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Un detto napoletano, tanto volgare quanto efficace, avverte che “nun se pò mette a p……. in mano e ccreature”. Tradotto in termini più eleganti significa che non si possono affidare le cose difficili agli sprovveduti. Le anticipazioni della legge di stabilità, di cui non si conosce ancora il testo definitivo, perché sarebbe stata approvata dal Consiglio dei Ministri a scatola chiusa, sono contenute in un lungo comunicato, illustrato con toni spavaldi ed enfatici, che rivela quanto sia appropriato l’accostamento a quella espressione in vernacolo napoletano. Ormai dei provvedimenti conta solo l’effetto annuncio, che tende alla conquista del consenso (qualcuno più perfidamente, ma forse a ragione, parla persino di acquisto).
L’anno scorso il Governo (smentito dalla Unione Europea e da tutta la dottrina tributaristica) ha tentato di spacciare per riduzione fiscale, la regalia di ottanta Euro a dieci milioni di appartenenti alla propria fascia elettorale per supportare con denaro pubblico la vittoria alle elezioni europee. Il trionfalismo odierno sulla annunciata riduzione del carico tributario con la cancellazione di IMU e TASI, serve a nascondere la polvere, anzi il fango, di una disastrosa situazione finanziaria sotto il tappeto.
Lo sfacciato Renzi, con l’improvvisazione tipica di chi non ha alcuna conoscenza in campo finanziario e fiscale, ma con la sorprendente complicità del Ministro Padoan, che avrebbe invece una reputazione da economista da difendere, ha varato, come lo scorso anno, una operazione soltanto elettoralistica. Immediatamente si è risvegliata l’arcaica reazione pauperista della opposizione interna del PD, sempre animata dall’odio verso le classi più abbienti, confermando di non aver imparato che una sinistra moderna non dovrebbe combattere la ricchezza, ma, come disse Olaf Palme, la povertà. Patetico in particolare Bersani, che ha invocato la progressività prevista dalla Costituzione nella contribuzione fiscale, senza tener conto che tale regola potrebbe essere applicata per una imposta esistente o che viene introdotta, ma non per una che viene cancellata, poiché sarebbe incostituzionale mantenerla soltanto per una determinata categoria di contribuenti.
L’errore di Renzi quindi non è quello di voler abolire IMU e TASI, imposte patrimoniali odiose e sbagliate, che hanno prodotto l’effetto di fermare il mercato immobiliare, bloccando l’industria edilizia con perdita di un gran numero di posti di lavoro, ma quello di volerla finanziare con un ulteriore aumento dell’indebitamento, (indicato impropriamente come flessibilità) anziché, come sarebbe stato giusto, possibile e necessario, tagliando consistentemente la spesa pubblica, rimasta oltre il mostruoso livello di ottocento miliardi. Sopravvivono quindi sprechi, ruberie, clientelismo, un esercito di dipendenti pubblici, spesso precari, campioni di assenteismo, che non fanno nulla, ma che non possono essere eliminati, perché costituiscono lo zoccolo duro dell’elettorato fluttuante dei partiti che si alternano al Governo. Non importa se tale apparato aumenta il nefasto potere di una gigantesca burocrazia, inefficiente, irresponsabile e, sovente, corrotta, la quale impedisce di lavorare, o almeno costituisce un grande freno, per quella minoranza di imprenditori e lavoratori autonomi ancora eroicamente in grado di produrre e che non hanno le dimensioni per delocalizzare o spostare la propria sede fiscale all’estero.
Il pregevole risultato del lavoro di ben cinque commissari alla spending review è poco più che carta straccia, nascosta negli archivi segreti del Ministero dell’Economia e di Palazzo Chigi. Nonostante il coro plaudente della stampa, servile verso il potere, a dispetto dei proclami trionfalistici, la fiducia nei confronti del Premier e del suo Esecutivo è caduta ai minimi storici. Tuttavia chi mai potrebbe tagliare qualsivoglia voce della torrenziale spesa statale e degli Enti Locali, necessaria per continuare a nutrire le orde fameliche delle parassitarie clientele abbarbicate alla spesa pubblica? Non avendo questo coraggio, si ricorre all’ulteriore finanziamento in deficit per coprire il costo della modesta riduzione tributaria, insufficiente ad indurre a nuovi consumi, nella speranza di un atteggiamento benevolo da parte di Bruxelles. Si annuncia una manovra definita espansiva, che non si preoccupa di cercare risorse volte a finanziare nuove assunzioni per giovani alla prima occupazione e riqualificazione dell’offerta, o a programmare i non rinviabili investimenti in infrastrutture, soprattutto in un Meridione allo stremo.
