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Sono da sempre un fedele lettore del Corriere della Sera, che considero non solo il più autorevole, ma l’unico quotidiano italiano di livello europeo, nonostante errori, incertezze, persino contraddizioni, che, in gran parte, dipendono da una proprietà articolata e litigiosa, costretta a ricercare sempre un precario equilibrio, incapace di indicare una linea precisa. La pur annunciata sostituzione del direttore mi preoccupa, sia per la debolezza della scelta interna, probabilmente transitoria e di compromesso, ma principalmente per la provenienza del nuovo, che pur avendo fatto una lunga carriera a Via Solferino, si è formato professionalmente per oltre un decennio all’Unità, quando tale testata era la voce ufficiale del PCI, quello vero, padronale, in cui vigeva un rigido centralismo autoritario, che nulla aveva di democratico. Nutro pertanto il timore che la nomina di Luciano Fontana rappresenti la dimostrazione che all’interno della base azionaria sia prevalsa l’opinione di muoversi in direzione della normalizzazione.
La testata, fino ad oggi, ha dimostrato indipendenza e garantito il pluralismo delle opinioni, grazie a de Bortoli, che è un uomo di formazione liberale, anche se con la presunzione di considerarsi, forse insieme ad alcuni suoi stretti collaboratori, l’unica voce liberale italiana, fino a non riuscire a dissimulare un istintivo fastidio verso un piccolo partito, come il PLI, che caparbiamente si ispira a quei contenuti identitari e tende a difenderne e perpetuarne la tradizione. Si tratta di un iper individualismo diffuso, che non ha riguardato soltanto l’ormai ex Direttore del Corriere, ma anche altri. L’esempio più eclatante è Marco Pannella. Chi potrebbe negare che in quest’ultimo, sia pure avvolta da uno spesso involucro di narcisismo dannunziano, alberghi una solida formazione liberale? Tuttavia nel caro Marco, che tutti i liberali comunque amano e rispettano, (ma che non perde occasione per definirsi, anche lui, il solo custode e interprete autentico della tradizione del liberalismo) prevale una sorta di nichilismo aristocratico, che lo porta a bizzarri comportamenti autoritari, platealmente in contraddizione col principio liberale della tolleranza.
La inevitabile conseguenza è quindi che i liberali italiani, per eccesso di individualismo, spesso portato fino all’egoismo, non sono riusciti, nell’ultimo ventennio, a riunire le tante intelligenze disponibili e organizzare una forza politica rilevante, capace di incidere profondamente, grazie alla capacità rivoluzionaria del suo messaggio di cambiamento.
Lo stesso fenomeno si è ripetuto nel mondo della cultura di stampo liberale, popolato da individualità non coordinate e, spesso in contrasto tra loro. Finito il periodo dell’omologazione opportunistica dell’intellighentia italiana nell’area comunista, (giunta fino al punto di sostenere una sorta di superiorità genetica) oggi, la pur prevalente area liberale, continua a subire l’egemonia di un gruppo militante della residuale sinistra, nonostante esso risulti privo dell’essenziale collante di un comune denominatore, dopo aver tagliato le radici con la tradizione marxista.
Ho letto con ammirazione il commiato di de Bortoli, che, con coraggio, ha ammesso alcuni errori della sua gestione, cominciando, credo, dal riconoscere di aver impresso una linea sovente incerta, come richiedeva un management aziendale troppo composito. Tra questi errori certamente è da annoverare il sostegno, assicurato troppo a lungo, al fallimentare Governo Monti. Tuttavia, forse accelerando la fine di un rapporto ormai logorato, bisogna dargli atto, che il suo Corriere è stato l’unico quotidiano italiano, ad aver tenuto una linea critica nei confronti del dilagante renzismo, senza scadere nella critica faziosa del Fatto o nei titoli gridati, (ma solo quelli) del “Giornale” o di “Libero”.
