo immaturo e ignorante, che si crede furbo.

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