renzi

Il malcostume delle regalie di Stato, che tradizionalmente passavano attraverso la intermediazione delle grandi corporazioni, con l’era Renzi ha assunto la nuova forma dell’interlocuzione diretta, con proclami popolari, lanciati attraverso i media, dal capo del Governo e rivolti ai beneficiari. Fino a ieri, come sarebbe logico, erano i sindacati a confrontarsi per le condizioni del lavoro, le centrali cooperative per i vantaggi fiscali e creditizi dei loro associati, le associazioni di commercianti, industriali, artigiani, agricoltori per gli interessi delle categorie rappresentate, spesso con collegamenti precisi a settori politici. Oggi tutto è cambiato. Il Governo ha deciso una regalia permanente di ottanta Euro ai lavoratori di una certa fascia, assicurandosi una platea di dieci milioni di sicuri sostenitori elettorali. In tal modo ha trasformato un insuccesso annunciato, come le elezioni europee dello scorso anno, per le quali nessuno voleva andare a votare, (come poi la maggior parte degli italiani in effetti ha fatto) in un successo per il partito del Premier. Questi, spregiudicatamente, con i soldi della fiscalità generale, ha comprato una massa enorme di elettori e relative famiglie.

Riuscito in pieno il primo esperimento, che costa stabilmente oltre dieci miliardi l’anno ai contribuenti, per le Regionali era stata immaginata un’elargizione più modesta, dal momento che si andrà a votare soltanto in sette Regioni, delle quali già cinque in mano al centro sinistra. Per prepararsi alla nuova manovra di corruzione elettorale con i soldi pubblici, si era già cominciato a parlare di un tesoretto da un miliardo e seicento milioni da spendere. Il gioco era fatto, ma, a scombinare le carte, tutte pronte e supportate da qualche informazione ottimistica abilmente pilotata sull’andamento dell’economia, è arrivata la sentenza della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità della legge Monti-Fornero, con la quale era stato bloccato l’adeguamento al costo della vita delle pensioni superiori a tre volte quella minima. Non è questa la sede per approfondire la complessa tematica, che tale decisione comporta, a causa di una disparità tra le diverse tipologie di calcolo delle pensioni, a capitalizzazione o retributive. Tuttavia è incontrovertibile che si trattava di diritti acquisiti, i quali costituzionalmente andavano tutelati, trattandosi di un adeguamento, che non costituisce  tecnicamente un aumento, ma semplicemente il mantenimento del potere d’acquisto precedente. Quindi la decisione della Consulta appare corretta, mentre sono incomprensibili gli attuali contorcimenti del Governo per tentare di rimborsare solo una parte del mal tolto ad alcuni pensionati, rinviando il rimborso ad altri ed escludendone altri ancora.

Le sentenze della Corte sono immediatamente esecutive e vanno applicate. Al più potrebbe essere accettabile una rateizzazione nel tempo delle somme dovute per evitare un impatto immediato, devastante per la finanza pubblica.

Tutto questo sarà oggetto di dibattito e di polemica per lungo tempo, anche perché l’Esecutivo sta facendo di tutto per far slittare la inevitabile decisione a dopo le elezioni regionali, sapendo che, ove, come si sussurra, dovesse decidere di non corrispondere quanto dovuto a tutti gli aventi diritto, con motivazioni pretestuose, determinerebbe una forte reazione sociale.

Intanto la prima conseguenza è la sparizione del tesoretto e quindi la impossibilità, come lo scorso anno, di poter comprare alcune centinaia di migliaia di voti con i soldi della fiscalità generale. Il diavolo a volte ci mette la coda, in questo caso assumendo le sembianze della Corte Costituzionale, tanto che il Presidente del Consiglio sta intensamente lavorando per assicurarsi in futuro la fedeltà cieca dei due componenti che mancano e che il Parlamento si appresta a scegliere, unitamente ad un terzo, eletto dal centro-destra ed in scadenza prossimamente, che tenterà anch’esso di sostituire con un elemento di propria fiducia.

