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La credibilità è continuamente al ribasso per i partiti italiani ai quali la Costituzione demanda di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
E c’è di più. La scarsa credibilità dei partiti politici coincide con altre due situazioni preoccupanti: il discredito delle istituzioni, oggetto di attacchi improntati ad una volgarità del linguaggio tipico della subcultura populista distruttrice della democrazia, e l’abbandono delle urne da parte della maggioranza dei cittadini italiani. Le urne deserte sono un fenomeno nuovo perché non è determinato dalle stesse ragioni che giustificano le basse percentuali di votanti in alcune democrazie avanzate e consolidate come quella americana, ma è la prova di una miscela fatta di sfiducia, disgusto e risentimenti innanzi ad una corruzione dilagante e pervasiva. Il dato della corruzione desta particolare preoccupazione perché coinvolge la credibilità delle istituzioni. Si pensi, ad esempio, che il Parlamento è stato tenuto per oltre un decennio nella condizione di non ratificare la Convenzione di Strasburgo del 1999 per la lotta alla corruzione.
Non abbiamo bisogno di chiedere spiegazioni agli scienziati della politica o al politologo di turno per comprendere cosa possa comportare questa miscela di sfiducia nei confronti dei partiti e delle istituzioni, certificata dall’abbandono delle urne. La spiegazione è sotto i nostri occhi: una deriva autoritaria in atto. Noi non crediamo al destino cinico e baro, ma diciamo che il destino ha messo nelle mani del potere esecutivo lo scettro del comando sul potere legislativo per indurlo a modificare la Costituzione con modalità e contenuti sconcertanti e in barba ai principi liberali della divisione dei poteri che risalgono a Montesquieu. Ciò sta accadendo nonostante la Corte Costituzionale abbia già dichiarato incostituzionale la composizione del Parlamento.
La crisi culturale, che sovrasta la crisi economica, istituzionale e sociale, ha fatto perdere i tradizionali connotati distintivi della destra e della sinistra e sta facendo perdere ogni significato alla nobiltà dell’azione politica che è diventata, perlopiù, appannaggio di formazioni politiche padronali, senza storia e senza identità, ma interessate solamente all’occupazione dei palazzi del potere.
I partiti e partitini che nascono, muoiono e rinascono in continuazione sotto diversi nomi, alla luce dei fatti risultano essere dei piccoli o grandi comitati elettorali spesso a vocazione gregaria e subalterna all’aggregazione più forte del momento. Potremmo quasi parlare di associazioni temporanee di scopo il cui vero ed unico scopo è la conquista del potere. Queste associazioni di scopo sanno bene che chi alberga nei palazzi del potere, per ornarsi di qualche inquilino sedicente liberale, concede qualche strapuntino a chi abbia l’attitudine a salire le altrui scale.
Nelle estremità dello scenario politico si stanno ricollocando, per captare fette di opinione pubblica, una destra populista e una sinistra radicale. Il partito di Berlusconi, che ha inaugurato la forma partito padronale deludendo chi pensava di poter vivere un’esperienza di stampo liberale, dà segni di decadimento visibili e quantificabili. Ed è oggetto di scomposizioni o ricomposizioni organizzative che risultano essere finalizzate, se non subalterne, ad un sostanziale consociativismo di comodo.
Ma la vera anomalia italiana, rispetto a tutto il mondo occidentale, è costituita dal fatto che sono nate due formazioni politiche, il PD e il M5S, che hanno caratteristiche diverse fra di loro e che, attraverso premi elettorali alla minoranza più numerosa, potrebbero gareggiare indisturbate per l’appropriazione dei palazzi del potere.
Sta di fatto che il PD è l’unico partito al mondo che elegge il suo segretario con un plebiscito aperto alla partecipazione anche dei non iscritti e con una procedura elettorale totalmente autoreferenziale. La forza del PD, che si vuole chiamare o aspira a diventare il partito della nazione, deriva principalmente da un mastodontico apparato costruito nel tempo e ramificato in vari modi.
