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E se trasformassimo il problema dell’ISIS in un vantaggio per la nostra economia? Se recuperassimo il nostro ruolo leader nel Mediterraneo? Se trasformassimo gli inconvenienti in vantaggi? In ogni parte del mondo, sia nel nostro che nell’altro emisfero, e in qualsiasi paese il Sud è trascurato e povero. Da quando l’economia primaria non è più agricola ma industriale, essendo noi lontani dai centri di consumo, abbiamo una produzione e redditi scarsi. Siamo rimasti legati all’artigianato e all’agricoltura, quindi, non progrediti. Ma, se da secoli sopravviviamo, nonostante le difficoltà e gli stereotipi che ci penalizzano, vuol dire che un certo talento lo possediamo. È ora di sfruttarlo, dato che ormai viviamo in un’epoca informatica in cui l’industria non è più fonte di lavoro come un tempo. Essendo tutto automatizzato, non c’è più bisogno di braccia, ma di ingegno. Il gap col Nord, quindi, si accorcia sempre più e finirà con l’annullarsi. Nei prossimi anni il Sud sarà privilegiato grazie alla genialità del suo popolo.

Ecco perché è arrivata l’ora che i più deboli prendano il sopravvento sfruttando una forza che posseggono ma che non hanno mai usato prima. È un principio che si ispira alle arti orientali di difesa e che in politica è una grande risorsa. È il motivo per cui la civiltà prevale sulla barbarie, la cultura sull’ignoranza, la saggezza sulla violenza. La vittoria di Golia sul gigante ne è un esempio. Il nostro Sud non fa eccezione. E neppure il Mediterraneo, per noi frontiera di problemi ma anche di dialogo. Il mare sbarca periodicamente sulle nostre coste migliaia di migranti di cui dobbiamo farci carico, ci trasmette epidemie, potrebbe portarci criminalità e persino la guerra. Dal mare arriva di tutto. Anche occasioni e opportunità.

L’ISIS è una minaccia seria, ma nessuno ancora sa come affrontarla. Ci difendiamo con l’intelligence, scoprendo tentativi di attentati e prevenendoli prima che avvengano. Ci comportiamo come in economia: cerchiamo di risparmiare ma senza investimenti né, quindi, sviluppo. Assistiamo alla strage di Charlie Hebdo a Parigi e a quella del museo a Tunisi. Aspettiamo passivamente sperando che il nostro turno non arrivi. Perché prima o poi, se non l’ISIS se ipsa, la strage può farla qualche fanatico isolato.

Quel Mediterraneo da cui ci arrivano da secoli tanti guai, ci fornisce, però, anche la soluzione di alcuni problemi. Sono millenni che ci concede contatti, dialogo e amicizia con i paesi che vi si affacciano. Sulle coste del nostro Sud ci sono ancora le città puniche, che, nell’antichità, avevano rapporti con i porti dei paesi arabi. Con quei paesi è rimasta fino ai nostri giorni un’ideale alleanza politica, non essendo l’Italia, a differenza del resto d’Europa, un paese colonialista, se non per una brevissima esperienza, per di più umana e apprezzata.

Ricordo alcuni anni fa, a una festa nazionale a Tripoli, un assessore regionale pugliese e uno siciliano seduti nei primi posti assieme ai capi di stato africani e mediorientali, mentre il ministro degli esteri italiano che accompagnavo era in quattordicesima fila con i rappresentanti dei paesi europei.

Certo non possiamo dissociarci dagli altri per simpatizzare col Califfato esaltato e crudele. Ma potremmo avere il ruolo da mediatori che abbiamo sempre avuto. Le richieste dell’ISIS avranno certamente un costo più lieve delle stragi che stanno compiendo. Se la politica italiana non recupera l’orgoglio di leader nel Mediterraneo, lo farà il Sud. Non si può sperare che il problema si risolva da solo. Gli altri, che hanno lasciato brutti ricordi nei paesi che hanno colonizzato e sfruttato, non godono di simpatie. L’Italia, invece, sì. Soprattutto il nostro meridione. Siamo rispettati anche per l’accoglienza che abbiamo sempre dato ai loro profughi, nonostante il disinteresse dell’UE. Non ci sono neppure frange razziste nel povero ma ospitale e generoso Sud.

Quella dell’ISIS non è una guerra di religione. L’odio che si è improvvisamente scatenato, ma che cova da decenni, ha origine nella miseria e nei soprusi subiti in passato. Però, si possono attenuare e forse annullare con iniziative umanitarie o, appunto, scoprendo quali sono le lagnanze e i risentimenti.

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