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Leggo sempre volentieri, condividendo quasi integralmente quanto scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera. In particolare il fondo apparso sulla edizione di domenica 11 ottobre 2015 sotto il titolo “La buona politica che ci manca” è per un liberale da sottoscrivere dalla prima all’ultima parola.

Polito innanzi tutto sottolinea che la responsabilità del disastro di Marino è del PD, come conferma la tardiva rivelazione di Orfini, che ha dichiarato di averne individuato la partenza qualunquistica già sin dallo slogan elettorale, che diceva: “Non è politica, è Roma”. Se il PD gli aveva preso le misure fin dall’inizio, era necessario arrivare fino a rimanere sepolti dalle macerie ? Il disinvolto chirurgo pasticcione non poteva essere fermato prima?

In realtà la vicenda romana, più di ogni altra, ha dimostrato la pericolosità della ventata di antipolitica dilagante, che ha prodotto irreparabili danni quasi ovunque. Non basta infatti essere uno stimato professionista od una persona onesta per poter affrontare la complessità dei problemi connessi all’amministrazione di una città come Roma. Altrettanto vale per il ruolo di legislatori o di uomini di governo. La complessità della gestione della cosa pubblica impone delle conoscenze e delle esperienze specifiche. Tale preparazione si può acquisire soltanto nei partiti politici, istituzioni a ciò deputate secondo la nostra Costituzione repubblicana, regola ovunque rispettata nel mondo occidentale, come in Italia fino ad un ventennio fa.

Il partito liquido, inventato da Berlusconi, si è rivelato inadatto a selezionare una classe dirigente adeguata. Ancora meno quello gassoso, che il suo migliore allievo, Matteo Renzi, dimostrando di aver superato il maestro, sta tentando di imporre. Finalmente appare chiaro agli occhi di tutti il fallimento del bluff delle primarie all’italiana, inventate dal PD, che adesso sembra orientarsi ad abbandonarle, di fronte alla constatazione dei danni enormi provocati, (non soltanto a Roma) dopo averne esaltato per anni il presunto significato democratico e essersene vantato come un proprio tratto distintivo.

Antonio Polito inoltre denuncia con lucidità il pericolo rappresentato dalla diffusa simpatia, non nuova per gli italiani, per l’uomo solo al comando, con il conseguente tentativo di far apparire come strumento di democrazia, il plebiscito, che sovente ne è invece la negazione. La delega in bianco all’uomo del destino, che sia Sindaco, Governatore, o Capo del Governo, implica una scelta istintiva, basata spesso su elementi propagandistici, sulla pressione mediatica, o semplicemente sul fascino del potere. La democrazia liberale invece si caratterizza per la forza dei necessari momenti successivi di controllo ed il bilanciamento dei poteri. L’esperienza degli ultimi due secoli nel mondo occidentale, ispirata al pensiero politico liberaldemocratico, ha dimostrato infatti essenziali tali contrappesi per evitare il pericolo dello scivolamento verso l’autoritarismo o la dittatura.

Con tutti i loro possibili difetti, i partiti sono gli unici luoghi dove si forma il ceto politico, studiando i testi classici della dottrina politica, confrontando le proprie idee con quelle degli altri ed imparando il difficile mestiere di conquistare il consenso e tenere la schiena dritta, anziché dedicarsi ad affinare l’arte della più servile cortigianeria per essere cooptati dal capo, come avviene oggi. L’inseguimento di arrembanti magistrati, di alti burocrati, come di personaggi dello spettacolo o dello sport, definiti in modo altisonante rappresentanti della società civile, come se i militanti di un partito politico fossero barbari o nemici del popolo, si è rivelato ovunque un clamoroso fallimento. Nessuno invece invoca, come sarebbe doverosa, l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione, che imponga per legge gli Statuti giuridici dei partiti, con le relative regole di democrazia interna e di trasparenza, non soltanto sotto il profilo pur importante del finanziamento, ma anche sulla pubblicità della appartenenza a ciascuno di essi e sui relativi comportamenti, dal momento che si tratta di organi cui è deputata la delicatissima funzione di amministrare a livello locale e legiferare o governare a quello nazionale la cosa pubblica.

