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L’Italicum, direi meglio il porcellissimus, è stato approvato da un Parlamento, prima ingannato al Senato attraverso un accordo con l’opposizione, poi imposto ad una Camera intimidita, con sostituzioni in Commissione e voti di fiducia per piegare le componenti riluttanti del partito di maggioranza. Il coro dei media di un Paese servile, plaudenti verso il più forte, lo ha definito maggioritario, mentre, in effetti, si tratta di un sistema elettorale plebiscitario. La scienza costituzionalista, in tutto il Mondo, infatti, definisce maggioritarie le leggi elettorali che, a differenza di quelle proporzionali, tendono a creare due coalizioni o due partiti, che si contendono la vittoria elettorale e, alla fine del mandato di chi ha prevalso, si ripropongono per l’alternativa.
La anomalia della trasposizione di sistemi di tal natura, in situazioni politiche dominate da un’unico partito, come già nel 1924 col Fascismo, produce leggi elettorali plebiscitarie, in cui il popolo non è chiamato ad esercitare una sovranità piena, ma, come in un referendum, a dire soltanto si o no al soggetto dominate. Per adattare meglio il disegno all’interesse di chi ha imposto la scelta, sono state previste candidature bloccate di parlamentari soggetti ad essere nominati dai capi partito, insieme ad uno sbarramento ragionevolmente superabile, per favorire una proliferazione di liste. Il risultato, già scontato, sarà che il PD, oggi prevalente, grazie al premio di maggioranza, dominerà la Camera, nella quale saranno presenti una pluralità di altri soggetti piccoli, incompatibili tra loro, che non potranno mai determinare un’alternativa, dal momento che rappresenteranno un’opposizione frastagliata e poco ininfluente. Una fotografia istantanea dell’interesse di Renzi e del suo partito personale, che probabilmente assumerà la denominazione di Partito della Nazione.

Tale contesto potrebbe inaugurare effettivamente la stagione della terza Repubblica, perché la nuova legge elettorale e la riforma Costituzionale in corso di approvazione al Senato, (con la conseguente sostanziale abrogazione di quest’ultimo) cambieranno radicalmente gli equilibri previsti dalla Costituzione del 1948 e le relative separazioni e bilanciamento dei poteri. Ne risulterà cancellato di fatto il ruolo del Presidente della Repubblica e saranno condizionati in modo determinante gli equilibri della Consulta e del CSM. Si avvierà concretamente la fase della post democrazia, con tutte le incognite ed i pericoli che essa sottende. Infatti si aprirà la strada ad un sistema autoritario, simile a quello della Russia e di molti Paesi sudamericani, dove il potere, concesso plebiscitariamente, è concentrato nelle mani di un Cesare attorniato da oligarchi o di un caudillo con la propria personale squadra di famigli.
La legge elettorale, appena approvata e prontamente promulgata dal Presidente della Repubblica, prevede una entrata in vigore posticipata al 1 luglio 2016. Prima che possa produrre i suoi effetti disastrosi, va messa urgentemente in campo una strategia in grado di caducarne gli effetti, compresa la ventilata ipotesi di un referendum abrogativo. Tuttavia è al Senato, sulla riforma Costituzionale in discussione, che si gioca la partita decisiva.
L’approvazione dell’Italicum a tutti i costi, senza modifiche, eliminando gli emendamenti con ben tre voti di fiducia, il pagamento del prezzo elevato del dissenso di una cinquantina di deputati del Gruppo PD, fino ad una vittoria quasi di misura (meno di venti voti di margine) con una maggioranza che disponeva sulla carta di una maggioranza di circa cento voti, rappresentano la volontà determinata di fare la prova generale della riduzione del Parlamento alla completa obbedienza.
Il capriccio del Premier, rievocando il cinismo di Nerone, mirava, ed ha ottenuto, l’umiliazione di tutti gli avversari, interni ed esterni e della stessa Camera, che è stata trasformata effettivamente in un’aula sorda e grigia, col Transatlantico divenuto un bivacco di aventiniani e di famelici giornalisti filo governativi. Il colpo di scena non c’è stato perché i margini erano molto elevati, le minacce troppo forti, le lusinghe accattivanti. Scegliendo la strategia di andare avanti travolgendo tutto, a cominciare dalla libertà della Camera di svolgere la sua funzione di organo costituzionale, che dovrebbe confrontarsi sulle leggi serenamente e non con la pistola puntata alla tempia, Renzi ha vinto la sua partita? Forzando talmente le cose, stressando le procedure, umiliando contemporaneamente le legittime opinioni delle opposizioni e quelle di pur autorevoli rappresentanti del suo partito, non ha imboccato una pericolosa strada senza ritorno, che potrebbe portarlo a precipitare nel burrone? Se, come si profila probabile, la risposta all’atto di protervia consumato alla Camera, dovesse essere il venir meno della maggioranza al Senato, che fine farebbe lo stesso Italicum? Se il Premier non dovesse riuscire a far approvare la riforma Costituzionale nei termini da lui auspicati, la svolta monocameralista non scatterebbe e quindi sarebbe costretto a fare i conti con un altro ramo del Parlamento non riformato, difficilissimo da piegare.
La soluzione più ragionevole, se ve ne fossero i margini, potrebbe essere quella di ripartire da zero, abbandonando la strada pericolosa delle sgradevoli imposizioni autoritarie. Con pazienza bisognerebbe ridiscutere tutto l’impianto riformatore, alla ricerca di una maggioranza molto più ampia, estesa a tutte le forze di opposizione. Un simile atto di responsabilità imporrebbe di prevedere, come primo atto, l’abrogazione della legge elettorale testé approvata, ridiscutendo serenamente con tutti il modello costituzionale ed i conseguenti ruoli, poteri, sistemi di elezione, ma soprattutto equilibri e contrappesi. Se Renzi non capirà rapidamente che è obbligato ad itraprender un simile percorso di ragionevolezza, si sarebbe probabilmente avviato sul viale di un rapido e traumatico tramonto. Spesso chi troppo repentinamente sale, è destinato poi a precipitare al primo grave incidente, nel nostro caso, anche per la labile fedeltà di coloro che ieri erano creature di Bersani, oggi si sono convertiti, ma se le loro poltrone dovessero traballare, non esiterebbero a compiere una nuova svolta, alla luce di diverse opportunità per il loro personale destino.
Il momento è interessante. L’acrobata ha dimostrato di avere il coraggio di fare il triplo salto mortale senza rete, ed è riuscito, ma, alla prossima esibizione, potrebbe schiantarsi: è sovente il destino già scritto di chi vuole troppo osare. Quella sopra indicata ci sembra l’unica strada per salvarsi ed insieme fare l’interesse di un Paese, che ha bisogno di riforme, ma meditate e condivise, specialmente se riguardano l’architettura costituzionale.
A coloro che, come noi, hanno ritenuto la sfida così plateale, un atto di arroganza ed una concreta minaccia per la libertà, compete il dovere di non mollare di un millimetro e difendere i valori fondanti della democrazia liberale, oggi seriamente minacciati, con ogni mezzo e in campo aperto.
Una cosa è certa, l’attacco alla democrazia rappresentativa, come l’abbiamo conosciuta e che continuiamo a considerare una garanzia per la difesa effettiva della sovranità popolare, è stato così forte, che chi ha osato portarlo, o esce pienamente vincitore, oppure è destinato a soccombere, facendo la fine di quelle meteore che illuminano il cielo quasi cambiandone il volto, ma presto scompaiono e facilmente vengono dimenticate.

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