rotta

Da più di venti anni il quadro politico italiano è in evoluzione; due eventi di distanza di pochi anni l’uno dall’altro quali il crollo del Muro di Berlino ed il ciclone di Tangentopoli hanno rimescolato le carte degli schieramenti e spiazzato, oltre all’opinione pubblica, gli addetti ai lavori portando a molti anni di incertezza politica. Numerosi segnali fanno pensare, seppur comincino ad essevi brevi periodi di equilibrio, possa essere comunque lontano il concludersi della stagione dell’instabilità.

La politica, tra le tante cose, è capacità di adeguarsi ed aggiornarsi rispetto all’evoluzione dello scenario sociale della propria realtà.

Ragionando in questi termini bisogna però saper distinguere tra quelle che potremmo definire delle “correzioni di rotta” (che possono dimostrare la modernità e l’agilità di una lista o partito o dei relativi leader) da quelli che sono atti di opportunismo se non veri e propri stravolgimenti della natura e della storia politica di una realtà (degni del più becero trasformismo).

Correzioni di rotta ne abbiamo viste tante, alcune molto pronunciate, ma, se vogliamo, sufficientemente lineari e consequenziali da non stupire o almeno non stupire più di tanto. Senza entrare nei dettagli di tutti i partiti (perchè altrimenti ci sarebbe da scrivere un libro e non un articolo), passiamo ad alcune valutazioni di quello che è il fenomeno probabilmente più estremo di mutazione (seppur vi sia un sottile, ma non troppo, filo conduttore nero) al quale abbiamo assistito e, tuttora, stiamo assistendo: la Lega. 

La Lega degli albori era una realtà estremamente territoriale: un insieme di nazionalismi, in antitesi allo Stato Centrale, realizzato da novimenti regionali, scollegati tra di loro prima, coalizzatisi poi in quella che diventerà, tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90, la Lega Nord di Umberto Bossi.

Movimento territoriale, dicevamo, al punto da accusare il Governo centrale di “colonizzazione”. Memorabili, un esempio su tutti, le battaglie, nel nome di un nazionalismo regionalista, contro i professori del sud, l’accanimento contro i “terroni” invasori e la richiesta, nelle scuole del nord, di una percentuale minima di professori e maestri del nord in opposizione, appunto, al “colonialismo di Roma”.

Cambiano i tempi, il partito si espande, crolla il nemico del Pentapartito e cambiano, di conseguenza, le necessità.

I “Terroni” al nord sono tanti, contro di loro arrivano voti sufficienti a Giunte monocolori in alcune città (Milano su tutte), ma non sufficienti per “comandare”. Chi non ha un amico, conoscente, parente, fidanzato/a meridionale? Pure Bossi! Quindi si cambia bersaglio, addosso agli immigrati stranieri (anche se per opportunità politica, nelle esperienze di Governo, verranno poi approvate dalla Lega quelle che potremo chiamare, a seconda dei gusti, sanatorie o sanatorie camuffate). Così si può andare oltre, dall’ultra-regionalismo si arriva al federalismo delle tre macro-regioni: Nord, Centro e Sud. Cadono così le pregiudiziali dei politici contro la Lega (della quale viene fiutata una certa “fame”) ed arrivano, con il 1994 le alleanze. E’ grazie a Berlusconi che la Lega va al Governo, ma l’uomo di Arcone all’inizio “sdogana” la Lega mentre in seguito, avendone tastato probabilmente una certa pochezza generale, inizia a svuotarla e le percentuali del partito di Bossi si dimezzano.

Bisogna cambiare strategia. Dopo una breve esperienza di Governo la Lega sfiducia il Governo Berlusconi. Memorabili i proclami e le invettive (da lì a pochi anni saranno, per così dire superate, grazie ancora alla “fame” di potere) di Bossi “Mai, con i fascisti mai!” (riferendosi alla possibilità di alleanza con l’ex MSI di Fini) e “Piduista” o “Mafioso di Arcore” contro quel Berlusconi a vantaggio del quale, dopo alcuni anni quando rinascerà il sodalizio, verranno votate dalla Lega numerose leggi “ad personam”.

