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L’ultima trovata del prestigiatore di Palazzo Chigi consiste nella affermazione solenne di aver trovato, non è chiaro se nelle soffitte o negli scantinati della Presidenza del Consiglio o in quelli dell’Economia in Via XX settembre, un “tesoretto” da un miliardo e seicento milioni, venuto fuori raschiando il fondo del barile. Si tratterebbe di risorse recuperabili dal miglioramento della previsione di incremento del PIl 2015 dallo 0,6 allo 0,7.  

E’ proprio un espediente senza pudore con palese intendimento elettoralistico, per regalare una mancia al suo elettorato di riferimento. Infatti il presunto, quasi impercettibile accrescimento del dato previsionale macroeconomico, è ovviamente opinabile, anche se troverebbe conferma nelle indicazioni dell’UE. Esso infatti deriva indiscutibilmente dalla consistente riduzione del prezzo del barile di petrolio, dall’indebolimento dell’EURO , giunto fino alla parità col Dollaro, dalla riduzione dello spread rispetto ai bund tedeschi e dal conseguente risparmio per la forte riduzione dei tassi di interesse sul debito accumulato, come dalla enorme iniezione di liquidità fornita dalla BCE e dalle Banche Centrali. Tuttavia, trattandosi di un effetto automatico connesso a dette misure, senza alcun contributo di positive azioni governative, si attesta su una portata così modesta, (soltanto lo 0,1% sul PIL) da rientrare nel normale margine statistico di errore. Una anche minima dose di prudenza imporrebbe, al momento, di non tenerne conto, perché potrebbe facilmente dissolversi, come anche incrementarsi, in relazione a molteplici fattori, connessi al mercato ed all’andamento del trading internazionale.

Appare quindi almeno prematura l’ansia del Governo di impiegare subito per una nuova spesa sopravvenienze incerte e che non ha fatto nulla per determinare. Per altro l’esistenza di un debito consolidato di dimensioni gigantesche, imporrebbe un margine di sicurezza e, semmai, dovrebbe suggerire di presentarsi a Bruxelles con il risultato virtuoso di un deficit sul PIL del 2, 5%, leggermente migliore rispetto a quello previsto del 2,6%. Una tale scelta darebbe credibilità all’Italia e consentirebbe di approfittare, per il prossimo futuro, anche in virtù dei tassi di interesse molto bassi e talvolta negativi, dell’opportunità di un periodo di ripresa economica mondiale per lanciare un’azione consistente di liberalizzazioni sui mercati internazionali, con l’obiettivo di iniziare ad abbattere in modo rilevante il debito pubblico accumulato.

Una massiccia cessione delle ingenti partecipazioni pubbliche, cominciando dalle grandi aziende nazionali, per proseguire con quelle dei servizi territoriali e dalla dismissione di ingenti patrimoni immobiliari abbandonati od utilizzati inadeguatamente, potrebbe ridurre in modo consistente il deficit statale. Allo stesso tempo, grande sostegno alla finanza pubblica potrebbe derivare da un grande progetto di affidamento ai privati, con valorizzazione, ritorno economico ed un utilizzo più razionale di beni archeologici, artistici a del patrimonio culturale.

Tali scelte consentirebbero finalmente di affrontare seriamente il problema non più rinviabile della riduzione del carico fiscale, ormai arrivato a livelli insostenibili. La media di un fallimento o una chiusura di aziende ad ogni minuto, in grandissima parte, dipende anche dalla difficoltà di far fonte ai troppo onerosi adempimenti fiscali. Quasi quattro milioni di disoccupati sono il frutto della perdita di posti di lavoro, principalmente nel campo delle PMI. Rispetto quindi alla tendenza sbagliata di un nuovo statalismo, bisogna convincersi che la ripresa effettiva passa esclusivamente dalla riduzione del carico tributario, in particolare sul lavoro e sulla produzione, che risveglierebbe il mercato, innescando automaticamente, competizione e ripresa dei consumi interni.

Immaginare, come sta facendo il Governo, di poter destinare la modesta somma che, grazie ad un funambolismo dichiara di poter recuperare dal migliore andamento economico per destinarla ad un’altra mancia elettorale, prima delle regionali, apparirebbe scoperta e quindi ancora più volgarmente qualificabile come tentativo di voto di scambio, del tutto analoga a quella clamorosa, inventata per vincere le elezioni europee. Inoltre scatenerebbe la guerra tra i poveri per l’accaparramento, a favore di questa o quell’altra categoria, della modesta somma che si afferma essere disponibile, producendo da un lato forti reazioni e dell’altro una ricaduta ancora più insignificante di quella degli ottanta Euro di sussidio alla classe impiegatizia di livello intermedio dell’anno scorso, che ha avuto un effetto nullo sui consumi e che, trattandosi di una elargizione, giustamente l’UE non ha voluto riconoscere come forma di riduzione della pressione fiscale, confermata dal conseguente effetto zero sull’economia reale.

Per la seconda volta il Premier si appresta a ricorrere allo scorretto tentativo di offrire un’ulteriore regalia ai ceti a lui più vicini per comprare con i soldi pubblici qualche decina di migliaia di voti, prima di un appuntamento elettorale. Egli ritiene necessario elargire tale piccola mancia per assicurarsi il necessario successo, che gli dovrei ebbe consentire, poi, di imporre, a tutto il Parlamento ed alla minoranza del suo partito in particolare, l’approvazione del devastante disegno di riforma costituzionale ed elettorale, quest’ultima peggiore del porcellum, progetto nel suo complesso pericoloso per il sistema democratico, ma principalmente distruttivo dell’intero impianto costituzionale.

Vergogna, vergogna ed ancora vergogna! Mai si era visto qualcosa di simile, neanche il clientelismo democristiano più spudorato, era mai giunto a simili livelli di spregiudicatezza. Forse finiremo col vederci costretti a gridare “a riadatece i puzzoni”!  

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