Il M5S è, invece, un movimento alternativo al sistema dei partiti tradizionali ed è del tutto basato sulla partecipazione via web per la individuazione della sua classe dirigente. Siffatta modalità partecipativa è unica al mondo e presenta i limiti e i pericoli tipici dell’estremismo e dello spontaneismo privo di un progetto di società e di una identità. La forza del M5S scaturisce principalmente da una efficace contestazione alla corruzione in un Paese dove esiste una presenza diffusa di politicanti che nemmeno lontanamente considerano il potere pubblico una funzione da esercitare per il bene comune. È appena il caso di sottolineare che, nel porre la questione morale, il M5S ha mutuato dalla cultura liberale lo spirito di servizio nei confronti delle istituzioni e la sobrietà nell’assumere incarichi elettivi per il cui svolgimento rinuncia in modo visibile e concreto alle laute prebende e ai privilegi di casta.
C’è uno spazio politico, in questo contesto, per il Partito Liberale? Ci sono settori dell’opinione pubblica, specialmente di quella metà di italiani allontanatisi dalle urne, che potrebbero essere interessati a dare consensi ad un Partito che ha sempre posto al centro della sua azione politica il senso dello Stato, le ragioni della libertà dell’individuo e della libertà delle comunità intermedie, la certezza dei diritti civili e politici dei primi e degli ultimi? È scomodo un Partito che non promette e non distribuisce poltrone, ma chiede ai propri militanti di dare il loro contributo sotto forma di impegno senza nulla ricevere? È scomodo per i media far sapere in giro che il Partito Liberale c’è mentre quotidianamente una infinita moltitudine di politici e politicanti dichiarano di essere liberali? È scomodo far sapere in giro che il Partito Liberale c’è mentre quotidianamente nascono e rinascono associazioni, partiti e partitini in cerca di uno strapuntino nei palazzi del potere?
Il PLI è impegnato per rispondere in modo affermativo a queste domande con il lavoro dei militanti. I finanziamenti sono costituiti prevalentemente dal tesseramento e da atti di liberalità (senza richieste di controprestazione) provenienti da chi nutre la sincera vocazione al liberalismo organizzato.
Nel PLI, che non dispone di un apparato a stipendio, il motore dell’organizzazione è alimentato dal volontariato. È un motore che non si accende e non funziona a comando. Il verbo comandare alberga nei partiti padronali oppure in qualche partito che abbia occupato lo Stato, come accade quando esista una immedesimazione organica del Partito con lo Stato. Per un partito effettivamente liberal-democratico i verbi che si declinano sono ascoltare, dialogare, convincere, coinvolgere, condividere, solidarizzare, pensare e agire insieme con stili comunicativi che si ispirano necessariamente alla cultura liberale. Credere, obbedire e combattere sono i tre verbi che appartengono ad una cultura ben nota del passato, una cultura dove il leaderismo coincide con l’uomo solo al comando e con i capi e capetti sottostanti perlopiù cooptati per agire, anzi, per obbedire a comando. Nel PLI non esiste e non può esistere una catena di comando. E non esistono atti di imperio. Esiste solo una catena di impegni liberamente scelti sotto la spinta della passione politica, cioè un intreccio di sentimenti e di idee che legano insieme uomini liberi e forti del loro libero spirito critico e dei loro convincimenti ispirati ai principi e ai valori liberali.
Queste parole e queste domande sembrano pregne di retorica? Sono frutto di ingenuità? Sono da non prendere in considerazione da chi immagina il partito come un luogo dove coltivare ambizioni personali? Sono inadeguate e insoddisfacenti per chi immagina l’attività politica una professione o un luogo dove fare affari?
