Mani-Cooperazione

Hanno fatto molto clamore in questi giorni le dichiarazioni del presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, reo di aver espresso apprezzamenti al tessuto istituzionale/civile milanese e di aver fatto un accostamento impietoso con la situazione, quantomai critica, della capitale d’Italia, Roma. Secondo l’ex magistrato antimafia “Roma non ha gli anticorpi di cui ha bisogno” – “non ha sinergia tra istituzioni e cittadini”. Ma si spinge oltre, arrivando addirittura a proclamare Milano “Capitale morale del Paese”. Superfluo dire quante reazioni e polemiche abbiano sollevato queste avventurose dichiarazioni che, come ha detto lo stesso super magistrato, volevano fare da pungolo e cogliere nel vivo la romanità nel suo complesso, istituzioni e cittadinanza. Avventurose perché cercare di stabilire quale sia la città più “morale” è assolutamente un’attività soggettiva e discrezionale, probabilmente non molto congrua ad una figura che ricopre una carica istituzionale come Cantone, e che dovrebbe essere quindi super partes rispetto a certe dinamiche. Ma c’è del vero nelle sue parole, seppur forzate? A mio parere, assolutamente sì. Voglio lasciare da parte la moralità, concetto molto spesso frainteso, e fare un ragionamento più sociologico, più incentrato sul rapporto che ha il cittadino italiano con lo Stato. Se analizziamo la profonda differenza tra l’efficienza della Pubblica Amministrazione del Nord con quella del Sud, includendoci anche questa Roma disastrata e in decadenza, notiamo come ci sia un profondo squilibrio a cui mai nessun Governo in 150 anni è riuscito a porre rimedio. Ovvio e scontato da dire. Ovvio non è invece dire come questa enorme spaccatura nel Paese sia principalmente il frutto di una situazione storico-culturale che si protrae nei secoli, è che ha portato, attraverso variegate fasi, alla triste sintesi odierna. Il problema del rapporto tra lo Stato e i cittadini è presente e palese in tutta Italia, ma si acuisce notevolmente nel Centro-Sud, ed ha come prima causa la giovanissima età della nostra nazione rispetto al resto dell’Occidente. Fin subito dopo l’Unità si poté registrare come il nascente stato italiano fosse nord-centrico, sia politicamente sia economicamente, mentre il Sud fu sostanzialmente abbandonato a sé stesso, alla mercé dei latifondisti, raggruppati in piccoli comitati di potere locale, che si preoccupavano esclusivamente di proteggere i propri privilegi, fregandosene del bene comune, approfittando anzi dell’arretratezza del meridion per continuare a spadroneggiare indisturbati. Alle proteste della popolazione, che si espressero in rilevanti fenomeni quali il Brigantaggio, embrione della moderna malavita organizzata, lo Stato reagì con estrema durezza, reprimendo tutto nel sangue. Siamo di fronte quindi ad un comportamento schizofrenico nel vero senso della parola: in tutto il corso della storia dell’Unità italiana il Sud ha avuto a che fare con un apparato statale ora completamente assente, ora irrazionalmente oppressore, che ha impedito alla società civile di costruire quel rapporto di fiducia e stabilità economica, sociale e culturale degno di un Paese moderno. Manca quell’equilibrio che è carattere integrante e centrale nelle secolari democrazie occidentali e che comunque, con notevoli difficoltà, si è instaurato da decenni nel Nord Italia, pur non raggiungendo mai gli standard dei nostri vicini francesi, tedeschi o inglesi, solo per fare qualche banale esempio. La cittadinanza, soggetta a questi problemi, non può che sviluppare un atteggiamento di diffidenza e di rifiuto nei confronti delle leggi e del legislatore, che si esprime appieno quando si deve ricavare da essa la classe dirigente, espressione dei nostri difetti e delle nostre mancanze culturali, seppur spesso elevati alla potenza. In sintesi, la nostra democrazia soffre considerevolmente un basso livello di “capitale civico”, ossia l’insieme dei valori e degli atteggiamenti che favoriscono la cooperazione tra Stato e cittadini e tra cittadini stessi. Come si possa porre rimedio a questa situazione mi appare chiaro: agire con fermezza contro la criminalità, imperante alle spalle di istituzioni distratte ed inefficienti, oltre che talvolta colluse, ma allo stesso tempo diminuire l’onnipresenza normativa, burocratica ed economica dello Stato, consentendo finalmente a quel rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadinanza di nascere. Questo è il vero peccato originale dello Stato Italiano: trattare il cittadino come un irresponsabile e immaturo scolaretto da controllare, istruire ed indirizzare a seconda del proprio esclusivo giudizio, in nome di quella visione centralista e accentratrice che vede l’individuo come un soggetto da correggere, deresponsabilizzare, limitare e non come una fonte di creatività, ingegno e laboriosità quale indubitabilmente esso è in quanto uomo. La teoria del lande legislatore onnisciente, che tutto controlla perché tutto sa, è oramai desueta oltre che dannosissima in qualsiasi campo, a partire dalla libertà sociale ed economica.Sia quindi lo Stato, il grande Molok, a rendersi conto della sua inadeguatezza e a mettersi dunque al servizio dell’individuo, in un’era dove la conoscenza non può che essere raggiunta tramite la cooperazione tra singoli.

 

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