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Tutte le grandi rivoluzioni della storia sono state conseguenza di periodi di oppressione, a dimostrazione che, senza sofferenza, non si determinano le condizioni per desiderare la rottura col passato ed il cambiamento radicale. Il cristianesimo seppe far montare la rivolta contro il potere assoluto ed a volte crudele dell’Impero Romano, che aveva bisogno della forza per dominare un territorio così vasto e popoli talmente diversi. Fu una rivoluzione in gran parte strisciante, fino al punto da inserirsi, come i vermi nel formaggio, nei gangli decisivi del potere ed impadronirsene facilmente, dopo che il grande impero si era spezzato in due, tra Occidente ed Oriente.
L’oscurantismo della Chiesa medioevale col suo solido potere temporale, rafforzato dall’enorme supremazia spirituale, determinò un desiderio di rivolta, che si espresse attraverso i movimenti scismatici, insieme ad una diffusa curiosità artistica ed intellettuale. Il rinascimento italiano, tuttavia, non riuscì a trovare la strada di un forte consenso popolare, perché rimase circoscritto al mondo culturale, ma diede vita alla migliore fioritura artistica di tutti i tempi. L’illuminismo ne proseguì Il cammino, particolarmente sul piano letterario e politico ed ebbe uno straordinario sviluppo in Gran Bretagna ed in Francia. L’Italia, divisa e ben lungi dall’essere una Nazione, tranne la eccezione di Cesare Beccaria e di alcuni circoli letterari riservati a gruppi minoritari, rimase tagliata fuori a causa del potere totalizzante della chiesa e del terrore della controriforma.
Altrettanto dirompenti furono le altre due grandi rivoluzioni moderne, quella americana, contro il colonialismo conservatore in nome dei valori di libertà e democrazia e quella russa contro il soffocante feudalesimo imperiale, anche se poi quest’ultima finì con lo sfociare in un altro più dispotico regime autoritario, per l’assoluta inesistenza di una diffusa cultura popolare, che potesse incarnare la spinta liberatoria della rivoluzione. La storia millenaria del mondo occidentale è scandita da tali profonde rotture e dai conseguenti stravolgimenti degli assetti di potere.
Il mondo contemporaneo appare invece esente da simili pulsioni verso il cambiamento radicale. Infatti non si registra alcuna diffusa insofferenza verso un sistema, caratterizzato da un assoluto permissivismo. La stessa contestazione verso il ceto politico non si manifesta in un rifiuto dei valori e dei principi cui esso si richiama, ma è rivolta alla incapacità di una classe politica rapace ed incapace, che viene avvertita come usurpatrice di un potere, che non è in grado di gestire. Si tratta di una contestazione generica, che induce al disprezzo, ma che non riesce a riconoscersi in un’alternativa concreta, in idee diverse, in nuovi e più condivisi valori. Anzi una società che si è alimentata per anni soltanto di una frenetica spinta verso l’opulenza, il desiderio di avere, senza soffermarsi mai su che cosa sognasse di essere, rinunciando alla effettiva partecipazione democratica, ha conferito una delega in bianco alle forze politiche per risolvere i propri problemi. Di fronte al fallimento, determinato principalmente dalle nuove ed imprevedibili difficoltà di una crisi economica internazionale senza precedenti e che veniva da lontano, ha scelto di reagire con una protesta qualunquistica ed indiscriminata contro la politica, apoditticamente definita tutta uguale ed egualmente corrotta. Sotto l’impulso di spinte che venivano da altri poteri (Magistratura- Media) si è fatto strada un luogo comune, ancorché fondato su indiscutibili elementi di verità, che tale Casta di corrotti, tutti uguali, senza sostanziali distinzioni di responsabilità, doveva essere cacciata. Così è avvenuto, salvo quel che rimaneva del Partito che aveva esercitato una lunga egemonia culturale, che pur salvatosi come struttura organizzata, ha dovuto fare i conti con un giovane terminator, che ne ha stravolto i connotati tradizionali. Tuttavia, nel complesso, la nuova rappresentanza si è rivelata peggiore della precedente, se non altro perché presa dalla strada, senza altro elemento di merito, se non la fedeltà al capo (talvolta anch’essa di poca durata) e comunque incolta e priva di valori di riferimento. Scivolare verso l’autoritarismo personalistico è stato un passo breve e quasi inevitabile. Il popolo, influenzato dai media, si è rifiutato di compiere la doverosa autocritica, riconoscendo che esso stesso era intriso dai medesimi vizi e difetti di una classe dirigente, per altro liberamente espressa con la complicità di tutti. La scelta ha sempre finito per cade sull’interlocutore più accessibile con lo scopo di ottenere privilegi e vantaggi non meritati, sempre a spese del denaro pubblico, e coltivando allo stesso tempo il vezzo di scagliarsi contro il ceto politico, anche se non si trattava più di quello di prima, che, in nome del cambiamento, in poco tempo, era completamente cambiato, selezionandolo in base a pulsioni di pancia, sollecitate da facili slogan, senza mai porsi il problema di ricercare di riconoscersi in soggetti portatori di un insieme di valori, anziché affidarsi, di volta n volta, all’uomo solo al comando.