E’ lì che nasce quella invenzione storica, magari realtà economica, che è stata la Padania. Inizia l’era secessionista dei “lumbard” e la scomunica interna per i federalisti. Le alternative sono talmente inadeguate che, seppur con una posizione così estrema, i voti salgono. Salgono molto, ma è splendida solitudine: una sorta di emarginazione parlamentare. Che cosa te ne fai di tanti voti se non puoi sfruttarli per avere delle poltrone belle comode?

Allora si cambia. Si torna alle alleanze, la Secessione è tollerata a livello di partito, non più movimento ormai, anche se tecnicamente è ancora la base statutaria. Nel frattempo, a livello europeo i partiti nazionalisti della Scozia e della Catalogna mietono successi ed incassano importanti riconoscimenti con riforme sostanziali dell’ordinamento degli Stati di appartenenza (basti pensare al Parlamento in Scozia!) grazie ad azioni territoriali importanti, classi politiche mature e, spesso, a politiche di sostegno ai Governi che si succedono a prescindere dal colore degli stessi. In Italia no, la Lega si colloca nell’ala destra del centro-destra e da lì non si muove. Miopia politica alla base, anche, della sonora bocciatura con la quale gli italiani respingono la proposta di “Devolution” del 2006.

Le dichiarazioni d’intenti di pulizia politica e lotta agli sprechi di Stato si tramutano, ad esempio, in Ministeri comodi e finanziamenti milionari agli organi informativi riconducibili al Partito ed al Partito stesso (tramite un finanziamento pubblico inizialmente cavallo di battaglia ed ora cavallo, per così dire, sul quale trottare).

Da lì è sempre più caos. La malattia di Bossi ed un lungo percorso di riabilitazione aprono le gabbie degli avvoltoi. Il partito Lega Nord è ormai un partito da penultimatum: ad ogni elezione arrivano ultimatum, pressochè sistematicamente disattesi, agli alleati con veti su questo o quel tema e su questo o quel politico. Ma la collocazione politica è vincente e quindi non si cambia; inni e proclami vengono seguiti, spesso, da “dietrofront” e la sistematica dichiarazione d’intenti del andare da soli, in nome di valori ed alti ideali, viene mantenuta spesso solo sino a poche settimane dal deposito di liste in coalizione.

Se una volta le parole d’ordine facevano rima con territorio ed indipendenza ispirate al principio di sussidiarietà, da quel momento la parola d’ordine unica pare essere “cinismo”.

La linea politica è tutto e contrario di tutto. Federalismo, indipendentismo, anti-comunismo di facciata berlusconiano… Tutto o contrario di tutto va bene e convive nel partito purchè porti voti. Perfino infiltrazioni di estrema destra con l’europarlamentare Borghezio pizzicato dalla tv francese Canal+ a dare lezione ai neofascisti francesi su come infiltrarsi nelle istituzioni.

E così si giunge sino agli scandali che riguardano investimenti ambigui e carriera di oscuri figuri nascosti all’ombra del grande padre-padrone del partito.

Siamo arrivati quasi ai giorni nostri ed il partito Lega Nord pare destinato ad essere sotterrato da scandali finanziari ed economici aggravati dall’aggiunta di indagini che ne accostavano il nome alla ‘ndrangheta. 