E’ facile pronosticare che alle elezioni regionali del trenta maggio il partito di maggioranza assoluta, forse anche con grande margine, sarà quello del non voto. Forse, tra i voti espressi, il PD sarà anche il primo, anzi questa sembra quasi una certezza. Ma che vittoria è? In un quadro di completo disfacimento del centro e della destra moderata, è ovvio che il Partito del Governo otterrà uno sconfinamento nell’elettorato centrale, privo di riferimenti, ma perderà elettori, anche tradizionali, che non si recheranno alle urne. Si ripeterà il desolante risultato delle elezioni Regionali precedenti, prima in Sicilia, dopo in Calabria ed Emilia Romagna, dove la coalizione di sinistra ha vinto, ma con risultati assoluti ben lontani da quelli delle precedenti elezioni e comunque su una base di votanti inferiore al cinquanta per cento degli aventi diritto. E’ un pessimo segnale di disaffezione alla democrazia, divenuta non più terreno di confronto tra piattaforme politiche diverse e contrapposte, ma di scontro tra gruppi di potere, guidati da un Capo assoluto, sostenuto da truppe osannanti, con la conseguente emarginazione di ogni voce critica, anche all’interno della stessa formazione politica di maggioranza. La parola d’ordine è: chi non condivide è un gufo, che si oppone alla politica del fare, mentre noi facciamo le riforme per cambiare l’Italia. Nessuno può permettersi di chiedere quale cambiamento, come riformare, cosa fare? Meno ancora si può porre la domanda se le priorità scelte siano le più opportune, almeno per affrontare la grave emergenza economica e occupazionale, attraverso politiche in grado di approfittare della grande immissione di capitali della BCE, del calo del prezzo del petrolio, dell’indebolimento dell’Euro nei confronti del dollaro.

A tutti è chiaro che l’urgenza riguarda la ripresa economica troppo debole, ammesso che ci sia realmente, non certo le riforme costituzionali ed elettorali, indipendentemente dalle scelte inaccettabili nel merito ed imposte in modo sgradevole ed umiliando il Parlamento.

Ci si chiede perché Renzi abbia nascosto le proposte fatte dal Commissario Cottarelli per tagliare la enorme spesa pubblica, spesso clientelare, fonte di sprechi e corruzione. E’ inspiegabile che il Governo si ostini a non vendere il cospicuo patrimonio pubblico, mobiliare ed immobiliare, cominciando dai beni sequestrati alle mafie, che invece vengono lasciati andare in rovina.   Con la medesima perversa logica viene mantenuto l’inutile carrozzone della RAI, che non soltanto non svolge alcun servizio pubblico ed infastidisce i contribuenti con uno sgradito canone, ma è smaccatamente al servizio del Governo e tende a rafforzare sempre più tale caratteristica.

Queste risorse potrebbero essere utilizzate per ridurre l’enorme debito pubblico, mostrandoci un Paese virtuoso e risparmiando molti miliardi di interessi. Tale clima  positivo consentirebbe di ridurre significativamente la pressione fiscale, unico mezzo per assicurare nuovi investimenti, favorire l’occupazione e la ripresa dei consumi.

Infine, anche il tema delicatissimo della scuola, dopo aver annunciato un’epocale riforma, si risolve in un discutibile progetto elaborato da dilettanti, con l’unico obiettivo di rafforzare il potere dei Presidi, sperando di poterli controllare agevolmente e di infornare nei ruoli centomila docenti per la solita operazione clientelare. Anche tale tentativo sembra stia fallendo perché i sindacati, che si sono sentiti scavalcati, ovviamente rilanciano. Allo stesso tempo altri precari, che non rientrano nella grande abbuffata di assunzioni, premono ed anche studenti e famiglie protestano perché non s’intravede nel progetto l’ombra di un’idea riformatrice, che sia in grado di ridare dignità alla scuola e restituirle il delicatissimo ruolo che le compete. Essa infatti dovrebbe essere, se il progetto riformatore fosse sostenuto da un’idea guida, luogo di formazione in grado di fornire alle nuove generazioni i saperi necessari ad affrontare il sempre più difficile futuro, che si va profilando. Quella attualmente in discussione manca di tale fondamentale connotato.

Bravo Renzi, un capolavoro. Il peggio è che riuscirai ancora ad andare avanti per mancanza assoluta di alternative, salvo che la natura dispettosa di un elettorato disperato, non scelga di consegnare il Paese, come in Grecia, all’estremismo di Grillo o di Salvini. Se qualcosa di simile dovesse avvenire, e significherebbe il disastro, sappi che la colpa è soltanto tua!

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