ThatcherDue anni fa, esattamente l’8 aprile 2013, moriva Margaret Thatcher.

Ella è ancora oggi l’unica donna ad aver ricoperto la carica di Prime Minister del Regno Unito di Gran Bretagna, dopo esser riuscita a scardinare il “maschilismo” che imperava all’epoca, soprattutto nell’ambiente dei Conservatori. La stessa “Lady di Ferro” ebbe modo, in più occasioni, di confidare le difficoltà riscontrate nel farsi strada, agli inizi della sua gloriosa carriera politica, tra le fila del suo partito.

Di famiglia piccolo borghese delle Midlands orientali, nata nel piccolo e delizioso borgo di Grantham, realizzò il sogno di molte donne inglesi, ovvero dominare la scena politica del suo paese. E lo fece talmente bene da plasmare un vero e proprio filone politico, il “thatcherismo”, e configurare un’era, negli anni ’80, definita “thatcheriana”.

Nessuno come lei prima di lei. Nessuno come lei dopo di lei.

Non è un azzardo considerarla una sorta di Winston Churchill al femminile e non soltanto perché militò nel suo stesso partito, anche se ricordiamo che lo statista e scrittore britannico battagliò a Westminster, per circa un ventennio, tra le fila del Partito Liberale. Di Churchill la Thatcher aveva la straordinaria intelligenza e quello che viene definito il “wicked wit”, ovvero l’arguzia tagliente con cui era solita impreziosire i suoi discorsi e le sue interviste. Ne è un esempio la frase “Pennies don’t fall from heaven, they have to be earned here on earth”, indicativa della sua personalità fattiva e decisa, elegantemente inserita nel discorso tenuto il 12 novembre 1979, in occasione del convito dell’allora Lord Mayor of London, Sir Peter Gadsden.

Di Churchill, con molta probabilità, ella non aveva gli innumerevoli vezzi tipici del dandy. E di questo poco ci interessa, ovviamente per garbato rispetto che è d’obbligo verso una signora, ma anche per non far sobbalzare nella tomba il poeta francese Charles Baudelaire, che riteneva “la donna il contrario del dandy”, attribuendo a quest’ultimo, di cui l’illustre membro della famiglia dei Duchi di Marlborough fu ineguagliabile esempio, una connotazione esclusivamente maschile.

La Thatcher, come sir Winston, ebbe il merito di far evolvere il Partito Conservatore britannico con iniezioni continue di salutare metodo liberale. Se Churchill, che dichiarò in tarda età al laburista Sir Joseph Percival William Mallalieu “I’m a liberal. Always have been”, impregnò di liberalismo lo spirito dei conservatori soprattutto in ambito politico, la Lady di Ferro produsse gli stessimi mirabili effetti in campo economico, risollevando la Gran Bretagna dalla disastrosa era laburista, in cui il sindacalismo aveva raggiunto livelli di potestà pericolosamente invasiva.

Dal 4 maggio 1979, anno in cui venne eletta Primo Ministro, mandato ricoperto per tre volte consecutive fino al 1990, la Thatcher applicò con severità le teorie neoclassiche, basate sull’ottimizzazione dell’impiego delle risorse, privatizzando e favorendo l’imposizione indiretta rispetto a quella diretta, nonché tagliando la spesa pubblica.

Con l’inflazione al 20% il Governo britannico da lei presieduto, secondo i dettami del monetarismo friedmaniano, si impegnò in una riduzione della crescita monetaria, per superare la crisi. Tale politica economica, comunque non interamente coerente con i principi macroeconomici monetaristi, portò solo nel breve termine a una contrazione della produzione manifatturiera e a un innalzamento della disoccupazione, passata dal 5 al 12,5% nel 1983.

Infatti, anche grazie a una legislazione liberista affatto timida sia in ambito economico che finanziario, col favore della riduzione dei tassi d’interesse, già a partire dal secondo mandato della Thatcher, si assistette all’avvio di un autentico boom, caratterizzato da un PIL pro capite in Gran Bretagna capace di crescere più di ogni altro paese europeo. Gli effetti positivi sull’occupazione si poterono riscontrare nel medio-lungo termine, tanto che i critici del thatcherismo ne mettono in dubbio i meriti, anche se con non proprio efficaci tentativi di dimostrazione.

A livello politico l’orgoglio inglese tornò agli antichi fasti e di questo soffrirono sia l’Europa che i promotori dell’indipendentismo o della devolution in Irlanda del Nord, in Scozia e Galles. Il centralismo tipicamente conservatore era ben incarnato nella sua politica, tanto che sulle Highlands e dalle parti di Cardiff, ma non ancora a Belfast e dintorni, si è dovuto attendere il ritorno dei Laburisti per il riconoscimento di una prima vera forma di autonomia, peraltro proseguita, a dimostrazione di come i tempi siano cambiati, dai conservatori di oggi, guidati da David Cameron.

Note, inoltre, la vicinanza della Thatcher agli Stati Uniti di Roland Reagan e l sua ferma avversione al comunismo, altro elemento in comune con Churchill.

A parere di chi scrive, per i sostenitori del liberalismo Margaret Thatcher rappresenta un modello da cui attingere importanti insegnamenti. Nel bene (tanto) e nel male (poco). Questa donna dal fare deciso, dai vestiti classici ed eleganti, mostrava autentico spirito liberale nella sua avversione alla politica del “consenso”, preferendo quella della “persuasione”; nel suo amore per il dibattito e il confronto; nel suo odio verso “ogni tipo di estremismo”. Soprattutto, si riconoscono nella sua mente i semi del liberalismo ogni qual volta si scagliò contro concetti generici e socialisteggianti volti a reprimere l’individualità di ciascun essere umano.

Che si sia d’accordo o meno con questa breve lettura, non v’è dubbio che l’eredità lasciata da Margaret Thatcher ha pochi precedenti nella storia. Ed è giusto continuare a ricordarne le gesta e i discorsi, a poco tempo dalla sua dipartita, che appare quasi irreale considerata la sua presenza politica importante e ingombrante per i suoi colleghi contemporanei e successori.

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