incalza-lupi-ape10

La corruzione dilagante è il segno di una totale caduta della tensione morale. La burocrazia aumenta ogni giorno il proprio potere di interdizione e di mediazione con il mondo degli affari e talvolta del malaffare. La politica appare impotente, a riprova di una totale mancanza di idee e di autorevolezza. La supplenza del potere giudiziario arriva sempre puntualmente. Ad orologeria, si dice, ma in realtà ogni giorno è buono in considerazione della precarietà degli equilibri. Tuttavia, non può non meravigliare che inchieste durate anni in assoluto segreto, esplodano come bombe, improvvisamente, con grande clamore, spesso nel momento che appare meno, o, secondo i punti di vista, più opportuno.

Apparentemente l’insieme di debolezze, cui abbiamo accennato, sembrano indipendenti le une dalle altre, invece sono strettamente connesse. All’inadeguatezza della cosiddetta classe politica è ovviamente da attribuire la responsabilità principale. Infatti essa, come un inquilino abusivo, occupa le più alte Istituzioni nazionali e territoriali in una condizione di assoluta incompetenza, legittimando quindi il conseguente forte ruolo di supporto della burocrazia. Questa, arroccata da anni in posizioni strategiche, conosce bene i meccanismi complessi della macchina statale e riesce sempre a rendersi indispensabile, in modo da determinare, spesso condizionare, le scelte di chi invece avrebbe l’autorità per compierle in completa autonomia.

Gli affaristi, i quali dominano il panorama che ruota intorno ai lavori pubblici ed alle imprese statali, vivono nei corridoi dei luoghi dove si assumono le decisioni e sono in grado di influenzarle, con la propria capacità corruttiva e con la prontezza ad offrire progetti e soluzioni a chi è privo di adeguate conoscenze. Normalmente tra quest’ultima categoria e l’alta burocrazia esiste un fortissimo legame, fatto di complicità, regalie, connivenze delle più disparate specie, come l’appartenenza ad associazioni, club o consorterie comuni, fino a rappresentare  una vera e propria casta. Il politico è l’ultimo anello ed il più debole della catena. Gli viene confezionato un pacchetto completo per consentirgli di esibirsi in una conferenza stampa, talvolta balbettando in merito ad argomenti di cui non ha alcuna padronanza.

Ovviamente un rimedio urgente e necessario consisterebbe nella rotazione degli incarichi direttivi in tutta la pubblica amministrazione. E’ ovvio che rimanere troppo a lungo nel medesimo posto, principalmente se si tratta di un ruolo che consente di esercitare un grande potere, è negativo, se non a volte pericoloso. Questo quindi dovrebbe essere il primo provvedimento da adottare per tutta la Pubblica Amministrazione, compresi gli uffici ministeriali e di gabinetto, come la magistratura, sia amministrativa, che ordinaria, inclusi ovviamente gli incarichi di Pubblico Ministero, secondo quanto già avviene per le Procure antimafia, ma con un termine più breve di quello odierno, troppo lungo, di otto anni.

Il vero problema è l’inesistenza di un’adeguato ceto politico, degno di tal nome, al cui posto si è insediata una classe di improvvisatori, carrieristi, urlatori, capaci soltanto di lanciare invettive e formulare promesse impossibili. Una volta arrivati al potere, agiscono giorno per giorno, normalmente manovrati, ma comunque senza un disegno complessivo ed idee chiare su come metterlo in atto. I partiti politici, privi di valori e storia, si identificano in un capo che è stato capace di imporsi mediaticamente. Parole d’ordine dal significato salvifico, imitando il leader, vengono ripetute in coro da presunti esperti e avvenenti ragazzotte, promosse al rango di ministri o portavoce.

In un simile contesto politico, a nostro avviso, il Ministro Lupi non dovrebbe dimettersi. Infatti se ha una colpa, è la stessa che i suoi predecessori, di destra e di sinistra, hanno condiviso. Cioè quella di aver mantenuto al vertice della struttura più delicata del Ministero, Ercole Incalza, uomo capace e ben collegato, che effettivamente, da oltre un ventennio, assumeva tutte le decisioni più importanti nel campo delle Grandi Opere pubbliche, in stretto rapporto con i faccendieri e gl’imprenditori più importanti del settore. Unica eccezione era stato il breve periodo di Di Pietro, nemico dichiarato degli imprenditori del settore, che aveva accusato ed arrestato tutti, come magistrato inquirente di Milano, ma che, essendo privo di qualunque cognizione politica e visione strategica, naufragò con altrettanto fragore, avendo promesso quello che non fu in grado ovviamente di fare.

Maurizio Lupi, ha soltanto la colpa d essersi adattato alla regola del continuismo. La sua appartenenza a Comunione e Liberazione da un lato è garanzia di un minimo di formazione culturale, (in campo politico, imprenditoriale e religioso)  ma, allo stesso tempo, di dimestichezza col mondo degli affari, che la sua associazione di riferimento pratica come prevalente vocazione, in forme determinate ed, a volte, spregiudicate. Essa è infatti l’unica organizzazione del mondo cattolico in grado di competere in Italia con la Lega delle Cooperative.

In un’epoca in cui l’austero rigore della classe dirigente liberale di un tempo, è decisamente fuori moda, insignificante appare la richiesta ad un amico potente di trovare un’occupazione per avviare al lavoro il figlio neo laureato brillantemente. Analoga considerazione si può fare per quanto riguarda un regalo prezioso, ricevuto dallo stesso figlio in occasione della laurea. Trattandosi di persone con le quali vi era una frequentazione abituale, che andava dalle feste familiari alle vacanze al mare o in montagna, rifiutare sarebbe stato persino più imbarazzante che accettare. La verità è che coloro i quali rivestono determinati, delicati, incarichi pubblici, non dovrebbero frequentare se non gli amici d’infanzia o i parenti, escludendo ogni rapporto privato con i potenti e, principalmente, con coloro i cui affari dipendono, dal proprio ruolo pubblico.

Il modello dovrebbero essere Quintino Sella, Camillo Benso di Cavour, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, ma Comunione e Liberazione s’ispira piuttosto al cardinale Bertone o ad altri esponenti della Curia, magari quelli che il Papa ha dovuto allontanare dal Consiglio dello IOR.

CONDIVIDI