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La domanda più ricorrente in questi giorni, forse anche nella speranza di allontanare la paura, è: ma siamo in guerra? La risposta purtroppo non può che essere si. Ad eccezione della guerra dei Balcani nel 1998, che fu un episodio gravissimo, ma di portata regionale, nel Vecchio Continente possiamo affermare di aver vissuto il più lungo periodo di pace della storia. Oggi, non è più così. Hollande ha ragione nel proclamarlo solennemente, e non soltanto perché il sangue versato è quello del popolo parigino. La sfida dell’Isis è globale, contro tutta la civiltà occidentale. In Francia, antichi rancori coloniali, possono rappresentare un elemento di permeabilità.

Dopo una lunga stagione di quella che fu chiamata la guerra fredda, oggi siamo tornati alla guerra calda, che si manifesta, rispetto a quelle precedenti, dichiarate e combattute al fronte dagli eserciti, anche, anzi principalmente, nella forma proditoria degli attentati terroristici. A differenza di quanto avvenne dopo i tremendi attacchi di Al Qaeda, che si presentava come un’associazione eversiva, sostenuta da gruppi politici e finanziari, ma sfuggente, come una grande banda internazionale di fuori legge, oggi il nemico espone le sue bandiere, ostenta le proprie milizie, esercita il potere su un territorio, che ha invaso e sottomesso. Da sempre il Diritto Internazionale riconosce agli insorti, che abbiano tali caratteristiche, un rango statuale di fatto. Questa è la ragione che giuridicamente legittima attacchi aerei e invio di truppe armate.

L’invasione dell’Irak, dopo l’abbattimento delle torri gemelle, assunse un carattere arbitrario perché, anche se vi erano delle evidenti complicità col regime di Saddam Hussein, l’attacco non era direttamente riconducibile al dittatore iracheno. Oggi Al Bagdadi è il capo riconosciuto dell’esercito, che ha invaso una parte consistente della Siria e vi ha instaurato un proprio illegittimo dominio politico e militare. Chi invoca la pace e chiede di percorrere una via diplomatica, rifiuta di vedere la realtà, o diventa inconsapevolmente complice. Come si può pensare lontanamente di intrecciare un qualsiasi dialogo di pace con una organizzazione di terroristi fanatici ed assassini? Vanno semplicemente eliminati, ovunque e subito. Infatti le incertezze occidentali rafforzano il califfato, sia perché sottolineano il successo delle loro azioni, ma principalmente perché conseguono l’obiettivo primario di suscitare simpatie nel resto del mondo islamico. Non esiste un Islam cattivo ed uno buono. Vi è un estremismo fanatico e militante che cerca di fare proseliti, e li fa, tra i mussulmani moderati, fondamentalmente antioccidentali a causa di una antica e radicata invidia sociale. Il meccanismo psicologico è quello intuito da Carl Marx, che ha costruito la su teoria politica sul fondamento dell’odio di classe da parte del proletariato nei confronti della borghesia. Il mondo islamico, oggi, infatti rappresenta, in termini di sottosviluppo culturale e civile, come di una sorta di proletariato mondiale di stampo feudale, sostenuto da un fanatismo di tipo religioso. Per fortuna la profezia della vittoria finale del proletariato che doveva sconfiggere la borghesia non si è avverata, (la storia si è incaricata di dare ragione a Popper e torto a Marx). Oggi il fanatismo islamico auspica il medesimo risultato, ma in nome dell’unico vero dio. L’Occidente, invece di trastullarsi in inutili tentativi di analisi del fenomeno in termini antropologici, deve prendere atto che è in corso una guerra, come sosteneva Oriana Fallaci, insultata ingiustamente dai suoi detrattori. Il conflitto, tuttavia, almeno fino ad oggi, non coinvolge tutto il mondo islamico, ma soltanto la parte più fanatica e militante, mentre il resto è diviso tra doppiogiochisti, (la componente maggiore) simpatizzanti, indifferenti, pochissimi ostili alla sharia (questi ultimi, sovente, per interesse).

L’occidente non ha altra strada che stroncare con la forza l’Isis, cercando di imporre all’ONU, (tanto varrebbe, altrimenti, avviarne lo scioglimento) di formare un coalizione la più ampia possibile, che comprenda l’Europa innanzi tutto, l’America, (nonostante l’evidente inadeguatezza di Obama) la scaltra Russia, la sempre ambigua Turchia, i Curdi, l’Iran, (approfittando dell’odio tra Sunniti e Sciiti) e quei paesi arabi, che fino ad oggi hanno fatto affari con l’occidente e sotto banco finanziato il terrorismo, gestendone i traffici (petrolio in cambio di armi e occulti finanziamenti al califfo). Ovviamente deve trattarsi di una guerra non soltanto tradizionale, attraverso bombardamenti aerei ed eserciti terrestri e navali, ma anche di intelligence. Bisogna distruggere i pozzi petroliferi, gli oleodotti ed i mezzi di trasporto del greggio e delle armi, tagliando così ogni rapporto con chi li finanzia e fornisce gli armamenti, smascherando le complicità e imponendo imponenti sanzioni economiche, anche per suscitare il consenso ed il sostegno delle popolazioni civili dominate.

L’Italia deve fare la propria parte, sia in termini militari che adottando le scelte politiche necessarie, come la forte richiesta, in termini ultimativi, al Vaticano di sospendere il Giubileo, che rappresenta un obiettivo, gravissimo pericolo per il nostro Paese, anche per l’effetto propagandistico di un attentato durante tale evento. Renzi deve utilizzare la sua istintiva vigliaccheria per compiere l’unico atto di coraggio necessario, dire di no ad un Papa arrogante, che sta dimostrando di non preoccuparsi assolutamente di evitare all’Italia, di cui è ospite ed a cui carico sono i rischi immensi per la popolazione ed i costi enormi per garantire la sicurezza, di trovarsi esposta ad un tragico evento, preannunciato e certo. Se fino ad oggi, pagando riscatti ed altro, il nostro Paese ha galleggiato, evitando di essere un bersaglio troppo facile, il Giubileo ha un impatto mediatico di tale importanza, da rappresentare un pericolo che va assolutamente evitato. I liberali dovrebbero scendere in piazza per sostenere questa legittima richiesta per la sicurezza nazionale.

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