vista.occhi che riflettono il mondo

Non abbiamo più parole, non abbiamo più lacrime, la rabbia si è prima trasformata in furore, poi in silenzio, mai in rassegnazione. Qualcosa di sordo, di sinistro, cova nel fondo del nostro animo. I nostri sentimenti hanno qualcosa di umano soltanto quando pensiamo alle vittime, alle loro famiglie, alla società che ha dovuto rinunciare all’infinita ricchezza di quelle giovani vite. Tutto quanto riesce ad affiorare al di fuori di questa immensa pietà, ha un sapore rancoroso. Non è il desiderio di vendetta, che confligge con la nostra passione per la libertà ed il nostro amore per la civiltà. E’ la consapevolezza dell’esistenza di un male oscuro infiltrato in una parte della società contemporanea, fino a concepirne la distruzione, (cominciando dalle testimonianze archeologiche e monumentali) la sua cancellazione, (rifiutando il progresso scientifico, i traguardi culturali e le conquiste civili e politiche) persino la morte fisica, (sopprimendo centinaia, anzi migliaia di vittime innocenti, nella maggior parte di fede mussulmana).

Siamo figli di Voltaire, di Montesquieu, di Toqueville, figli delle rivoluzioni francese ed americana. Consideriamo l’attacco alle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001 e quello di Parigi dello scorso 13 novembre i due attentati più gravi della storia moderna, che sfregiano in modo permanente la nostra civiltà e che hanno cambiato la nostra vita, facendo vacillare certezze, convinzioni, speranze. La vita non sarà più la stessa in futuro. La grande manifestazione di Parigi, nello scorso gennaio, dopo la proditoria strage alla redazione di Charlie Hebdo lo aveva dimostrato, ma la recente escalation ci impone una riflessione più profonda. Le recenti stragi di Beirut, di Ankara, in Pakistan, in Nigeria, l’abbattimento dell’aereo russo sul cielo del Sinai, quella che viene denominata l’intifada dei coltelli, la carneficina di Parigi sono il segno di un ulteriore imbarbarimento, probabilmente anche conseguenza della disperazione per alcuni colpi mortali ricevuti dalle forze dell’Isis, dopo i bombardamenti sul suolo siriano.

Una prima riflessione, innanzi tutto culturale e poi umana, impone di accomunare tutte le vittime civili innocenti in un unico sentimento di pietà, siano esse di religione cristiana, ebrea, mussulmana, occidentali od orientali, di pelle bianca o nera, arabe, israeliane, europee, americane, russe o di qualsiasi altra nazionalità, perite sotto i bombardamenti, affogando in mare nel tentativo di fuggire allo sterminio, o vittime di vili attentati.

Abbiamo scritto in questi giorni “je suis parisien”, come lo scorso anno, dopo i due attentati contro Charlie e contro il Kosher ebraico, gridammo “ je suis Charlie”, “je suis juif”. Si tratta di più di una semplice solidarietà. Il popolo israelitico è il simbolo di una millenaria persecuzione e simboleggia la cattiva coscienza dell’Europa per i campi di sterminio, così Parigi rappresenta il baluardo della laicità, il simbolo della libertà, come Washington è quello della democrazia. L’Italia invece ha molto da farsi perdonare per la vigliaccheria di aver pagato, finanziando il terrorismo, più volte, i riscatti per la liberazione di cittadini sequestrati. Dobbiamo dare atto di coraggio ad un Papa, che non ci è simpatico, per aver definito la carneficina di Parigi come una bestemmia verso quello stesso dio, che i terroristi invocavano.

Con l’animo e la mente svuotati, come dicevamo all’inizio, il giorno successivo appare quello più terribile. Dopo lo sbigottimento, il dolore, le imprecazioni, il pianto, lo scoramento, viene il momento di agire. La soluzione non è certo quella dei bombardamenti aerei, con la matematica certezza che costeranno altre vittime innocenti, perché i vigliacchi che guidano l’Isis si fanno scudo dei civili. La strada non può essere che quella di una strategia unitaria del mondo intero per distruggerne i pozzi petroliferi, bloccarne in tutte le banche del globo le riserve e le fonti di finanziamento, colpire gli spregiudicati che con essi fanno affari, confiscandone i beni, attaccare le zone occupate in Siria con droni, attacchi mirati ed accerchiando le forze del califfo con eserciti di terra, sotto le insegne dell’ONU, che se non dovesse accettare di far questo, tanto varrebbe decidere di sopprimerlo per acclarata inutilità.

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1 COMMENTO

  1. Condivido pienamente l’analisi.
    A riguardo mi permetto di aggiungere una riflessione:
    benché il momento sia drammatico, smettiamo di essere irrazionali e riflettiamo sul perché di questa situazione. Smettiamo di essere schiavi dei messaggi che ci lanciano per indottrinarci e nasconderci tante cose. Per una volta, facciamo i liberali e ragioniamo con la nostra testa. Pensate che le parole di Gino Strada siano infondate? Pensateci bene! Siamo stati attaccati e siamo invasi da chi vuole la violenza e la distruzione della cultura occidentale ovvero da organizzazioni che, fino a poco tempo fa, neanche potevano permettersi di toccare l’Europa. Chiediamoci come abbiano potuto accumulare tutto questo potere economico e militare. Chiediamoci come abbiano potuto creare uno stato, approfittando della caduta di figure dittatoriali si!, ma di cuscinetto, come Saddam Hussein e Gheddafi. Riflettiamo sulla politica medio-orientale dell’Occidente degli anni passati e presenti, sugli interessi in gioco e sul perché Europa, Russia e USA hanno sempre avuto così tanta attenzione per quell’area, mentre se ne fregano di quello che succede, ad esempio, in Africa o in altre parti del globo. “Le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto” dice Gino Strada. E’ quello che sta accadendo. Errori su errori dei nostri governanti. Ora speriamo che gli stessi pongano rimedio ai disastri della politica internazionale dell’Occidente e che le sciocchezze da noi fatte in passato non si ripetano più.

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