Questa sciagurata legge di stabilità inoltre ignora la urgenza della cessione di una cospicua quota di patrimonio pubblico, mobiliare ed immobiliare, al Centro come nelle amministrazioni periferiche, per ridurre un gigantesco debito pubblico, arrivato alla cifra record di duemilatrecento miliardi e che non ha eguali in Europa e nel Mondo. IL Paese non sta quindi approfittando della condizione irripetibile, ma temporanea, di una liquidità quasi illimitata per un costo del denaro a tassi tendenti a zero, grazie al quantitative easing voluto da Mario Draghi, principalmente per aiutare le economie deboli dei Paesi dell’area mediterranea, in difficoltà per la crisi e per il pesante indebitamento.
Si è domandato il veloce Presidente del Consiglio quale sarà il costo del debito pubblico quando, passati i diciotto mesi della massiccia elargizione di denaro a costo zero da parte di Francoforte, i tassi d’interesse e lo spread torneranno a schizzare in alto? Forse lui non lo sa o comunque si preoccupa soltanto di arrivare ad acciuffare la maggioranza bulgara prevista dalla legge elettorale che ha imposto al Parlamento per assicurarsi nella prossima legislatura un potere assoluto, superiore persino a quello che ebbe il dittatore Mussolini. Stupisce invece che il Ministro Padoan non si preoccupi di mettere a rischio il suo prestigio di esperto economista. Nessuno alza la voce per spiegare che continuare, come nel passato, ad accrescere il debito, significa letteralmente rubare il futuro delle nuove generazioni.
Il problema non è la voce grossa che potrebbe fare l’UE a trazione nordica e germanica, che al momento potrebbe decidere di evitare un aspro contrasto con i tre più forti Paesi mediterranei, (Spagna, Francia, Italia) tutti protesi a privilegiare le ragioni elettorali, in considerazione delle attuali difficoltà della Merkel per le ripercussioni del caso Wolkswagen e in genere per le problematiche emerse nel sistema industriale tedesco. La questione è molto più profonda e riguarda la sostenibilità della finanza pubblica nel nostro Paese di fronte al gravissimo rischio di un consistente contraccolpo nel nostro export a causa del rallentamento del passo delle locomotive economiche mondiali (Cina, Germania, Brasile) e delle tensioni con la Russia. Tali fattori esterni potrebbero far precipitare un sistema economico e politico ormai esangue in una catastrofe molto più grave di quella della Grecia, anche per le dimensioni ben diverse della nostra economia e del nostro debito. Problemi talmente seri non si possono risolvere, con le battute, i twit, o l’azzeramento della politica, mantenendo una immensa corte di famigli osannanti, privi delle più elementari cognizioni per essere ritenuti adeguati ad affrontare così grandi responsabilità.
Anziché pensare alla semplificazione dell’impianto costituzionale per assicurare libertà di movimento all’uomo solo al comando, si dovrebbe por mano subito ad una legge che imponga uno statuto giuridico dei partiti, che dovrebbero tornare ad essere luoghi nei quali si discuta, si formino i quadri di nuova generazione e si selezioni un personale politico all’altezza delle responsabilità da assumere ai vari livelli, con metodo democratico e non per cooptazione. Una norma di elementare democrazia dovrebbe imporre quindi di affidare la scelta degli uomini migliori alla saggezza del popolo sovrano, abbandonando la pratica deleteria della nomina dei più fedeli, secondo la dominante scuola di pensiero inventata da Berlusconi, ma perfezionata dal brillante discepolo Renzi. Sarebbero necessari partiti di idee, di valori, di popolo e non gruppi di potere, che pensano soltanto a dilapidare quanto rimane di uno Stato, ormai ridotto ad uno scheletro, in cui non vi è più quasi nulla da spolpare, tanto da dover ricorrere al sempre maggiore indebitamento per saziare i lupi affamati, politicanti o burocrati che siano, cui il padrone ogni giorno deve dare una nuova razione di cibo.
Ormai tutto è chiaro. Continuare così significa consegnare rapidamente il Paese all’antipolitica, rimedio forse peggiore del male.

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