In un simile contesto di rassegnata accettazione di degrado continuo e di progressiva perdita di prestigio dei soggetti tradizionali, appare logica, anzi inevitabile, la conseguenza che Roma, prima, ma forse presto anche il Governo del Paese, possa essere destinata a finire nelle mani dei grillini, nonostante essi abbiano dimostrato una ignoranza ed una incapacità politica simili o forse superiori a quelle di Marino; ma almeno presentano semplici giovanotti in buona fede ed animati dalle migliori intenzioni, che suscitano istintive simpatie. Purtroppo queste sole doti, come ha dimostrato il fallimento del M5S, sia in Parlamento che nelle città in cui ha vinto le elezioni, non bastano. Sarebbe come affidare un delicato intervento chirurgico, la costruzione di un palazzo, una importante opera pubblica, o una complessa questione giuridica ad un bambino delle elementari.

Il corretto postulato costituzionale che chiunque può aspirare a ricoprire anche i più elevati incarichi politici, non significa che non sia necessario avere la conoscenze necessarie per poter responsabilmente svolgere il mandato. Alla saggezza popolare è affidato il compito di scegliere con discernimento, trovando sulla scheda elettorale veri soggetti politici e non formazioni improvvisate o padronali. Dopo un ventennio di orgia populista, di antipolitica nemica dei partiti, di dilettanti allo sbaraglio, di costante denigrazione delle Istituzioni e loro progressiva distruzione, sarà venuto il momento di ristabilire le regole fondamentali di una democrazia liberale, che principalmente significano: autorità e responsabilità intese come un unico binomio, bilanciamento dei poteri tra Amministrazione o Governo e controllo delle assemblee elettive, divisione dei compiti e dei poteri?

Sintomatico che un Governo farlocco ed una stampa servile hanno cercato di far credere che le Provincie erano state abolite, mentre sono sempre al loro posto, senza alcun controllo democratico, perché sono stati cancellati soltanto i Consigli, prima eletti a suffragio universale. Si sta cercando di far passare come riforma del bicameralismo paritario, (che poteva essere facilmente realizzata, distinguendo nettamente i poteri tra le due Camere, affidando la fiducia per il Governo ad una sola di esse e dimezzando il numero dei componenti di entrambe) quella che è soltanto una amputazione, la quale porterà ad una smisurata concentrazione di potere nelle mani di un uomo solo, determinando un presidenzialismo di fatto, senza alcun bilanciamento e senza neppure la elezione diretta da parte del popolo.

Il PLI ha non soltanto il privilegio di essere l’unico erede riconosciuto ufficialmente della grade tradizione culturale e valoriale liberale, ma anche di chiamarsi orgogliosamente partito e di non nascondersi dietro l’equivoca denominazione di movimento, o altre espressioni di fantasia. Ha tuttavia il rammarico di faticare a realizzare quello che ritiene il proprio compito primario, che consiste nella formazione di una classe dirigente di nuova generazione. Da un lato la modesta consistenza elettorale non consente di avere un numero sufficiente di propri rappresentanti nelle assemblee locali, ove giovani consiglieri potrebbero formarsi e fare esperienze preziose. Allo stesso tempo, deve fare i conti con una ormai dilagante presunzione, che ha contagiato tutti e che vede, coloro che si accostano all’esperienza politica, sovente protesi alla ricerca spasmodica di ruoli ed incarichi, anziché a far prevalere l’ansia di ascoltare, leggere, dedicarsi al volontariato e prepararsi, che è quello in cui consiste la militanza in un partito identitario, rispetto alle troppe formazioni personalistiche pret a porter, che attualmente occupano in prevalenza la scena.

Articolo “La buona politica che ci manca” di Antonio Polito

 

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