Nessuno solleva il drammatico problema che la classe dirigente italiana, inadeguata e sovente corrotta, è la plastica rappresentazione di un popolo che lo è altrettanto, in maniera diffusa e trasversale. Se infatti la politica ha perso il primato che le compete è perché non ha l’autorità morale di imporsi su una società tutta dedita alla corruzione, all’arte di arrangiarsi, alla evasione fiscale, spesso anche di necessità, per sfuggire ad una pressione tributaria divenuta insopportabile, e volgere alla ricerca del colpo di fortuna, anziché allo sforzo, tremendo ma eccitante, di realizzarsi con la propria inventiva, intelligenza, capacità di sacrificarsi e confrontarsi. Questo non poteva che produrre generazioni di impreparati e frustrati, che aspettano dal potere pubblico la soluzione del proprio privatissimo problema di cercarsi un ruolo nella società e di ritagliarsi una condizione di agiatezza, piuttosto che compiere l’atto di orgogliosa coerenza di concentrare le proprie energie per scegliere una vita che valesse la pena di essere vissuta. Fin quando è stato possibile, a costo di produrre un enorme debito statale, anche per un retaggio di cultura collettivista, la spesa pubblica è aumentata a dismisura, anche se negli ultimi anni messa a freno dai vincoli europei. Neanche gli scandali continui impressionano, perché viviamo in una società essa stessa scandalosa per l’assoluta mancanza di valori morali e per il servile ossequio al potere, anche il più minuscolo, nelle mani del più miserabile burocrate corrotto.
Soltanto l’utopia può salvare una società in tale drammatica condizione di ignoranza e degrado morale e finiamo col sentirci come se qualcuno avesse rubato i nostri sogni, anzi il nostro diritto a sognare. Una società che, anziché vivere, ha scelto di sopravvivere, covando odio, rabbia, invidia sociale ed in cui tutti appaiono moralmente miserabili; i ricchi per mancanza di orgoglio ed il desiderio di sfruttare il potere soltanto per accrescere le loro fortune, ma anche i poveri, all’eterno inseguimento di un sussidio, di un piccolo favore, di una carità.
Al nostro popolo manca la fierezza necessaria, l’orgoglio di essere se stesso, mentre è pronto a seguire il demagogo di turno, salvo abbandonarlo nel disprezzo più assoluto, quando il privilegio sperato non è arrivato o quello ottenuto (per esempio ottanta Euro nella busta paga solo per una parte del mondo del lavoro, contrabbandata come riduzione fiscale) è risultato troppo modesto. Le riforme non si realizzano perché ritenute necessarie, ma per riceverne un vantaggio come parte politica o per ottenere il positivo effetto annuncio verso il proprio elettorato, quando il barometro dei sondaggi segna cattivo tempo. E’ stata promessa una serie di riduzioni della pressione fiscale, ma senza indicare, se non in un ulteriore deficit di bilancio, le relative coperture. Non si può infatti intaccare alcun privilegio, non si può ridurre alcuna voce della spesa pubblica per timore di un contraccolpo elettorale. Le riforme restano soltanto annunci elettorali.
In troppi ci chiedono con chi noi liberali intendiamo allearci. Bisogna ribaltare la domanda e chiedersi se con qualcuno di questi mostri, dediti a strappare gli ultimi brandelli di carne dall’osso, ormai esangue, del bilancio pubblico, potremmo fare anche un centimetro di strada. Il nostro isolamento è la cifra della nostra diversità, di cui dovremmo andare orgogliosi. Tutti cercano i privilegi, noi invochiamo una società meritocratica. Di fronte alla incessante ed inarrestabile attività degli affaristi, chiediamo vera competitività e concorrenza. Nel pieno di un’economia sempre più basata sul pubblico, insistiamo per le liberalizzazioni ed il mercato aperto. Inorridiamo di fronte al mostro burocratico, monumento della corruzione dilagante. Ci sforziamo di invocare una nuova etica della formazione di qualità, del riconoscimento dell’ingegno, del gusto del rischio. Aborriamo la società di eguali verso cui tutti cercano di spingere il Paese e chiediamo di avere l’opportunità di crescere liberamente diseguali.
La solitudine liberale ha quindi la funzione non indifferente di consentire ai pochi, che non accettano la perversa logica dell’autodistruzione, di coltivare l’esile pianta della speranza.

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1 COMMENTO

  1. L’articolo esprime ciò che penso. E ciò che pensiamo in tanti, silenti e non rappresentati. Quando però rivolgeremo la stessa energia, che traspare dall’articolo, ad un piano ambizioso di raccolta di tutte le coscienze liberali abbandonate? Quando smetteremo di consolarci con la triste idea che la solitudine è segno di superiorità? Quando vorremo finalmente confrontarci con la realtà, cavalcarla e trasformarla? Quando vorremo fare questo passo, io e tanti altri ci saremo.
    Un saluto
    Alberto Canuto

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