Conserverò l’ultimo numero del Corriere firmato da de Bortoli, che sintetizza, grazie alla maestria di Michele Ainis, l’essenza del significato politico della prova di fedeltà pretesa da Renzi alla Camera, quale “più che una fiducia, un atto religioso, non politico. Un giuramento, non un voto…..separando i fedeli dagli infedeli”. Lo stesso Direttore, nel suo commiato, ha spietatamente scritto: “del giovane Caudillo Renzi, che dire? Un maleducato di talento”. La sentenza è incisa col bisturi in modo magistrale ed è rafforzata dal richiamo al ricordo della regola liberale che i giornali devono essere scomodi e temuti per poter fornire, secondo l’insegnamento di Einaudi, ad un’opinione pubblica avvertita, gli ingredienti necessari per scegliere responsabilmente, ricordando che nell’opacità si regredisce.
Una ricorrente polemica di questi giorni tende a respingere come grossolana e semplicistica l’accusa di fascismo rivolta a Renzi, senza valutare alcune assonanze non secondarie. Oltre alla somiglianza tra la legge elettorale in corso di approvazione e quella Acerbo del 1923, basterebbe considerare la sprezzante intolleranza verso le opposizioni, insieme alla ricerca dell’umiliazione a tutti i costi della minoranza interna del proprio stesso partito. Certo non siamo al delitto Matteotti o alla decisione di mettere fuori legge i partiti. Questo oggi non è necessario, perché quelli odierni pensano da soli a praticare lo sport dell’autodistruzione.
Mussolini stesso per definire il Fascismo, affermò che “volle essere azione e fu azione”. Tale ansia del fare rivela una impressionante analogia con la odierna ripetizione maniacale di frasi come “noi facciamo le riforme”, ” noi cambiamo l’Italia”, senza curarsi di dire come, che da un punto di vista liberale è invece l’essenziale. L’analogia è inquietante!
Infine il sottile e spregiudicato uso del potere, come arma di corruzione. NCD e SC sono stati attirati soltanto con poltrone ministeriali e privilegi del Governo, ma, grazie ad un sottile cinismo, vengono progressivamente ridimensionati per dimostrarne la debolezza e ridurne la forza effettiva, fino a cancellarli, attuando la stessa epurazione che viene praticata nei confronti della minoranza interna del PD.
Tale partito, gratificato da un premio di maggioranza alla Camera, ottenuto per poco più di centomila voti su tutto il territorio nazionale e definito incostituzionale da una sentenza della Consulta, ha ottenuto la stragrande maggioranza dei nominati, che era stata scelta da Bersani. Oggi compattamente questa è passata dalla parte del nuovo padrone, isolando il vecchio segretario e tutto il precedente gruppo dirigente in una posizione minoritaria quasi trascurabile. Tale rituale forma di solidarietà italiana verso il vincitore non ha una strana assonanza con quanto avvenne dopo il trionfo elettorale di Mussolini nel 1924, l’omicidio di Matteotti e l’Aventino? Tutti solidali col più forte! Poco importa se Renzi non ha la statura del suo predecessore. Dipende dalla differenza dei tempi. Nell’Italia di ieri, in cui ancora, anche se indeboliti, c’erano Giolitti, Orlando, Nitti, Amendola, Calamandrei, la autorevolezza necessaria era ben altra, rispetto ad oggi, di fronte allo spappolamento di Forza Italia, allo smarrimento di Landini e Camusso, o alla proterva protesta di Salvini e Meloni. Per questo è stata scelta la tecnica perfetta di compromettere Berlusconi fino a minarne totalmente la credibilità e, subito dopo, di isolare D’Alema e quindi strangolare con la propria stessa corda Bersani, Letta, Bindi, Cuperlo e gli altri oppositori. L’autoritarismo si misura con i fatti, non con le astratte definizioni politologiche.
La corale omologazione dei media è un ulteriore essenziale tassello. Ecco perché il rischio di normalizzazione al Corriere è un pericolo per la democrazia, che deperisce e muore, se non si alimenta dell’irrinunciabile privilegio di una stampa libera.

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