La notizia di Mario Draghi alla testa della Banca Centrale Europea ha quasi coinciso con quella della condanna in primo grado di un ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, per la vicenda della scalata all’Antonveneta. È come se la sorte avesse voluto  mostrare, in forma emblematica, la diversità di due destini che potevano considerarsi fino ad un certo momento paralleli.

Va da sé che fino alla sentenza definitiva Fazio va considerato innocente. Può darsi – anzi personalmente credo – che il suo genuino intento fosse davvero quello di preservare l’italianità delle nostre maggiori istituzioni finanziarie. Si è così trasformato da arbitro in giocatore? Può darsi, ma probabilmente non glielo rimprovereremmo troppo se avesse condotto le cose in altro modo e con altri soggetti. Il punto, al di là degli aspetti penali, è proprio questo, ed è di indole etico: per chi esercita incarichi pubblici, deve valere una regola assoluta: scegliere bene le proprie frequentazioni, professionali ma anche personali e non scendere mai, con nessuno, al livello della familiarità pericolosa. Lo abbiamo chiesto con pieno diritto al Presidente del Consiglio che, aspetti penali a parte, non ha dato prova di grande discriminazione e senso di responsabilità nelle sue frequentazioni serali o notturne. Avevamo il diritto di chiederlo a un Governatore della Banca d’Italia, istituzione di estrema delicatezza, sola vera scuola di alta amministrazione che abbiamo in Italia (dove non si è mai riusciti a fare niente di paragonabile all’ENA francese) e riserva di talenti preziosi per il Paese in momenti difficili: valgano per tutti gli esempi di Guido Carli, Lamberto Dini, Carlo Azeglio Ciampi, Tommaso Padoa Schioppa.

Delle storiche qualità della Banca d’Italia, in cambio, Mario Draghi è stato ed è uno straordinario rappresentante. L’ho conosciuto bene quando, nel 1991, tornai a Roma come Direttore Generale degli Affari Economici al Ministero degli Esteri. Era allora un giovane Direttore Generale del Tesoro, scelto per l’incarico dopo un periodo di lavoro nelle maggiori sedi internazionali. Eravamo insieme in vari organismi: il Consiglio di Amministrazione della SACE, che egli presiedeva, il Consiglio d’Amministrazione del MEDIOCREDITO e il Comitato Direttivo dell’Ufficio Italiano dei Cambi, presieduto dall’allora Governatore Ciampi. Le occasioni di vederci e lavorare insieme erano quindi almeno settimanali. Draghi era già conosciuto per la Legge sulle società per azioni che porta il suo nome, ma quello che io ho avuto modo di conoscere e apprezzare è il Draghi onesto, inflessibile ed efficace custode del denaro pubblico.

È soprattutto nella SACE che mi è stato dato di lavorare con lui. Imparai allora una lezione importante per me, che ero nuovo a quel lavoro e preoccupato sopratutto di favorire le nostre vendite all’estero: anche le ragioni delle esportazioni dovevano essere subordinate agli imperativi della finanza e, ovviamente, condizionate alla pura e semplice correttezza. Erano anni difficili, di deficit pubblico fuori controllo e la SACE registrava un rosso di undicimila miliardi delle lire di allora, che toccava al Tesoro ripianare. Purtroppo, questo disavanzo era dovuto in gran parte alle troppe operazioni di dubbia serietà, in paesi improbabili e/o con imprese non raccomandabili. Draghi si accinse a mettere ordine, stabilendo regole chiare e severe per le future assicurazione alle esportazioni. Stabilimmo una “griglia” di condizioni che lasciava ben poco spazio a operazioni spericolate e ci permise in seguito di resistere a pressioni che venivano anche dalle più alte istanze di governo. Ma dovevamo rivedere anche il passato. Alla mia Direzione Generale pervenivano, dalle nostre Rappresentanze all’Estero o da altre fonti attendibili, precise segnalazioni su vere e proprie truffe ai danni della SACE. Ci costò non poco dolore denunciare questi casi all’Autorità Giudiziaria, sapendo che sarebbe stata chiamata in gioco la responsabilità di funzionari dell’Istituto, anche di alto rango, ma non esitammo a compiere il nostro dovere. In seguito, collaborammo ancora nella fase delle grandi privatizzazioni, che implicava un difficile negoziato colla Commissione Europea, di cui io ero stato incaricato. Erano i tempi del Governo Ciampi e il sabato mattina ci riunivamo in un piccolo gruppo a Palazzo Chigi – Ciampi, il Ministro del Tesoro Barucci, il Ministro degli Esteri Andreatta, Draghi, io e Andrea Manzella, Segretario Generale della Presidenza – per concordare i passi da compiere. E fu una vicenda che, com’è noto, finì bene, anche perché il Tesoro accettò di farsi carico di fronte alle banche creditrici dei debiti degli Enti da privatizzare, condizione essenziale per la loro collocazione sul mercato a prezzi soddisfacenti.

