diario di tumbarello

Ormai i governi sono eterni
Qualsiasi legge propongano, seppure iniqua e nefasta, nessuno li farà cadere. Lo spauracchio della crisi istituzionale mette tutti in riga, zitti e ubbidienti. Perché non è detto che, poi, ci siano le condizioni per un altro esecutivo. E se il capo dello stato dovesse sciogliere le camere e si andasse a nuove elezioni? Certo, con un parlamento di nominati, chi ha votato la sfiducia non sarebbe ricandidato. Eravamo entusiasti del ricambio generazionale, che, però, non è servito a niente. Per di più, i due terzi degli eletti sono di prima nomina. Quindi, non hanno neppure maturato il diritto alla pensione. Molti addirittura non avevano mai avuto un’occupazione né uno stipendio. Senza più futuro davanti a sé, obiettivamente, non è facile fare valutazioni politiche nell’interesse dei cittadini. Sarebbero pazzi questi onorevoli a privarsi di una posizione così ben remunerata per votare secondo coscienza. Non sono stati loro a causare il tracollo dell’Italia. Perché dovrebbero salvarla, sulla loro pelle? Stiamo facendo i salti mortali per creare qualche posto di lavoro, senza riuscirci. E proprio deputati e senatori dovrebbero sacrificare il loro per il bene della patria? E poi, a casa chi glielo dice? Che prosegua questo e qualsiasi altro governo. L’interessante è che sopravviva la legislatura e si salvi lo stipendio. È come chiedere al parassita di non succhiare la linfa ad altri organismi. Quella è la sua funzione biologica. Ogni essere vivente ha il ruolo che la natura gli assegna. Peggio per noi che li abbiamo scelti. La prossima volta conviene votare per gli uomini, se ce ne sarà rimasto ancora qualcuno. 

L’Italia in saldo
Molte aziende straniere si stanno appropriando del prezioso Made in Italy, che noi sfruttiamo solo parzialmente. Gli altri ci hanno messo gli occhi sopra, credendo di poterne ricavare un utile maggiore, se gestito meglio. In realtà, lo stanno impoverendo, perché impiegano una manodopera a basso costo e, quindi, meno raffinata. Lo distorcono perché ritengono erroneamente che il successo sia nel marchio, non nella qualità. Invece, è proprio nell’abilità di tecnici e artigiani italiani, che hanno tanti secoli di esperienza, se la loro manualità è diventata arte. Il governo non interviene, né sembra preoccuparsi della gravità del problema perché – si dice – il denaro non ha nazionalità. Quindi, chiunque gestisca le nostre aziende ne proseguirà il successo. Ma i nuovi ricchi dei paesi dal PIL 2.0 non hanno la tradizione né la sensibilità per mantenere ai nostri stessi livelli una produzione che non ha (aveva) pari nel mondo. Peccato. Stiamo privando l’economia italiana dell’unica risorsa naturale: il nostro ineguagliabile talento. Uno degli ultimi flop di una politica dissennata di investimenti risale a qualche mese fa con la cessione del 60% della Indesit (leader mondiale nella produzione di elettrodomestici: tre miliardi di fatturato, 16 mila dipendenti) alla statunitense Whirlpool. Gli eredi di Vittorio Merloni incassavano 738 milioni, i dipendenti perdevano la certezza del lavoro. Oggi, infatti, gli americani vogliono chiudere bottega. Tante altre perle della magia industriale italiana sono sotto il controllo di francesi, tedeschi, indiani, cinesi e tanti altri gruppi stranieri. Il futuro dei nostri operai è affidato ai loro capricci. E noi continuiamo stoltamente a illuderci che, così, aumenterà l’occupazione e rifiorirà l’economia, che, invece, stanno regredendo. Ci prendono in giro. Non c’è una sola iniziativa che faccia presagire un avvenire migliore. Anzi, sembra cominciata la svendita totale per fine esercizio. 