Ci sarebbero molte risposte a queste domande. Anche a proposito delle ambizioni, che possono e devono essere presenti, ma solo se sono quelle del partito quando incarna l’ambizione di promuovere e tutelare il progetto condiviso di una società liberale. Alle domande si può rispondere con le parole che hanno usato i Giovani della GLI – Gioventù Liberale Italiana, in un loro recente e significativo documento:
“Siamo un partito fortemente ancorato a un’identità e a certi valori, siamo orgogliosi della nostra tradizione e intendiamo portarla avanti declinandola sui problemi di oggi. Siamo un partito che rifugge qualsiasi forma di leaderismo. Siamo un partito fondato sul principio della collegialità delle decisioni e del rispetto delle forme. Questo è il metodo di lavoro interno che chiediamo di accettare e condividere e che intendiamo adottare anche come metodo per la gestione della cosa pubblica. Noi non vogliamo l’uomo solo al comando, è contrario al nostro modo di essere, al nostro essere liberali.” … “Ciò che conta per noi è far tornare nelle piazze, nelle strade, nelle aule universitarie, nei luoghi di lavoro il nostro simbolo; far sentire la nostra voce, ragionare su proposte concrete. Noi giovani liberali vogliamo che il liberalismo torni a essere attuale tra la gente. Vogliamo che di noi la stampa parli”…”per le idee brillanti, la concretezza, l’onestà e l’attivismo delle persone che col loro impegno quotidiano animano il partito.”
L’idea-forza del PLI è quella che prevede un partito capace di organizzarsi per pensare e agire dal basso verso l’alto. Bastano 5 iscritti, ex art. 34 dello Statuto, per creare una sezione comunale in cui elaborare, dibattere, agire e sviluppare le politiche del partito. Un partito ricco di identità, di idee e di valori è molto agevolato nel presentarsi e accreditarsi innanzi ai giovani e ai meno giovani. Le potenzialità del web possono aprire e stanno aprendo sempre nuovi spazi al coinvolgimento di iscritti e simpatizzanti. La nuova frontiera della comunicazione interattiva è foriera di crescita della partecipazione democratica. Ma alla domanda se il web possa sostituire il partito, alla stregua di quanto vorrebbe fare il M5S, il PLI dice no decisamente per mille motivi, ivi compresi i pericoli di manipolazione che sono connaturati all’uso della rete. Non si può sostituire con un clic o con un “mi piace” su Facebook, oppure su un misterioso circuito informatico la forza argomentativa che si sprigiona dalla partecipazione diretta nei luoghi fisici, e non virtuali, in cui c’è da discutere e da assumere decisioni veramente importanti e coinvolgenti. E i luoghi del dibattito e delle decisioni sono quelli, comunali, provinciali, regionali e nazionali dove operano gli organi statutari del PLI che è un partito aperto e non chiuso in un recinto di tesserati.
Il partito è apertissimo a individui, a comunità intermedie, a gruppi organizzati di varia natura, a rappresentanze di associazioni ed entità rappresentative di interessi che abbiano motivo di essere compatibili con le linee politiche e le idee sinceramente liberali.
Il Partito aperto, quindi, passa attraverso la sua effettiva presenza organizzata sul territorio per rendere concreto e visibile l’impegno partecipato e diffuso di iscritti e simpatizzanti sui temi, dei livelli locali e globali, che suscitino l’interesse di una vasta area di cittadini attualmente orfani di una formazione politica liberale organizzata, seria e credibile.
La stella polare è sempre un insieme di punti fermi: la libertà, la certezza dei diritti e il riconoscimento di doveri all’interno di una società in cui venga privilegiata la cittadinanza attiva.

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2 COMMENTI

  1. Caro Antonio mi permettero’ se tu me lo consenti di stampare questo articolo e di farne una lettera aperta da distribuire agli italiani. Grazie per la tua lucida passione.

    • Caro Claudio, grazie per l’attenzione. Certo che puoi diffondere l’articolo. E non c’è necessità di un’autorizzazione. Un affettuoso saluto. Antonio Pileggi

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