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L’intera Europa è attraversata da un’ondata che, sia pure con movimenti populisti di segno ed ispirazione diversi, ha trasformato radicalmente il confronto politico fino al punto da spazzar via molti degli attori tradizionali e mettere in crisi il processo, già difficile, di integrazione europea.

In Italia il fenomeno ha avuto un inizio molto più lontano, lungo un percorso, che si è sviluppato in un venticinquennio e di cui anche la maggior parte dei protagonisti non ha avuto piena consapevolezza. Il primo cambiamento risale alla caduta del muro di Berlino, quando il mondo intellettuale comunista, che aveva esercitato una egemonia quasi assoluta sulla cultura dominante, riuscì ad imporre il luogo comune che dovevano considerarsi superate tutte le ideologie. Dopo che la loro era stata sconfitta dalla storia, al fine di riciclarsi in qualcos’altro, fecero passare quel falso messaggio, che serviva ad azzerare il passato e cancellare i vecchi partiti identitari. Venne meno quindi la distinzione, che si era registrata in tutta l’era repubblicana, all’interno della sinistra, tra comunisti e socialdemocratici, e, nel campo moderato, tra laici liberali e clerico conservatori. Tale cambiamento servì al vecchio mondo comunista per rigenerarsi e prevalere all’interno della sinistra, facilitato anche dalla crisi del partito socialista, travolto da tangentopoli. Un fenomeno analogo avvenne sulla destra, consentendo al vecchio mondo democristiano, anch’esso gravemente colpito dal ciclone giudiziario, di assumere altre forme e mimetizzarsi all’interno di nuovi soggetti politici.

In nome della cosiddetta democrazia dell’alternanza, il terreno di scontro politico non fu più di carattere politico culturale, ma si trasformò in un confronto tra destra e sinistra, invero espressioni poco significative dal punto di vista delle identità. Questo cambiamento, condusse, senza per altro suscitare alcuno scandalo, molti ex comunisti ed alcuni ex fascisti a sedere nei banchi del governo; cosa che nel precedente cinquantennio era stata preclusa. Coincisero sotto tale profilo gli interessi del gruppo dirigente del vecchio PCI, che, con la svolta della Bolognina, si candidarono per la prima volta effettivamente a guidare il Paese con quelli emergenti di Silvio Berlusconi. Questi, attraverso un messaggio apparentemente innovativo e genericamente liberale, riuscì a riunire sotto la propria guida le truppe in rotta del vecchio pentapartito, associando, all’interno della coalizione, sia la destra, che assunse la denominazione di Alleanza Nazionale, che il ribellismo della Lega. Essa, nonostante si fosse dissociata dall’alleanza dopo breve tempo, presto rientrò, rimanendovi a lungo.

Il cambiamento, che apparentemente rappresentava una semplificazione dello schema di gioco, poiché riuniva da una parte tutte le forze dell’antica sinistra e dall’altra quelle della destra moderata e del centro, nascondeva un’insidia molto grande, rappresentata dalla progressiva cancellazione delle identità originarie per dar luogo a soggetti politici liquidi, privi di contenuti valoriali. L’uomo di Arcore successivamente riuscì ad andare più avanti nella realizzazione del disegno, decidendo di unificare tutta la coalizione nel PdL. La grande trasformazione di un’area politica vasta non avvenne, come nel passato, in un’assise congressuale, ma con una chiamata alle armi, lanciata dal predellino di un’automobile in piazza. Quel giorno fu tenuto a battesimo il primo partito personale, dopo la caduta del fascismo. Da qui al populismo autoritario attuale il passo è stato breve.

La vittoria del giovane rampante, Matteo Renzi, nel PD e la sua straordinaria capacità di gestire il potere, dopo averlo conquistato, ha trasformato quello che era l’erede del vecchio trinariciuto PCI, nel partito piglia tutto di un solo uomo al comando, sulla scia di quanto era avvenuto a destra con il berlusconismo. Non è rilevante se assumerà la definizione di Partito della Nazione o meno, in realtà non sarà nient’altro che il partito di Renzi. L’allievo ha superato il maestro. Berlusconi a sua volta, con grande fiuto, ha avvertito in tempo il proprio declino ed ha rapidamente raccolto l’assist del giovane Matteo, salvando i propri interessi, attraverso il patto del Nazareno, prima esplicito, oggi strisciante e nascosto.

Intanto un fenomeno europeo diffuso ha favorito la nascita anche in Italia di altri populismi, scarsamente democratici, tutti legati a forti leadership personali, che hanno trovato un approdo nel M5S di Grillo e nella nuova stagione leghista di Salvini. Soggetti politici, questi, con scarse o inesistenti, radici valoriali, ma sostanzialmente populisti, personali e con tendenze, spesso, autoritarie.

Nel nostro Paese, si prospetta quindi, per il futuro, un confronto fra Renzusconismo governativo da una parte ed antipolitica pentastellata dall’altra, con due presenze marginali nostalgiche, all’estrema destra ed all’estrema sinistra.

Un soggetto liberale, collocato al centro, avrebbe un grande spazio come reale alternativa al populismo personalistico ed al qualunquismo antisistema, senza mescolarsi con gli estremismi fanatici e spesso xenofobi, che, dilagano in tutta Europa e rappresentano un fenomeno di grave regressione rispetto alla tradizione liberal-democratica dell’Occidente.

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