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L’insuccesso elettorale registrato con il voto per i ballottaggi dei sindaci, già palesatosi al primo turno, sia pure in termini meno netti, segna l’inizio della fine della luna di miele di Renzi con gl’italiani, i quali sono risultati meno ingenui di quanto sembrava.

Quale strada sceglierà il giovane guerriero è difficile prevederlo. Optare per la riconciliazione con la minoranza interna del PD, comporterebbe un prezzo molto alto, ma far finta di nulla e continuare nella strategia di inseguimento dell’elettorato moderato, che ha chiaramente dimostrato di non fidarsi, può rivelarsi altrettanto pericoloso. Anche la eventuale decisione di tentare un “Nazareno atto secondo” presenta alcune incognite. Berlusconi pretenderebbe certamente delle contropartite importanti e, comunque, un accordo le cui condizioni dovrebbero essere esplicite in modo da poter  difficilmente essere violate. In ogni caso il Cavaliere probabilmente sarebbe restio, per non rischiare di compromettere una duratura alleanza elettorale con Salvini, che egli sembra accarezzare. Rimane la scelta, anch’essa pericolosa, delle elezioni anticipate, ammesso che il Presidente della Repubblica dovesse concederle ed il cui esito non appare più scontato, tenendo anche conto della necessità di eleggere il Senato con il sistema elettorale proporzionale stabilito dalla sentenza della Consulta. Insomma un bel rompicapo, che certamente farà perdere al giovane rampante Capo del Governo, gran parte della sua baldanza.

In tale contesto chi sta meglio è certamente il M5S, che in diversi ballottaggi ha raccolto consensi al di fuori del proprio perimetro, sia a destra che a sinistra, dimostrandosi in grado di poter aspirare a concorrere per il secondo turno anche  alla Camera.

La imprevista vittoria del centro destra in alcuni Comuni non si può facilmente considerare un segnale di ripresa, principalmente se si pensa alla composizione della coalizione che ha dominato la scena politica nello scorso ventennio. Oggi sembrerebbe prevalere semmai un’area, caratterizzata come destra centro, costituita da elettori spaventati per il flusso immigratorio e per una linea di politica fiscale ostile ai ceti produttivi ed invece attenta alle esigenze del mondo impiegatizio, principalmente statale, tradizionale cassaforte elettorale della sinistra statalista. Il mondo preoccupato delle partite IVA, delle professioni, del commercio, della piccola impresa industriale, agricola o artigiana ha scelto la strada del non voto, anche a causa dell’assenza di una formazione liberale di stampo europeo. Tale fascia sociale, che si può identificare con la borghesia produttiva, ha dimostrato di diffidare di Renzi e più ancora dei popolari di Alfano, suoi servili alleati, ma di non gradire neppure l’estremismo della Lega, inseguita da un Berlusconi impensierito per il rapido declino della sua Forza Italia. Tuttavia i liberali devono riuscire a far sentire la propria voce, che finora è stata troppo fioca e non ha, quindi, avuto l’opportunità di presentarsi come una credibile alternativa modernizzatrice, rispetto ai populismi personalistici, che si sono contrapposti di recente. Il PLI deve farsi promotore di una sorta di grande alleanza dei produttori, promuovendo radicali campagne contro il mostro burocratico e la morsa tributaria, fino ad arrivare a forme di protesta civile o di sciopero fiscale. Qualcuno ne pagherà il costo in termini personali, come fu all’epoca dell’aborto, per imporre una scelta di civiltà. E’ certo che, limitandosi ai proclami nei salotti o comunque all’interno di incontri poco affollati di benpensanti, non si riuscirà a raggiungere masse elettorali sufficienti ad impensierire i conservatorismi autoritari di destra e di sinistra, (né a scongiurare il successo dell’antipolitica) che in atto dispongono del monopolio dei media.

Il momento di debolezza del cesarismo di obbedienza renziana, costituisce un’occasione irripetibile per la causa dei liberali, che tuttavia si vedono costretti a buttare il cuore al di là dell’ostacolo.

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