Sintesi dell’intervento del Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele al convegno

Beni culturali: oneri o risorse?

ADSI, Palazzo Colonna , 13 maggio 2015

Quando ho ascoltato l’incipit di alcuni saluti istituzionali ho avuto la sensazione di non essere in Italia; quella che è stata descritta purtroppo è l’Italia dei sogni e non della realtà. Il nostro Paese è in crisi da più di 20 anni. Le responsabilità sono delle politiche economiche di tutti i governi che si sono succeduti in questo lungo periodo. La crisi è iniziata con il declino della grande industria che ha ridotto ai minimi termini settori come la chimica e l’auto. Poi hanno chiuso le piccole e medie imprese, per il costo del lavoro troppo alto, una burocrazia asfissiante e imposte insostenibili. È seguita la crisi del commercio; il made in Italy ha trovato competitori più economici in Oriente e lo sviluppo sempre maggiore del commercio on line farà chiudere non solo i piccoli negozi ma anche le grandi catene. Infine, con il progressivo abbandono delle campagne, non siamo più competitivi con i Paesi prossimi. In un futuro non molto lontano dovremo dire addio a molti posti di lavoro perché la manodopera verrà sostituita da computer e androidi.

In questo quadro lo Stato non è più in grado di fronteggiare le spese per gli ammortizzatori sociali né per il resto. La pubblica amministrazione è un labirinto di norme contraddittorie e incomprensibili. Oltre a questo si aggiunge una politica estera non felice: l’Europa politica non esiste e la moneta non tiene, e non abbiamo una politica Mediterranea da 25 anni.

Le soluzioni proposte sono quasi inesistenti e, comunque, concentrate esclusivamente sul fronte fiscale. Basta per tutte la tassazione irresponsabile sulle Dimore storiche che pagano l’IMU.

L’eccellenza del nostro Paese sta nell’Italia stessa: i monumenti, il paesaggio, la nostra cultura. Se usiamo come metro le aree tutelate dall’Unesco, l’Italia è al primo posto. Di siti classificati come patrimonio dell’umanità ne abbiamo 51. Al secondo posto c’è la Cina, grande trenta volte l’Italia, che di siti Unesco ne ha “solo” 47. Purtroppo però le opere d’arte e i monumenti sono in mano di sovrintendenti che li considerano loro proprietà. I musei sono in uno stato di arretratezza assoluta: secondo l’ultima indagine Istat sul patrimonio culturale, pubblicata alla fine del 2013, in Italia solo un museo su due ha un proprio sito internet mentre soltanto il 16% usa i social network per fare promozione; anche per questo solo un visitatore su cinque ha un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, gruppo che invece rappresenta la categoria dei big spenders di domani.

Il Ministro Franceschini ha tentato una riforma seguendo i miei suggerimenti contenuti nel libro Arte e Finanza del 2012 (bonus, manager, rotazione soprintendenti), ma cosa può fare se il Parlamento gli dà solo lo 0,1% del PIL?

Lo Stato si è masochisticamente ritirato dal settore dell’arte e cultura: dal 2012 il budget del Ministero per i Beni e le attività culturali ha perso il 27% del suo valore; quest’anno il bilancio è stato ridotto a poco più di un miliardo e mezzo di Euro; la spesa pubblica nel suo complesso si aggira intorno agli 800 miliardi di euro; il bilancio del MIBAC è 1/3 di quello francese e siamo come spesa dopo Grecia, Irlanda  e Malta.

Io ritengo che la cultura sia la vera risorsa anticiclica, la vera energia pulita dalla capacità moltiplicativa straordinaria basta solo che si pensi che vanta un moltiplicatore pari a 1,7 il che significa che ogni Euro di valore aggiunto ne attiva altri 1,7 (nel commercio, nel turismo, nei trasporti, nell’enogastronomia).

Alle imprese attive nel comparto culturale (ad alto potenziale creativo, che nel 2012 risultavano quasi 460 mila, cioè il 7,5% del totale delle attività economiche nazionali, e nelle quali lavorava il 5,7% del totale degli occupati, cioè quasi 1,5 milioni di persone) il Paese deve 75,5 miliardi di valore aggiunto corrispondente al 5,4% del totale, che diventano 80,8 miliardi se si include la Pubblica Amministrazione ed il non profit. Questi ultimi, prodotti nel 2012, ne hanno messi in moto altri 133, arrivando tra diretto e indotto a oltre 214,2 miliardi di Euro, pari al 15,3% dell’intera economia italiana.

Bisognerebbe quindi come dico da tempo passare da PIL a PIC (Prodotto Interno Culturale) per valutare lo stato del nostro Paese.

La vera grande riforma da fare sarebbe quella di modificare l’art. 118 e non parlare di sinergia tra pubblico e privato, ma di privato al posto del pubblico quando quest’ultimo non ce la fa, come dice l’articolo. Ma in Italia, non essendoci una norma sanzionatoria, il pubblico  (e per esso si intende la pubblica amministrazione) non ha gradimento per la presenza del privato che vede solo come eventuale erogatore di fondi e non come partecipante alla soluzione dei problemi e fa muro impedendo che il dettato dell’articolo possa porsi in essere, favorito dal fatto che non esista tra l’altro una norma sanzionatoria. Per questo Cameron ha vinto in Inghilterra con la Big Society consentendo ai privati di fare ciò che lo Stato non può fare. È necessario dunque che lo Stato italiano, seguendo l’esempio inglese, faccia un passo indietro consentendo al privato di farne due avanti.

 

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