Ma ecco l’ennesima capriola. Complice il crollo di popolarità di Berlusconi ed un Movimento 5 stelle che dilapida consenso perchè dimostratosi incapace di sfruttare gli enormi spazi e numeri che si è creato alle ultime elezioni politiche, la Lega ri-occupa quel vuoto (sfondando, pare ad oggi, confini mai raggiunti) riprendendo fiato e terreno politico (in un bacino, da sottolineare, però molto instabile) grazie alla figura dell’attuale Segretario Salvini. Grande comunicatore, uomo mediatico (grazie ad una lunga carriera nella radio del partito) ottimo nei tempi e nella sfacciataggine con la quale si pone nei dibattiti o nelle interviste, populista e demagogo sempre con la risposta pronta, spudorato e spregiudicato nelle piazze fino all’azzardo di una manifestazione congiunta con i neofascisti di Casapound, la Lega ora è rinata e pare essere destinata al miglior risultato politico della propria storia. Ribaltando, nell’arco di un annetto, la situazione che la stava vedendo scomparire.

Ma che cosa è, oggi, la Lega Nord di Salvini?

A dire il vero, per chi ha seguito l’evoluzione (termine utilizzato in senso cronologico e non qualitativo) di questo partito stupisce poco questo nuovo “aggiustamento di rotta” (una inversione di marcia, stando ad un paragone diretto con quello che erano le prime leghe nordiste) figlio di tutta una serie di atti e gesti (dalle sceneggiate delle scope sui palchi dei comizi alle guerre e faide interne fino all’atto estremo del “bossicidio”, l’eliminazione politica, quasi di punto in bianco, del padre-padrone) che sembravano derivare dalla disperazione di chi pensava gli si fosse rotto il giocattolo.

Ciò che stupisce sul serio è come quella base elettorale originaria possa mantenersi e ritenere credibile un partito regionalista antimeridionalista, poi macroregionalista, poi secessionista, poi federalista, poi anti-stranieri, poi va-tutto-benista ed infine divenuto un partito nazionale, nazionalista che si muove ora a braccetto dei neo-fascisti strizzando l’occhio e difendendo, a livello internazionale, quel Putin che pare essere l’unico ad essersi avvantaggiato di una lunga storia di omicidi politici nella Russia di oggi.

Senza contare come siano saltati quegli equilibri interni al partito che vedevano una sorta di reciproco rispetto e riconoscimento tra le varie componenti regionali ed ora vedono il personalismo del nuovo “capitano” imporre linea e candidati a lui graditi in barba ad ogni interpretazione del principio di sussidiarietà (vedasi l’esplosiva situazione, tuttora in evoluzione, sul fronte Veneto).

E non c’è da aver paura dei “fascisti” leghisti, ma del fatto che si sia di fronte ad una classe politica, in parte oggettivamente di tale estrazione (vedasi Borghezio), talmente senza scrupoli da scagliarsi contro chiunque, rinnegare oggi quello che aveva detto ieri rinnegando le posizioni dell’altro ieri per sposare qualunque linea ritenga possa portare ad un guadagno immediato di consenso politico e quindi di potere personale.

Come si diceva, gli “aggiustamenti di rotta” sono normali in politica, ma evoluzioni che pestano e calpestano la propria storia e la propria natura devono fa riflettere. La capacità di cambiare idea fa merito a chi la dimostra, ma rinnegare se stessi molteplici volte nell’arco di pochi anni, anche questo deve far riflettere e far capire come si sia di fronte a persone senza scrupoli disposte a tutto pur di ottenere o mantenere posizioni di potere. E persone di questo genere sono quelle dalle quali avere paura, perchè se sei senza scrupoli quando non-sei-nessuno, quando hai-potere decisionale, allora, cosa diventi?

La fame per quel sottobosco di potere a livello di enti e società pubbliche nazionali o locali, nel quale la Lega pasteggia ormai da decenni, è, indiscutibilmente, il ricostituente per questi politicanti spietati che non vogliono mollare.

Ma l’amara realtà, se nonostante tutto quello che ha passato questo partito ed a cui abbiamo accennato (ne manca, altrimenti anche in questo caso andrebbe scritto un libro) siamo ancora qui ad osservarne una crescita costante, è che, evidentemente, è sufficiente un mix di populismo, demagogia e qualche vaffanculo ruttato da un palco a mietere consensi…

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