Un presagio, dal mio ultimo libro “O la borsa o la vita”
C’è chi del potere si serve per proteggere l’infanzia abbandonata o non far pesare la solitudine agli anziani, chi per lenire la sofferenza agli ammalati o provvedere all’indigenza della povera gente. Ma c’è chi se ne innamora – ed è, purtroppo, il caso più frequente – e vuole usarlo tutto per sé, senza dividerlo con nessuno. Oltre a ridurne il valore, si illude che il bluff non sarà mai smascherato. E non ha torto perché siamo ormai (quasi tutti) talmente devoti a chi lo detiene da rinunciare alla libertà, sperando di godere delle sue elemosine. Eppure sappiamo che è il patrimonio più caro. Ma è più forte di noi, ignoranti e corrotti, genuflettersi davanti a ricchi e potenti. È storicamente inevitabile, una sorta di moto perpetuo generazionale. I popoli oppressi si ribellano e sacrificano la vita per vivere liberi. Poi, una volta ottenuta, arriva il benessere e gli stolti ne vogliono sempre di più, senza chiedersi se ne sono meritevoli. Quindi, pur di non rinunciare all’inutile superfluo, riconsegnano la democrazia al primo venuto. Promette del misero denaro, che, poi, non procura nemmeno. È un ciclo che si perpetra continuamente. In Italia abbiamo avuto un picco di elevata democrazia e, quindi, benessere. Ora è il momento negativo, quello della cessione dei diritti che i nostri nonni conquistarono a prezzo di lutti e sacrifici. I giovani credono che la libertà sia un bene ormai acquisito e, quindi, eterno. Invece, dopo avere sparso tanto sangue, si cede in cambio di una promessa o una manciata di spiccioli. E le generazioni successive debbono combattere nuovamente per riconquistarla. L’alternanza, in realtà, non è tra destra e sinistra, ma tra intelligenza e stoltezza, tra libertà e autoritarismo. La storia non ci insegna nulla perché ormai ci crogioliamo in un’ignoranza che il potere, addirittura, premia proprio per dissuaderci dal diffidarne come causa originaria di tutti i nostri problemi. Poi, altro sangue, sacrifici, ribellioni e, magari, torneremo di nuovo in auge. Chissà quando. 

Dio salvi i bimbi reali
I più umili – e anche i più saggi – biasimano giustamente il privilegio e vorrebbero che fosse abolito. Eppure sono loro i primi a legalizzarlo. Infatti, è soprattutto la povera gente ad andare in visibilio per le famiglie reali, che regnano e sono potenti e anche molto ricche. Senza alcun merito, se non quello della cicogna di averla portata nel palazzo giusto. In Inghilterra, in questi giorni, si osanna la nascita della secondogenita dell’erede al trono. La folla applaude una bambina che ha già la corona in testa, cioè una privilegiata per eccellenza. Mentre a pochi chilometri da Kensington Palace – residenza dei genitori e di molti rampolli reali – ci sono tanti bimbi che crescono per la strada, magari, denutriti e malaticci, e altri che muoiono per mancanza di cure o vaccini. In effetti, non è facile abbattere certe tradizioni. Ma, almeno, non legalizziamole con l’applauso e addirittura col tripudio. La maggior parte dei privilegi non sono usurpati, ma concessi con entusiasmo da chi li subisce. Lo dimostra la gioia delle folle del mondo intero – soprattutto degli inglesi che ne fanno le spese – per la nascita di quella creatura, certo innocente, ma destinata a mettere al mondo altri principi d’Inghilterra e magari a diventare regina, se sposerà, com’è probabile, un regnante straniero. Nessuno la considera un’usurpatrice per essere titolare di un diritto speciale solo per il fatto di essere nata. Ha già un appannaggio come membro della famiglia reale, cioè un posto di prima fila nel protocollo di stato e anche una rendita cospicua. Eppure molti di quei sudditi che applaudono felici e augurano lunga vita alla regina e ai suoi discendenti non hanno lavoro e stentano a nutrire i propri figli.

 

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