Poi io sono andato alla NATO e non ho più avuto occasioni di vedere Draghi. L’ho rivisto solo nel 2001, quando è venuto a Buenos Aires, dove io ero Ambasciatore, su invito del Ministro dell’Economia, Cavallo. Era il momento della peggior crisi finanziaria argentina e Cavallo insisteva per avere un prestito di un miliardo di dollari dall’Italia; io, in ragione delle mie funzioni, facevo – in verità, piuttosto tiepidamente – l’avvocato d’ufficio, ma Draghi disse un no senza appello: quel prestito sarebbe stato inutile nel pozzo senza fondo delle finanze argentine e in perdita sicura per noi: aveva, anche quella volta, pienamente ragione.

Ho voluto rievocare quegli eventi, non so quanto generalmente conosciuti e che possono parere lontani, perché essi dimostrano, se ce ne fosse bisogno, che l’Europa avrá in Draghi non soltanto un uomo retto, e un geloso difensore del bene pubblico, ma un economista di ampie vedute e respiro, quale l’economia europea necessita ora.

L’Italia ha bisogno di essere rispettata dai Paesi che contano nel mondo e Draghi,  rappresenta, anche sotto questo aspetto, un credito prezioso.

Non è il solo che abbiamo in Italia, anche se è il più importante e prestigioso: ne abbiamo altri, basta saperli cercare e valorizzare. E, a proposito, quando si tratterà di scegliere il successore di Draghi alla testa della Banca d’Italia, non potrebbe il Governo pensare a una personalità di competenza e prestigio indiscussi, anche all’estero, come Mario Monti?

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1 COMMENTO

  1. Illustre Ambasciatore,
    ho letto con estremo interesse il Suo commento alla notizia della nomina di Draghi al vertice della BCE, ed in particolare la rievocazione di alcune passate vicende che ne illustrano l’eccezionale personalità.
    Un Uomo come Draghi sarà certamente utilissimo all’Europa, come lo è stato in Italia per ripristinare nella Banca d’Italia il tradizionale prestigio di eccellenza, purtroppo offuscato dalle ultime vicende della presidenza Fazio.
    Alla soddisfazione per un incarico assolutamente meritato, si accompagna purtroppo il rammarico per il fatto che la Banca d’Italia perde il suo autorevole governatore, ed il timore che la sua sostituzione possa essere oggetto di mercato politico.
    Il suggerimento da Lei formulato circa la candidatura di Mario Monti è assolutamente condivisibile, e proprio questo dovrebbe fare un Governo che volesse riconquistare un po’ di quel prestigio che le ultime vicende personali e politiche del PdC gli hanno fatto perdere.
    Siccome è la cosa giusta, penso che non sarà fatta.
    Ma allora, è almeno auspicabile che si guardi all’interno della Banca, dove certo non mancano personalità autorevoli, avendo cura di individuare una candidatura che non sia funzionale agli equilibri politici e che sia invece all’altezza del Governatore uscente.
    Mi rassicura soltanto la certezza che il Capo dello Stato, che in proposito ha voce in capitolo, sarà in grado di stroncare sul nascere ogni ipotesi di assalto …..alla diligenza.

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